di Gaia Agnelli - foto Antonio Caradonna

Bari, quell'antica masseria costruita su un profondo ipogeo: è Villa Damiani
BARI Una raffinata masseria, una graziosa chiesetta, un grande parco e un antichissimo ipogeo, il tutto raccolto in un angolo nascosto nelle campagne del quartiere Carbonara di Bari. Parliamo del complesso di Villa Damiani, un luogo che racconta secoli di storia cittadina. Da tempo abitato dal centro pastorale per sordi “San Filippo Smaldone”, fino a pochi anni fa accoglieva anche un suggestivo presepe vivente. (Vedi foto galleria)

Per raggiungerlo dal centro imbocchiamo via Fanelli, arteria che dopo Mungivacca prende il nome di Provinciale 80. Arrivati all’altezza di Carbonara incrociamo a sinistra strada Madonna delle Grazie e a destra strada della Vela, sulla quale proseguiamo per circa 300 metri, sino al civico 97, lì dove si staglia la nostra meta.

Adiacente alla recinzione della masseria balza subito all’occhio la piccola chiesa intitolata alla “Madonna della Vela”, edificata a fine 800 dai primi proprietari della struttura, i Di Venere. Il tempio è a pianta rettangolare e presenta una facciata spiovente sulla quale trova spazio un timpano spezzato da una finestra che sormonta la porta verde d’ingresso. Il luogo di culto è malmesso e inaccessibile da una decina d’anni, come dimostrano le crepe e l’erba incolta cresciuta tra le pareti, così non possiamo visitare il suo ambiente unico voltato a botte.

Torniamo ora al cancello della villa, stretto tra le due colonne che ne riportano il nome. Una targhetta al di sopra del citofono “annuncia” il centro “San Filippo Smaldone”, gestito dalle Suore Salesiane dei Sacri Cuori.

Ad aprirci è una di loro, la 76enne madre superiora Mafalda Chianura, vestita dell’abito beige tipico dell’ordine fondato nel 1885 a Lecce da Smaldone, presbitero che si spese molto per l’educazione dei sordi.

Ci ritroviamo così in un grazioso cortile ricco di piante, dal quale si intravede l’enorme giardino che circonda la villa. La residenza delle religiose, a due livelli, si erge sulla destra e presenta la tipica struttura di una torre-masseria fortificata. Il nucleo centrale è a pianta quadrangolare e si sviluppa su due livelli che terminano con il parapetto interrotto da alcune colonnine. Al primo piano si aprono poi delle nicchie voltate ad arco. Oltre agli alloggi privati delle suore, l’edificio conserva una cappella di recente realizzazione.

La superiora ci parla a questo punto della storia del sito. «Le sue origini sono millenarie – spiega – e risalgono a una comunità rurale che si insediò qui per lavorare la terra, agevolata dalla vicinanza con Lama Fitta dalla quale si riforniva di acqua. Il complesso fu chiamato “Massaria La Vela” per via di una leggenda secondo cui molti secoli fa i suoi tunnel sotterranei conducevano al mare. Ecco perché le fu attribuito un titolo che richiama la navigazione».

Nel 1870 l’edificio fu acquisito dai Di Venere. «Donna Rosa, fondatrice dell’Opera Pia Di Venere – evidenzia la religiosa – la adibì a residenza, dandole l’aspetto che oggi conosciamo e dotandola della chiesetta. Nel 1917 la gestione passò però nelle mani dei Damiani che diedero al complesso il proprio nome».

La famiglia apportò numerose modifiche al luogo, a partire dalla creazione del grande giardino, poi ristrutturato dalle sorelle. A donare il complesso a quest’ultime fu nel 1994 la moglie di Giuseppe Damiani, Liliana. Le Salesiane colsero l’occasione per trasferirvi la scuola elementare e materna “Filippo Smaldone”, prima ubicata in una dimora signorile in via Fanelli, a pochi passi da Villa Anna, che da quel momento divenne scenario di sinistre messe nere.


«Nel 1999 comunque l’istituto si spostò a Bari Vecchia  - continua Mafalda –, dove insegniamo ancora oggi. La masseria divenne invece la sede del nostro centro pastorale, che si occupa dell’accoglienza di sordi di tutte le età. Teniamo catechesi e celebrazioni liturgiche tradotte nella lingua dei segni e li aiutiamo a inserirsi nel tessuto sociale grazie anche all’aiuto della Protezione Civile e di varie associazioni di volontariato».

Salutiamo ora la donna e andiamo a visitare il parco, nel quale giocano dei gatti adottati dalla struttura. Davanti a noi troviamo un’aiuola rotonda su cui si affaccia una statua bianca, alle cui spalle si erge una vecchia veliera “abitata” da galline. A sinistra ci sorprende poi un pittoresco gozzo rosso pieno di acqua piovana.

Costeggiata la residenza continuiamo con l’esplorazione tra palme e aiuole, incontrando anche altre due belle statue femminili. In fondo, infine, ecco l’orto gestito da uno dei volontari, il 60enne Franco Mariano. Insieme a lui ci dirigiamo verso il cuore più segreto del complesso, in cui si custodiscono le prime tracce della sua storia: il millenario ipogeo.

Per accedervi torniamo nel cortile per attraversare un arco sormontato da una balaustra in pietra bianca con lo stemma dei Damiani. Ci ritroviamo così davanti a un portone verde e anonimo, ma è proprio dietro di esso che si celano circa cento metri di sotterranei in cui anticamente si producevano pane, olio e vino.

Ci addentriamo così nel criptoportico, lungo corridoio intorno al quale si snodano i vari ambienti. Alla nostra sinistra si dipana un sentiero roccioso nel quale sono conservati tavolette riportanti alcuni simboli ecclesiastici, un focolare e un camino.

Proseguiamo tra gli scavi nella pietra e, superato un ambiente con una sedia e pezzi di legno che ricordano quasi un alloggio segreto, sbuchiamo nuovamente nel buio androne principale.

Nella penombra osserviamo le tracce della lavorazione della roccia sui muri, che di tanto in tanto lasciano spazio a delle basse e cupe cavità nelle quali troviamo cestini, secchi e addirittura una culla: elementi di scenografia del popolare presepe vivente che si è tenuto qui fino a dieci anni fa, quando venne sospeso per ragioni di sicurezza.

Anche se Franco può portare alla nostra attenzione reperti ben più antichi, come il forno secentesco “scavato” nel muro e un torchio di due secoli fa che campeggia alla sinistra dello stretto percorso, prima dell’accesso al secondo ambiente sotterraneo.

Nella pressa del macchinario troviamo dei fiscoli, i dischi in fibra che si usavano per separare l’olio dalla sansa. Accanto, si addossano alla parete delle grandi ruote da carrozze e vecchi utensili per lavorare la terra.

Entriamo infine nell’area più grande della grotta. A primo impatto pare di trovarsi nelle terme: le vasche scavate ai nostri piedi, oggi vuote e illuminate da una forte luce blu, un tempo erano probabilmente gli spazi in cui si raccoglievano le riserve di acqua.

Vi passiamo sopra percorrendo un ponticello di travi di legno e sfiorando le rocce puntellate da fossili millenari di conchiglie. Tramite altri scalini, scendiamo fino a raggiungere un ambiente circolare nel quale “riposa” un antico frantoio in funzione per la molitura delle olive fino allo scorso decennio.

E a questo punto, dopo aver superato una scalinata accarezzata dalla vegetazione, ci ritroviamo nel giardino della villa, lì dove l’ipogeo va a concludere il suo antico percorso nel sottosuolo barese.  

(Vedi galleria fotografica)


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Gaia Agnelli
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Antonio Caradonna
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