di Raniero Pirlo

Da uagnòne a bbuàtte: tutte le parole del dialetto barese che provengono dal francese
BARI – “Se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari”. Il famoso detto ben si presta a rappresentare una realtà che caratterizza il capoluogo pugliese: quella dell’origine francese di alcune parole dialettali.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Lo abbiamo detto più volte: la città nel corso dei secoli è stata conquistata e dominata dalle popolazioni straniere più disparate, ognuna delle quali ha lasciato importanti tracce nell’architettura, nelle arti, nella cucina, nei cognomi e naturalmente nel linguaggio. Tra Ostrogoti, Bizantini, Longobardi, Saraceni e Spagnoli, quelli che però hanno influito maggiormente nella trasformazione del vernacolo locale sono stati i francofoni.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

I primi a stabilirsi in Puglia furono i Normanni (dal 1071 al 1189), seguiti a distanza di un secolo dagli Angioini (1268-1442), senza dimenticare i soldati delle truppe del generale Gioacchino Murat che si stanziarono dal 1799 al 1815.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

E così ancora oggi il dialetto è pieno di termini di stretta derivazione “transalpina” come uagnòne, bbuàtte, scicche, sciaraballe, veccìire o bbrellocche.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Per approfondire l’argomento abbiamo intervistato Giovanni Manzari, linguista ed esperto di dialettologia.

Quindi i primi a dare un’impronta “francese” a Bari sono stati i Normanni.

Sì, a partire dal 16 aprile 1071, giorno in cui Roberto il Guiscardo sconfisse i Bizantini e conquistò Bari. Questo popolo proveniva dalla Normandia, a nord-ovest della Francia e parlava un idioma galloromanzo del ceppo d'oïl. Poi tra il 200 e il 400 c’è stata l’influenza Angioina, la quale ebbe inizio a seguito dell’uccisione del re Manfredi figlio di Federico II e della sconfitta degli Svevi per mano del parigino Carlo I d’Angiò. Infine occorre notare come la terza stratificazione, quella ottocentesca, non vada attribuita soltanto al periodo napoleonico e murattiano, ma più in generale al fatto che il francese fosse all’epoca la lingua internazionale. Gli italiani e i baresi, in modo simile a quanto accade oggi con l’inglese, arricchirono infatti il lessico di voci della lingua d’Oltralpe, proprio per il suo prestigio.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Allora vediamo nello specifico quali sono le parole dialettali che provengono direttamente dalla Francia. Partiamo da quelle più comuni.

Ecco cheppòne (debito): deriva da “coupon” (tagliando). Oppure chi non si è mai aperto u bbuàtte, la scatoletta di latta? È uno dei francesismi più evidenti in quanto proviene da “boîte” (scatola), che si pronuncia proprio alla maniera barese. Poi in cucina sarà capitato a tutti di stappare una bottiglia di vino con il tirabusciò, vocabolo che arriva da “tirebouchon” (cavatappi). In realtà è un termine diffuso non solo a Bari ma ormai presente nell’italiano. Infine ci si potrebbe preparare un po’ di carne acquistata da u veccìire: il macellaio. Si tratta di un prestito decisamente più antico degli altri due, dall’antico “bouchier”, acclimatatosi da secoli nei dialetti pugliesi.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Mentre tra le voci che si diffondono in epoca ottocentesca quali possiamo ricordare?

Direi sciarrètte e sciarabballe, per indicare due tipi di calesse d’epoca. Questi vocaboli sono riconducibili rispettivamente al francese “charrette” e all’adattamento pugliese di “char-à-bancs”, letteralmente “carro con panca”.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma è vero che il diffusissimo “uagnòne” proviene dagli Angioini?

Certo, la parola dialettale usata per “ragazzo”, secondo la ricostruzione di Franco Fanciullo, linguista dell’Università di Pisa, è penetrata in epoca angioina e deriva da “gaaigneour”, “waigneur”. Il significato è quello di guadagnatore a giornata, nei campi. Fra l’altro la forma barese è probabilmente più antica della corrispondente napoletana “uaglione” che è documentata solo a partire dal Seicento, nella fiaba “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Tra i verbi invece?

“Accattà” (acquistare) proviene certamente dal latino ad-captare. Tuttavia è probabile che sia passato attraverso la mediazione dei Normanni. Un altro esempio, più recente, è acciaramà, cioè circuire, allettare, che è probabilmente da ricondurre a “charmer” (ammaliare).Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Poi ci sono molti i termini che riguardano l’arredamento e persino i gioielli…

Ad esempio alcuni chiamano un piccolo tavolo in cucina oppure una credenza bbeffètte (da “buffet”). Altri potrebbero trovarsi nella propria casa u segretè, fondamentalmente un mobile con scomparti segreti (da “secrétaire”) o anche una ceffonìire, mobile a cassettoni (da “chiffonnier”). Per i gioielli invece una voce che si sente ancora è bbrellocche (ciondolo prezioso) da “breloque”. Per indicare poi una preziosa collana si dice u gollìire, da “collier”. E magari infine qualcuno conserva nel suo armadio u scicche, la giacca elegante (da “chic”) oppure una scemise, soprabito leggero che arriva da “chemise” (camicia).Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

È bene però sottolineare come i baresi abbiano sì preso in prestito alcune parole “transalpine”, ma mantenendo pur sempre come base il lessico latino.

Esatto. Ho notato come i non specialisti tendano un po’ a sovrastimare il peso delle voci di origine straniera del vernacolo. Non bisogna dimenticare che i dialetti italiani, come tutte le lingue romanze, costituiscono la continuazione diretta, locale, del latino parlato. Anche per il barese quindi grammatica e lessico basilare sono di diretta ascendenza latina. Le parole di “prestito”, che siano di radice germanica, araba, spagnola o francese, costituiscono solo una parte “periferica”, anche se certo interessante per motivi storici e culturali.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Foto di: ATIPIX


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  • Vito Petino - Derivano sì dal francese, ma hanno oggi una loro autonomia nel più pratico dialetto barese, scrivendoli correttamente, UAGNON, UAGNUN, e UAGNEDD sia singol che plurime, e BUATT singol e plurimi. Altrimenti con le "e" finali rimangono francesi, commettendo fra l'altro grave errore...
  • Antonio Natile - Uagnonə (ragazzo) e tutte le sue varianti è una parola diffusa in tutto il sud. In altri dialetti del sud significa anche bambino. Ganeonis in latino può significare "ghiottone, gran mangiatore e bevitore". Mi sembra abbastanza chiara pa correlazione.
  • Monica Mazzone - Mio padre era barese e a casa sentivo spesso i termini appunto come buatta, tiella, ma anche bibero (biberon in francese). Articolo molto interessante.
  • Emanuele Zambetta - Articolo molto interessante. Mi complimento col giornalista ed il preziosissimo linguista Giovanni Manzari. Peccato si propongano ancora “battaglie” insensate/comiche contro grafemi che hanno il nobile compito di rappresentare i fondamentali scevà (siano essi “e”, “ë” o “ə”). L’importanza di rappresentare gli scevà in scrittura risulta evidente anche nella metrica poetica: innumerevoli volte occorre pronunciarli col fine di rispettare determinati meccanismi legati al conteggio delle sillabe. Per esempio nel verso ottonario “nu uardiàne cheraggiùse”, “uardiàne” è necessariamente un trisillabo (non un bisillabo). Dopodiché, sì, nel parlare comune potrebbero realizzarsi sia “uardiàne” che “uardiàn”. Ma di base, per una questione di ordine grafematico, sarebbe assurdo non rappresentare gli scevà; sarebbe impossibile ad esempio non pronunciare questo fono in “chietrà”, “reueldà”, “Màrie” o “còrrue”.


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