La storia "barlettana" di Mennea: quel ragazzo del Sud, senza pista, divenuto primatista del mondo
Letto: 546 volte
mercoledì 1 aprile 2026
Letto: 546 volte
di Celeste Spadaro
Perché prima di diventare un campione Mennea è stato un ragazzo magrolino con una grande determinazione e un legame profondo, ma non semplice, con la sua terra: un rapporto che lo ha accompagnato per l’intera carriera.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Con l’aiuto del libro “Quella maledetta voglia di vincere” di Renato Russo (Editrice Rotas, 2013) abbiamo quindi deciso di ripercorrere i primi anni dell’atleta, quelli vissuti nella sua amata Puglia. (Vedi foto galleria)
La “freccia del Sud” nacque il 28 giugno 1952 a Barletta in una famiglia di origini umili: il padre era sarto e la madre, casalinga, oltre a crescere 5 figli dava una mano in sartoria.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Per Mennea quindi lo sport rappresentò sin da subito una possibilità di riscatto sociale. «Tutti noi ragazzi abbiamo sentito il bisogno di cambiare qualcosa in quell’angolo di mondo dove eravamo nati», scrisse nel suo libro “La corsa non finisce mai”.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Barletta però in quegli anni non offriva molte opportunità: si faceva sport giocando, correndo per strada o nei campetti improvvisati. Pietro però ebbe la fortuna di conoscere il gruppo dei marciatori dell’Avis Barletta, che lo invitarono ad aggregarsi a loro. Iniziò così la sua carriera atletica come marciatore, disciplina diffusa in città grazie al campione barlettano Cosimo Puttilli.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Fu poi nella sua scuola, l’istituto tecnico-commerciale Cassandro di viale Guglielmo Marconi, che Pietro si fece notare dal professore di educazione fisica Alberto Autorino, il quale lo invitò ad allenarsi anche il pomeriggio con il professor Francesco Mascolo. Sempre per l'Avis, non però nella marcia ma nella corsa, in vista dei campionati studenteschi del 1967.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Allenarsi però all’epoca non era semplice: mancavano gli impianti sportivi e così le strade cittadine divenivano un campo di allenamento. Tra i luoghi più battuti da Mennea c’erano la salita del Vaglio, la litoranea di Ponente e il velodromo Simeone con la pista in cemento: una superficie molto dura che rendeva le prove ancora più difficili.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Non mancavano poi le sfide improvvisate e goliardiche. Mennea raccontò di aver corso (e vinto) contro una Fiat 500, una Porsche e un’Alfa Romeo 1750 in gare avvenute lungo le strade cittadine, solitamente in viale Giannone.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Tanto impegno venne però premiato. La freccia del Sud ottenne da subito vittorie ai campionati studenteschi mostrando qualità fuori dal comune. «Era già arrivato a fare 10”8 sui 100 metri, che era un “tempaccio” a quell’epoca», ricorda Mimmo Ostuni, allenatore di atletica che lo aveva conosciuto frequentando l’Avis.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Un momento decisivo della sua carriera fu l’incontro con l’allenatore Carlo Vittori, il quale inizialmente non rimase particolarmente colpito da quel ragazzo troppo magro, tanto da dirgli «che avrebbe dovuto mangiare di più». In breve però cambiò idea, guidandolo negli anni decisivi della sua carriera.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Per inseguire il sogno dell’atletica Mennea fu costretto a lasciare Barletta per trasferirsi a Formia, uno dei principali centri di allenamento italiani. Una scelta necessaria ma difficile. Scherzando diceva di essere «emigrato a Formia», ma quella lontananza dalla sua città gli pesava.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Restò infatti sempre legato alla sua famiglia e alla sua terra e quando poteva tornava in Puglia per allenarsi nei luoghi che lo avevano formato e per sostenere gli esami universitari. Mennea infatti trovò il tempo per laurearsi in Scienze Politiche all’Università di Bari.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Nel frattempo partecipò a campionati nazionali e internazionali e il 12 settembre 1979, alle Universiadi di Città del Messico, stabilì il record del mondo correndo i 200 metri in 19"72. Un primato durato per ben diciassette anni e ancora oggi il miglior tempo mai corso su quella distanza da un atleta europeo.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Mi disse che dopo aver stabilito il record annotò sull’agenda degli allenamenti soltanto la data e il tempo, senza commenti né celebrazioni, riprendendo subito ad allenarsi», ci racconta Manuela Olivieri, la donna da lui conosciuta nel 1990 e sposata nel 1996.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Vinse poi l’oro alle Olimpiadi di Mosca del 1980 con una rimonta sul rettilineo finale passata alla storia con le parole del telecronista Rai Paolo Rosi: «Recupera, recupera, recupera, recupera, recupera. Ha vinto, ha vinto. Straordinaria impresa di Mennea».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
A carriera finita, con la stessa disciplina riservata allo sport, si dedicò agli studi. Conseguì altre tre lauree: in Giurisprudenza, Scienze Motorie e sportive e Lettere. Diventò avvocato e con la moglie aprì uno studio legale, creando la fondazione Pietro Mennea Onlus, volta a trasmettere i valori dello sport e a sostenere iniziative culturali e sociali.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
E si stabilì a Roma. «Gli mancava però sempre la Puglia e i suoi sapori: la focaccia e i frutti di mare crudi», ci rivela Manuela.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Dopo essere stato eletto europarlamentare nel 1999, decise di continuare il suo impegno politico proprio nella sua Barletta e nel 2002 si candidò a sindaco. «Voleva offrire un contributo concreto alla città - ci dice la moglie – ma non fu compreso».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Pietro ricevette infatti una schiacciante sconfitta che lo amareggiò profondamente. Nonostante ciò, il legame con la sua terra di origine non si spezzò mai.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
E dopo la sua morte, avvenuta per un male incurabile il 21 marzo 2013, a soli 60 anni, quella stessa Barletta che lo aveva respinto lo rese un simbolo cittadino. A lui sono oggi dedicate la salita del Vaglio, la litoranea di Ponente, la pista dello stadio Cosimo Puttilli e vari colorati murales. La città ha così reso il giusto omaggio a un ragazzo del Sud, senza pista, divenuto primatista del mondo.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
(Vedi galleria fotografica)
© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita


.jpeg)
.jpeg)

.jpeg)
.jpeg)
.jpeg)

.jpeg)
.jpeg)
.jpeg)

.jpeg)
.jpeg)








.jpg)

