di Marco Montrone e Salvatore Schirone

«Non gradevole e poco colto»: ecco perché i baresi si sono vergognati del proprio dialetto
BARI - C’è chi afferma sia una lingua, chi sta studiando il modo per scriverlo correttamente, chi lo utilizza per tradurre il Vangelo, chi va alla ricerca delle sue varie inflessioni e chi lo utilizza in film di successo. Da un po’ di tempo il dialetto barese sta ottenendo una inaspettata rivalutazione da parte degli abitanti del capoluogo pugliese. Oggi infatti la parola d’ordine è “orgoglio barese” e così anche il vernacolo è entrato a far parte dei tesori locali da valorizzare.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma non è stato sempre così. Dal secondo dopoguerra in poi il dialetto ha subìto una vera e propria guerra da parte di coloro che volevano imporre in tutta la Penisola la lingua italiana. Bisognava “alfabetizzare” e unire un intero popolo e così, prima di tutto a scuola, l’uso del barese fu di fatto vietato.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Dagli anni  50 sorse un pregiudizio nei confronti del dialetto, considerato un ostacolo nell’apprendimento dell’italiano – conferma Gigi De Santis, membro dell’Accademia della lingua barese -. I bambini venivano rimproverati dai propri parenti se lo usavano davanti agli estranei e ci si vergognava di parlare una lingua che i più consideravano volgare. E così nel tempo molte parole arcaiche e modi di dire furono dimenticati e la nostra tradizione sì impoverì».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il processo di “radicale italianizzazione” fu però comune a tutte le regioni e le città della Penisola. Eppure in molti territori non attecchì. Si pensi a Napoli e Roma o al Veneto, alla Sicilia e alla Sardegna. In queste aree il dialetto si continuò tranquillamente a utilizzare, assieme all’italiano. La popolazione difese con amore la propria “parlata”, che ancora oggi viene impiegata persino nel cinema e in televisione.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Perché invece i baresi, contrariamente al resto d’Italia, “nascosero” e dimenticarono la propria lingua? Abbiamo posto questa domanda al dialettologo e linguista barese Giovanni Manzari, autore di numerose pubblicazioni sul vernacolo locale.  

Perché i baresi hanno “ripudiato” il proprio dialetto?

Lo scarso prestigio del dialetto barese si basa su due livelli. Il primo è una sorta di “percezione negativa” che il cittadino ha nei confronti del proprio modo di comunicare: “sente” la propria parlata come “brutta”, poco presentabile, fonte d’imbarazzo o di vergogna. Un’idea consolidata dal “pensiero” del resto dell’Italia, che ha sempre considerato l’accento pugliese come sgradevole e incomprensibile o addirittura comico. Del resto il barese non è mai stato associato alla poesia e al teatro, come è invece avvenuto per il napoletano o il veneziano. I due aspetti, interno ed esterno, si sono sempre rafforzati a vicenda.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma è proprio così? Il modo di parlare barese è effettivamente “poco presentabile”?

Le vocali delle parlate dell’area di Bari si caratterizzano, in molti contesti, per una serie di dittongazioni (“gallina” in bitontino diventa gaddòine) o comunque alterazioni (si pensi per esempio al gravinese e a vari altri vernacoli, in cui a può suonare come una vocale centrale, per cui “casa” si dice kə́sə, con la prima vocale che ha lo stesso timbro dell’indistinta finale). Tali suoni sono percepiti sia dai parlanti che dai non pugliesi come una sorta di “storpiatura” dell’italiano, poco fini, volgari. Non a caso in diversi dialetti i dittonghi sono regrediti o si stanno estinguendo con le nuove generazioni. Più in generale l’espressività dei baresi, anche nella tonalità, nel ritmo, nella mimica, è percepita come ruvida. il pugliese, soprattutto il popolano verace, quando parla sembra sia adirato: è polemico, indulge volentieri all’urlo, in un modo più secco e asciutto di quanto non faccia ad esempio il napoletano o il siculo. Quest’asprezza comunicativa (che cela in realtà schiettezza e sincerità), risulta poco accattivante e gradevole all’orecchio.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Quindi è solo una questione di “suoni”?

No, ci sono ragioni più profonde, dovute al fatto che la Puglia continua a scontare una sorta di complesso d’inferiorità nei confronti del resto d’Italia. La regione è stata infatti esclusa per lungo tempo dalla “Storia” italiana, che ha interessato più il Tirreno, lo Ionio e l’Appennino, ma non la Puglia. La storia illustre è spesso fiorita altrove, lasciandoci un po’ ai margini. Mentre la maggior parte della Penisola, prima di Roma, parlava dialetti italici, noi nel frattempo eravamo stati colonizzati dagli Iapigi, che parlavano il messapico, lingua di origine balcanica, indoeuropea sì, ma molto diversa dall’osco, dall’umbro, dal latino, dal siculo, dal venetico, tutti fra loro imparentati. E anche la gloriosa “grecità”, che si è imposta in Sicilia, Campania, Calabria, lambendo il Salento e creando Taranto, ha lasciato però fuori Bari e la Puglia settentrionale.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Insomma Bari è sempre stata una città “provinciale”…

Sì. La Puglia è stato il territorio più ricco dell’età normanna e poi sveva, la terra più amata dall’imperatore Federico II, ma la capitale all’epoca era Palermo. La grande letteratura è quindi sbocciata in Sicilia: anche poeti di origine pugliese scrivevano in siciliano. Con gli Angiò il centro nevralgico del regno si spostò definitivamente a Napoli e la Puglia entrò in una decadenza da cui si risollevò, in parte, solo nell’Ottocento, con lo sviluppo dell’industria, del commercio, con la modernità. Ciò è sintomatico del senso pratico pugliese, molto fattivo e poco incline alla poesia e all’astrazione, in piena consonanza con lo spirito mercantile e utilitaristico della nuova civiltà borghese.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Da qui la “poca nobiltà” del dialetto barese…

Il barese, diretto e poco cerimonioso, fa miglior figura quando agisce che quando parla e, quando parla, lo fa per scopi pratici. Ciò, insieme al resto, spiega la povertà della letteratura pugliese, che non è praticamente mai giunta alla ribalta nazionale e ci riporta alla questione di partenza: il pugliese sente il suo mondo, le sue tradizioni, il suo modo di parlare, come qualcosa di intimo, riservato alle situazioni famigliari e amicali, legato a memorie della propria comunità, ma fa fatica a ricollegarlo a una cultura illustre, riconosciuta. Le nostre sono lingue nobili e antiche, conservano elementi di  latinità scomparsi in tutto il resto del mondo neolatino (si pensi al crà, pescrà.), ma noi pugliesi tendiamo comunque a vergognarcene, a celarle.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

A differenza di altre zone d’Italia…

Certo. Un napoletano andrà sempre orgoglioso delle splendide canzoni di Di Giacomo e le canterà a squarciagola ovunque nel mondo. Un romano non mancherà mai di ostentare la sua lingua, consacrata da Belli, da Trilussa e da tanta cinematografia. Ma un barese? Ha Francesco Saverio Abbrescia e altri poeti pregevoli, ma pressoché ignoti fuori dal circuito cittadino. Però non si deve pensare solo a una questione di riferimenti eruditi e consapevoli, ma a un sentimento sotterraneo, inconscio, sedimentatosi nei secoli, legato all’esclusione delle nostre plebi contadine dalla storia illustre (si pensi invece alla contigua Lucania, così magistralmente narrata da Carlo Levi).Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Oggi però sembra che qualcosa stia cambiando.

La Puglia va molto “di moda”, è vero, ma è un fenomeno recentissimo. Rimangono tantissime le coppie riluttanti a trasmettere il proprio patrimonio linguistico ai figli. Ma su questo bisognerebbe lavorare: c’è da far capire che il dialetto non serve solo a fare battute più o meno triviali, ma è un sistema linguistico di enorme ricchezza grammaticale e lessicale, da custodire gelosamente e tramandare alle future generazioni.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Foto di Anna Simi

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Marco Montrone
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Salvatore Schirone
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  • roberto - Interessante dissertazione, che condivido. Mi permetto solo di segnalare che spesso vengono usati i termini Puglia e pugliesi in modo inadeguato. Proprio in ordine alla lingua si deve parlare di Dauni , japigi e...Messapi non Pugliesi . Tanto che i Messapi (leccesi) non si vergognano del proprio dialetto (tutt'altro).
  • Antonio Leone - Rimane il mio dubbio su certe somiglianze con il franco e anche inglese. L'inglese deriva dal franco antico, portato dai normanni, che invasero la Britannia contemporaneamente alla Puglia e Campania. I dittonghi e la "a" pronunciata "ae" derivano di là, ma la "ae" c'è pure in Emilia (molto) e Veneto (andemo..) senza che lì siano arrivati i normanni. Quindi, forse l'origine è ancora più antica: popolazioni celtiche dei Balcani che invasero la costa adriatica e i "pugliesi" furono chiamati Japigi?
  • Gigi - Impeccabile l’analisi sociolinguisica di Giovanni, ma riguardo alla parte storica c’è da aggiungere che Bari è stata sede del catapanato bizantino prima dei normanni, cioè la capitale del mondo bizantino nell’occidente. In seguito, c’è il periodo di splendore della città durante gli Sforza, che ha preceduto il periodo bisecolare di declino causato dal vicereame spagnolo. Poi, si dice Federico II non aveva per niente in simpatia i baresi, visto che avevano voltato le spalle a bizantini, prima, e a normanni, dopo.
  • Emanuele Zambetta - Sono classe 1981 e mi ritengo fortunato perché fin da piccolo, dove "mi voltavo e mi giravo", ascoltavo parlare il dialetto barese: partendo dalla maestra elementare della Carlo Del Prete e da familiari e parenti, passando per gli anziani che giocavano a carte nel giardinetto della chiesa russa e i mercanti di via Monte Grappa, arrivando ai frequentatori di n-dèrr'a la lanze e agli abitanti del canalone in zona Torre Tresca ai tempi delle stalle di vacche qua e là. Si è parlato di complessi di inferiorità. Sono d'accordo. Ma chi oggigiorno ha gli attributi, li esca, produca opere letterarie e si proponga all'Italia intera. Direi sia giunta l'ora di lottare affinché questo accada. Cerchiamo di tornare stabilmente alla qualità degli scritti degli autori classici nostrani e facciamoci conoscere a livello nazionale. Baresi, scrivete in dialetto e fatevi valere! Occorrono i fatti! Gli amanti del nostro idioma, uniti per un unico scopo!
  • Marco - Mi è piaciuta molto questa analisi. Parlo da ventenne: Bari l'ho sempre sentita emarginata a livello culturale, ed è triste soprattutto per un giovane che vuole fare l'artista e portare alta la bandiera della sua città. Anche nell'epoca moderna, nonostate sia la terza città più popolosa del Sud, non è stata in grado di rivalutarsi. La comicità poi, è vero ha portato Bari sotto i riflettori, ma dall'altra parte ha fatto si che il barese venga spesso associato al simpaticone di turno o al personaggio poco serio, insomma una specie di "macchietta".

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