di Francesco Sblendorio

Tennis, il team manager azzurro Dell'Edera: «Il successo italiano nasce dal modello pugliese»
BARI – C’è un tocco di Puglia nei trionfi del tennis italiano. Il team manager della squadra azzurra, vincitrice per tre volte di fila della Coppa Davis, è nato infatti a Rutigliano, a sud di Bari, ed è cresciuto sportivamente nel capoluogo pugliese. Parliamo di Michelangelo Dell’Edera (nella foto con la Coppa Davis vinta nel 2023), che da oltre 20 anni è un punto di riferimento della Federazione Italiana Tennis e Padel (Fitp), oltre a essere uno degli artefici del sorprendente progresso avuto negli ultimi anni dal movimento tennistico italiano.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Il suo è un ruolo chiave per le formazioni italiane impegnate nei più importanti tornei internazionali. Il team manager è infatti l’anello di congiunzione tra tutti i professionisti che seguono gli atleti: dagli allenatori ai preparatori fisici e mentali, dallo staff medico al capitano. Insomma, c’era lui al fianco di Yannik Sinner e compagni quando nel 2023, dopo quasi mezzo secolo, l’Italia ha riconquistato la Coppa Davis, ripetendosi anche nel biennio successivo. E c’era sempre Dell’Edera con la squadra azzurra femminile che nel 2024 e 2025 si è aggiudicata la Billie Jean King Cup, competizione analoga della Davis per le ragazze.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Abbiamo intervistato Dell’Edera, scoprendo che alla base dei successi del tennis azzurro c’è un sistema di preparazione degli atleti nato proprio in Puglia.       

Partiamo dalle sue origini pugliesi…
 
Sono nato a Rutigliano nel 1964 e sin da bambino iniziai ad appassionarmi al tennis. Qualche tempo dopo mi trasferii a Bari, lì dove sono cresciuto sportivamente nella Società Ginnastica Angiulli. La mia carriera da tennista durò fino ai 18-19 anni, poi dovetti smettere perché a quei tempi, parliano dei primi anni 80, per poter giocare a livello agonistico era necessario avere alle spalle una famiglia piuttosto ricca. Purtroppo non era il mio caso, così decisi di intraprendere la strada della formazione e mi laureai in Scienze Motorie. Nel 1992 ottenni l’incarico di responsabile tecnico federale per la Puglia e nel 2001 il neoeletto presidente della Federazione, Angelo Binaghi, mi chiamò a Roma a lavorare a livello centrale. Da allora vivo tra la Capitale e Bari, città in cui risiede ancora mia moglie.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Attualmente quali ruoli ricopre in Federazione, oltre a quello di team manager?

A Roma dirigo l’Istituto superiore di formazione “R. Lombardi”: in sostanza sono il responsabile tecnico di tutti gli allenatori di tennis italiani. Parallelamente sono anche il responsabile nazionale del settore giovanile, ossia una sorta di talent scout che segue la ricerca e la crescita delle giovani promesse.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Perché il presidente federale ha scelto proprio lei per questi incarichi così importanti?

Negli anni 90, quando ero responsabile tecnico per la Puglia, qui stava nascendo un metodo di preparazione dei giovani tennisti del tutto innovativo nel panorama italiano. Nel centro tecnico regionale si stava mettendo a punto un’organizzazione fondata su metodologie tecniche, tattiche, fisiche e di allenamento diverse rispetto rispetto al passato. Quell’impianto si rivelò efficace e il presidente Binaghi decise di applicarlo a livello nazionale: il sistema-Puglia è stato il modello a cui si è ispirato il metodo di formazione di quegli atleti italiani che oggi raccolgono successi in tutto il mondo. 

In che cosa consiste?

In passato nei circoli tennis regnava una sorta di “tuttologo”, una persona che si occupava di ogni aspetto: dall’allenamento alla gestione societaria del club. In Puglia siamo stati i primi a virare verso un sistema in cui l’organigramma del circolo si è andato ad arricchire di figure specifiche: insegnanti di tennis, fisioterapisti, medici sportivi, preparatori fisici, mentali e alimentari. Tutte professionalità che si occupano ognuna del proprio settore di competenza nel modo migliore, rendendo di conseguenza i circoli dei veri e propri “luoghi virtuosi”. Il tutto si può ricondurre a una parola chiave che sta alla base del successo di questo sistema: formazione. Così sono stati preparati tantissimi maestri di tennis con la consapevolezza che, per sviluppare giovani talenti, servono innanzitutto formatori di talento.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)


Stiamo parlando però di un sistema sperimentato in Puglia negli anni 90 ed esteso in tutta Italia dai primi anni 2000. Tuttavia, nel 2015, l’arrivo di due tenniste italiane in finale agli US Open femminili fu considerato un evento unico e in più il tennis maschile all’epoca non sembrava ancora in grado di produrre risultati di rilievo.

La finale di quello US Open fu sì una sfida tutta italiana, ma anche una finale tutta pugliese, tra la brindisina Flavia Pennetta e la tarantina Roberta Vinci. Di fatto fu la dimostrazione che il sistema-Puglia poteva funzionare. Ovviamente c’è voluto tempo per conquistare i primi importanti trofei, ma negli ultimi anni c’è stata un’accelerazione in questo senso. I campioni di oggi, come Sinner (nato nel 2001) o Musetti (classe 2002), sono cresciuti e si sono formati con quel sistema.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Secondo lei questo è un metodo è applicabile anche ad altri sport?

Certamente, ma per farlo è necessario partire sempre da due parole chiave: formazione e coltivazione dei vivai. La preparazione degli insegnanti e la crescita dei giovani sono due binari paralleli. E non si deve avere fretta: tutte le federazioni sportive possono ottenere successi, ma per arrivarci devono prima fare un lavoro lungo almeno 10 anni.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Prima ha detto che per praticare il tennis a buoni livelli servivano molti soldi: oggi è ancora considerato uno sport d’élite?

No, direi che è diventata una disciplina alla portata di tutti anche economicamente. Adesso la Fitp, una volta individuato un bambino talentuoso, mette a disposizione borse di studio che gli permettono di allenarsi nei centri migliori. In più la Federazione garantisce contributi economici ai circoli per l’organizzazione di tornei internazionali che permettano ai ragazzi di fare esperienza.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

State quindi notando un interesse maggiore verso il tennis da parte dei ragazzi?

Oggi in Italia ci sono 4180 circoli con 15280 insegnanti: solo in Puglia ci sono 235 circoli. Si è creato un sistema virtuoso che prescinde dall’effetto trainante dato dai trionfi di Sinner. Oltre all’Istituto “Lombardi”, a sostenere il movimento c’è l’attività di base: un complesso di politiche didattiche finalizzate ad attirare nuovi bambini e a rendere il tennis sempre più popolare. Aggiungiamo poi alcune iniziative come il progetto “Racchette in classe” promosso dal Ministero dell’Istruzione in migliaia di scuole. E non dimentichiamo importanti iniziative a livello mediatico: per esempio il presidente Binaghi nel 2008 lanciò un’emittente tv specialistica denominata “Supertennis”. Prima il nostro sport trovava pochissimo spazio in televisione, ma da allora è stato inserito sempre di più nei palinsesti. 

C’è sempre più passione per la racchetta…

Sì e vi racconto un episodio semplice ma emblematico. Qualche settimana fa, passeggiando a Bari in un parco, ho notato due bambini con un pallone da calcio e uno da basket seduti che osservavano due bambine giocare con le racchette di legno. Metaforicamente è come se gli sport più popolari fossero adesso in panchina a guardare il tennis.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
 


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