di Massimo Iacobellis e Rosalba Sblendorio - foto Valentina Rosati

Ricca e solenne: la chiesa di San Giuseppe, sorprendente simbolo del rione Madonnella
BARI – Dal 1930 si staglia sulle pittoresche case del Madonnella, quartiere del quale rappresenta un importante punto di riferimento. Ma la chiesa di San Giuseppe di Bari non è solo un luogo religioso che comprende tre scuole e un cinema, ma anche un edificio che, una volta varcata la sua porta, rivela un tripudio di colorati affreschi, preziosi capitelli, monumentali archi e inaspettate grotte. Un tempio che siamo andati a visitare (vedi foto galleria).

La chiesa si affaccia su largo Monsignor Curi, una sorta di “rientranza” di corso Sonnino. Progettata dall'ingegnere Mauro Amoruso Manzari, fu inaugurata dopo 17 anni di lavori l'8 settembre 1930, due giorni prima dell'apertura della Fiera del Levante.

La facciata, in stile neoromanico, è caratterizzata dal contrasto tra la pietra bianca e gli accesi colori degli affreschi di Umberto Colonna, presenti sia nelle lunette sovrastanti i tre portali, che in una più grande inglobata nell’archivolto sotto il rosone. Raffigura il “Ritrovamento di Gesù nel tempio”. Su tutta la struttura domina poi l’alto campanile a pianta quadrata.

Prima di entrare, facciamo la conoscenza del 56enne sacerdote don Tino, qui dal 2014. Il prete ci mostra il campo di calcetto in erba sintetica collocato alle spalle della parrocchia, oltre all’asilo nido e alle scuole materna ed elementare situate in un palazzo adiacente. E infine con orgoglio ci porta davanti al fiore all’occhiello della comunità: il cinema Esedra, posto accanto al luogo di culto.

Si tratta di una delle poche sale attive rimaste a Bari, città che negli ultimi anni ha visto anche la chiusura dei “reduci” Ambasciatori, Armenise e Abc.  Il cinema, costruito nel 1956 con il nome di “Felix”, ha assunto la denominazione di Esedra nel febbraio 1977. «E nel 2010, dopo anni di gestione privata, è stato acquisito dalla parrocchia di San Giuseppe, che da allora gli ha donato una programmazione “educativa” ci spiega don Tino -. Le pellicole sono sempre di qualità, non censurate e affrontano tematiche importanti sulle quali non si possono chiudere gli occhi».

Entriamo, per ammirare le 332 poltroncine blu poste davanti allo schermo che proietta più che altro film di seconda visione. E veniamo a scoprire un curioso particolare: qui è possibile acquistare un ticket a metà prezzo che viene lasciato in un apposito box, in attesa che venga regalato ai più bisognosi. L’iniziativa viene chiamata “il biglietto sospeso”, chiaro riferimento al famoso caffè “solidale” napoletano.


Ma è arrivato ora il momento di accedere all’interno di San Giuseppe. Saliamo alcuni gradini e oltrepassiamo il primo dei tre splendidi portali in legno massello che arricchiscono la facciata. In un attimo siamo dentro e ciò che ammiriamo è sorprendente: non ci saremmo mai aspettati tanta abbondanza di dettagli, che in un vortice di colori richiamano stili che spaziano dal neoromanico al neogotico.
   
La chiesa, a croce latina, è divisa in tre navate da variopinte semicolonne adornate da capitelli che sorreggono volte a crociera generate da archi a tutto sesto. I toni caldi, dall'oro al rosso, predominano e conferiscono all'ambiente quel senso di raccoglimento spirituale che dovrebbe essere l'obiettivo di ogni luogo di culto.

Raggiungiamo l’altare, su cui si erge un grande dipinto di Mario Prayer: raffigura San Giuseppe accompagnato dal figlio adolescente Gesù. Quasi tutte le decorazioni dell’edificio sono di questo artista, che assieme al fratello Guido ha impreziosito alcuni degli edifici più importanti della città, quali l’Ateneo e il Palazzo Ingami-Scalvini.

Nella navata destra invece ecco l’altare con il mosaico di Sant'Antonio, rappresentato assieme alla Vergine e al Bambino, copia dell’originale fiammingo di Van Dick. Questa è la parte della chiesa più spettacolare, lì dove volte, archi, capitelli e decorazioni dorate si rincorrono in un gioco di luci e ombre, mettendo in rilievo i cinque affreschi dedicati alla vita del santo di Padova.

Meno ricca è la navata opposta, quella di sinistra, dominata dalle pitture consacrate a San Nicola. Però qui, scendendo alcuni gradini, si ha la possibilità di accedere a una particolare “grotta” che riproduce quella di Lourdes. Avvolti dai dipinti di Umberto Colonna e protetti da un elegante soffitto a cassettoni, ci ritroviamo in un ambiente raccolto e intimo, che induce alla preghiera.    

Prima di lasciare questa incredibile chiesa, ci attende però un’ultima tappa: il campanile, il cui accesso si trova in sagrestia. Dopo aver percorso una ripidissima scaletta, arriviamo fin su, dove pur non potendo ammirare il panorama circostante a causa di grate protette da reti molto spesse, facciamo la conoscenza di quindici enormi campane. Sono le stesse che da novant'anni scandiscono la vita dell’intero Madonnella, rione del quale la solenne San Giuseppe rappresenta un simbolo indiscusso.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica)

© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita



Massimo Iacobellis
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Rosalba Sblendorio
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Valentina Rosati
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  • vito petino - Foto 22 - Nel 1965 l'allora arcigno parroco don Michele, faceva sposare in quella grotta e alle 7 del mattino tutti i peccatori che avevano fatto la fuitina, la maggior parte di loro giovani innocenti, come me, che erano costretti a farla per mancanza di economie necessarie a un matrimonio normale. Da allora l'ho sempre chiamata la grotta dei giovani peccatori, che manco un parroco cristiano perdonava, se non dietro compenso pro manibus nascoste. Eh don Michele, quanti peccati commettesti tu, al mio diniego di darti le 20 mila lire che chiedevi, e che io non avevo, per un matrimonio alle 11 e sull'altare maggiore. Tu non mi perdonasti, io ti perdono ...
  • vito petino - Caro don Michele, tu sei in quel mondo di verità assoluta e sai come è finita peggio quella storia cominciata male in quella grotta della parrocchia di San Giuseppe, alle 7 di mattino in una calda giornata di giugno del 1965. Niente addobbi floreali e canti religiosi. Soltanto la litania dei pianti di mia madre e di mia zia e quelli di sua madre. Avevamo vent’anni e mezzo io, sedici lei. Immaturi entrambi, tanto immaturi da aver avuto quattro figli in sei anni, una crisi insanabile e la separazione. I figli son rimasti con me, di lei non abbiamo saputo più nulla, se non di alcuni suoi ricoveri in neuro e poi più niente. I suoi hanno tenuto nascosto il tutto per non so quale assurdo riserbo …

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