di Mattia Petrosino

Bari: tra caravelle, chiese leggendarie e "ziazì", la storia della festa di San Nicola
BARI – Anche quest’anno, a causa del Covid, non andrà in scena la festa più sentita dai baresi: quella di San Nicola. Tre giorni di celebrazioni (7,8 e 9 maggio) che ricordano quando, nel 1087, 62 marinai partiti da Myra condussero a Bari le spoglie del santo. Una solennità che da secoli racconta di caravelle, chiese leggendarie, pellegrinaggi, colonne miracolose, quadri misteriosi e statue venerate dai fedeli.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Abbiamo così ripercorso la storia della traslazione delle ossa del Patrono, concentrandoci sui suoi risvolti più inediti. (Vedi foto galleria)

La traslazione delle ossa – La traslazione delle reliquie avvenne alla fine del periodo della dominazione bizantina, quando Bari, dopo essere stata elevata a Catepanato, massima espressione politica dell’Impero Romano d’Oriente, stava attraversando con i Normanni un periodo di crisi. Tra l’altro nel 1085, Antiochia (nell’attuale Turchia) principale partner commerciale dei baresi, era stata occupata dai Saraceni, mettendo in pericolo i traffici di merci tra le due città.

Serviva così un “qualcosa” che risollevasse le sorti di Bari, che le restituisse prestigio: si decise così di strappare le reliquie di San Nicola dalle mani degli “infedeli”. Sì perché proprio vicino ad Antiochia si trovavano le ossa del santo, patrono dei marinai baresi: erano ospitate a Myra, lì dove si ergeva la chiesa a lui dedicata. 

Una missione (pare finanziata dalla ricca famiglia Dottula), che andava però compiuta nel più breve tempo possibile, visto che anche i Veneziani miravano allo stesso obiettivo.  

Così, nei primi mesi del 1087, tre caravelle cariche di cereali guidate da 62 marinai salparono da Bari alla volta di Andriake, porto di Myra. Giunti lì, 47 di loro si inoltrarono all’interno fino alla chiesa, in cui c’erano quattro custodi, di cui tre monaci.

Dopo una breve preghiera, fingendo di essere normali pellegrini, i baresi si fecero indicare il luogo dove era sepolto San Nicola. I religiosi all’inizio si rifiutarono di rispondere, poi però con la spada alla gola cambiarono idea e furono costretti a parlare.

I marinai scesero nella cripta, ma al momento di frantumare il sepolcro si fermarono. Si fece però avanti il giovane Matteo che con una spranga di ferro ruppe l’urna e trasse fuori la maggior parte delle reliquie, tra cui anche il cranio. Lasciarono quindi solo una piccola parte delle spoglie ai Veneziani, che le posero nella chiesa di San Nicolò al Lido.

E dopo aver fatto tappa in varie città del Mediterraneo, il 9 maggio le ossa giunsero a Bari, accolte da una folla festante nel porticciolo di Cala Pantano, a San Giorgio.

Leggenda vuole che le caravelle furono seguite da una “colonna miracolosa”: la stessa che, all’interno della cripta della Basilica, è oggi oggetto di “venerazione” soprattutto delle donne in cerca di marito.

Il “pellegrinaggio” delle reliquie – Una volta giunte in città si dice che le ossa furono custodite, solo per una notte, nella chiesetta di San Sossio, sistemate in una cassa lignea ricoperta di stoffe comprate ad Antiochia. Si tratta di un piccolo tempio ancora oggi in piedi seppur completamente in stato di abbandono. Si trova all’interno di Lama San Giorgio, non lontano dalla statale 16. Del santuario, detto anche di Santa Sofia o di Vassallo dal nome dell'antico proprietario vissuto nel 700, sono rimaste solo due pareti tenute in piedi grazie a delle assi di rinforzo.

Le reliquie il giorno dopo, sempre secondo la leggenda, furono però spostate nella chiesa di San Nicola del Porto. Quest’ultima non è più esistente: un architrave modanato e i residui di due piedistalli, incastrati all'interno di moderne mura color salmone, sono tutto ciò che rimane del suo ingresso, situato sotto l’arco di Sant'Onofrio che si apre in piazza dei Gesuiti, nel centro storico di Bari.

Ma dopo i primi passaggi nacque il problema della persona a cui affidare definitivamente le spoglie. La scelta ricadde sull’abate Elia che le prese in consegna con la promessa di tenerle nel monastero di San Benedetto fino a che il popolo non avesse preso una decisione.

Due giorni dopo, l’arrivo dell’arcivescovo Ursone, deciso a portarle in Cattedrale, complicò il problema. Il suo tentativo di impadronirsene provocò uno scontro armato con due morti e molti feriti. Finalmente il prelato si rassegnò e concesse che il palazzo del Catepano, venisse trasformato nella Basilica, in modo tale che Nicola avesse in città un proprio tempio.


Nel frattempo quindi i resti vennero trasportati a San Benedetto. Questo luogo del VIII-IX secolo si apre ancora oggi nei sotterranei della chiesa di San Michele Arcangelo, in strada de’ Gironda. Il gioiello si trova in basso a un altare ricavato nella pietra, lì dove una grata dorata custodisce proprio la nicchia in cui nel 1087 vennero custodite le reliquie.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Qui i resti rimasero sino al 1° ottobre del 1089, quando vennero deposti dal Papa Urbano II in una bara lapidea adagiata sotto il sobrio altare in marmo della cripta della nuova Basilica.

La festa – Da allora ogni anno, il 7, l’8 e il 9 maggio, si tiene a Bari una festa in ricordo dell’arrivo delle reliquie.

Il primo giorno il protagonista è il quadro raffigurante il santo, che parte nel pomeriggio da Cala Pantano a San Giorgio, nel punto in cui nel 1087 sbarcarono i resti di San Nicola.  La preziosa immagine (conservata durante l’anno nel Museo Nicolaiano) risale al 1627 ed è firmata da “Simplicius” dal latino simplex (semplice), parola che si usava all’epoca per indicare un artista che non voleva apparire.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il dipinto viene posto prima su un colorato gozzo, il quale lo conduce su un peschereccio ricoperto da bandiere e gagliardetti. Nave che è sorteggiata ogni anno da un apposito comitato delle feste patronali che regala così ai pescatori baresi un momento di gloria.  

Il natante parte a quel punto alla volta del Molo Sant’Antonio. Va quindi “per mare”, così come recita la famosa canzone popolare Sanda Necòle va pe màre, va vestùte a marenàre, e ca vole la mendagnòle, Sanda Necòle tutte d'ore (San Nicola va per mare, va vestito da marinaio, gradisce i pellegrini  di montagna  (gli umili),­ San  Nicola tutto  d'oro).Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Arrivato al porto vecchio il quadro viene sbarcato e posto su una riproduzione in piccolo della storica caravella del marinaio Matteo. È così “raccolto” dal corteo storico che, partito dal Castello, termina la sua “corsa” in Piazza San Nicola, davanti alla Basilica. A far da cornice: falconieri, timpanisti, sbandieratori e danzatori.

L’8 maggio è invece il giorno della processione della statua, conservata tutto l’anno nella teca di vetro situata nella navata sinistra della Basilica. È del 1794 e  fu intagliata da Giovanni Corsi, verosimilmente un napoletano trasferitosi a Bari. La scultura la mattina passa con il baldacchino tra le viuzze strette e anguste di Bari Vecchia, fino ad arrivare al Molo San Nicola.

Qui è imbarcata sul peschereccio che il giorno prima aveva accolto il quadro, alla presenza dei tanti pellegrini accorsi in città. In barese questi ultimi vengono soprannominati “ziazì”: si tratta di persone di diversa nazionalità e confessione religiosa che rendono omaggio al Patrono venuto dal mare.

E tra il volo delle Frecce Tricolori (ormai un’abitudine per la sagra) e passeggiate sul lungomare all’insegna di salsicce e birra, la statua rimane sulla “caravella” sino a sera, quando viene portata per l’ultima processione in Piazza del Ferrarese, lì dove l’attende ogni anno un altare circondato dalle luminarie. E in tarda serata, a concludere il tutto, ci sono gli attesi e colorati fuochi d’artificio, esplosi dal Molo Sant’Antonio.

Infine il 9 maggio, il giorno della “festa dei baresi”, chiamata così perché non vede più pellegrini in città. Fulcro della celebrazione è la Santa Manna, il liquido che fuoriesce dalle ossa del patrono.

Viene prelevata in chiesa dal Rettore della Basilica e al cospetto del vescovo, il quale impartisce la benedizione all’assemblea. La manna pura è poi diluita con acqua benedetta e distribuita ai fedeli, offerta soprattutto agli ammalati per aspergere le ferite. Una tradizione questa che simboleggia, a distanza di secoli, la presenza viva di San Nicola in mezzo al suo popolo.

(Vedi galleria fotografica di Nicola Velluso)


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  • Vito Petino - LA PRIMA VOLD A SANDA NCOL - Ialzt, Vitin, alla mamm. C no sciam subbt, non’u vdim a Sanda Ncol. Iosc l crstian so’ assà ca vonn a dmannà na grazij. Ven’n pur tanda pllgrin da for. Iè ccom alla fest d magg, ma no ch l giostr e l bangarell atturn atturn e o lungomar. Ma ijnd alla Basilch e a Barvecchij, ssì, iè ffest. M’arrcordch mangh c foss mò la prima vold che zia Mamm m prtò alla fest d Sanda Ncol d dicembr. Iedd iev conzorell dlla Chis d Sand’Andogn, chedd che sta vcin alla caserma Picch e do’ millnovcind e trendaseij non’avev ma’ mangat a nsciuna prgssion, né dell’Addolorat o vnrdì dll Palm e mangh d Sand’Andogn u tridc d giugn. Ma comm’a tutt l baris iev pur fedel a Sanda Ncol. E sccom s’ev fssat d prtarm p la prima vold alla fest du se’ dicembr, mi facì alzà alle quatt d chedda matin. Appen m schduò, non vlev alzarm. Stev tand bell o ccald. Ma po’ m’arrchrdabb ca c no m’alzav subbt, m’avev’alzà sì cchiù ttard, ma p sci alla scol. Allor sgusciabb da ijnd o litt accom a n’anguill, zmbabb all’mbit e angor chiù velosc m lavabb e m vstibb. Avev acchmnzat probbij o prim d’ottobbr passat la prim elemendar alla Balill, e nonn’è ca m piacess assà sci alla scol. - La colazion la facim a nu bbar d na chmbagna me’ vcin o Castidd – m dcì zia Mamm. Scnnemm da cas. O spunn d via Carull ch via Abbresc, probrij addò stev u ngozij dll’alimendar d Marì dù ppan (qualche d’un la chiamav pur Marì d Carvnar, o la carnares), agg’ramm e ng facemm tutt la strat dritt dritt sin o lungomar. Passamm da nanz o furn a llegn ca stev attaccat o ngozij d’Annunziat che vennev u sapon Scala, superamm la latteria Pringp, la Chis dll Cappuccin e u cinm Sandalucì. G’ramm a snist e facemm u lungomar o lat dll giardin. O marciappit drmbett, cudd vicin a mmar, facev tropp fridd. E ppo’ a chedd’or non z vdev nudd. Arrvat all’aldezz dlla Piramda tagghiat, ca stev ijnd o giardin alle spall dlla Camr d Commerc, attraversamm lungomar Nazzario Saur, salemm sop o marciappit du giardnett nnanz o Barrion, e sop o uald marciappit pgghiamm costa cost nderr alla Lanz. O Circl dlla Vel, attaccat o Margherit, scemm drmbett, passann nnanz o mrcat du pesc e g’rann a piazz du Ferrares, vdemm tanda crstian, ca parlavn giargianes, vstut com all zingr, ch mdagghij e fgur grann d Sanda Ncol appnnut mbitt. - Chi sono quelli, zia Mamma? - So’ l ziazì, l fedel a Sanda Ncol ca ven’n da Potenz, Avellin, Benevend, Cambobass, e pur da Pescar. A Magg so almen desc vold d cchiù. Arrivn u giorn sett pu cortè storch, vonn semb nzim p tutta Bbar e candn, mang’n e dormn addò s iacchijn. S ndratten’n sin o uett a sser dop u spar, frnut la fest, s n torn’n all cas lor. La dia dop, u giorno nov, iè la fest asslut d nu’ baris. - Ho capito. Mamma però mi ha detto che si chiamano pellegrini. Lassamm l ziazì e chmnzamm a salì la strat sop alla Mragghij. Affacciat alla rnghir vdibbch nu spettachl ca non avev ma’ vist d nott. La luscia verd du far d Sand’Andogn agg’rav atturn atturn, cu ragg che scev e vnev. Lassat dret a nu u Fortin, finalmend arrvamm alla scaletta che dalla Mragghij prtav abbasc alla strat p scì alla Basilch d Sanda Ncol. Alle cingh iemm arrvat ijnd alla chiazz d la Basilch. E da dà acchmnzò u gbller. C ng spngev da na vann e ci da l’ald. - Vitin alla mamm, dang a cudd dll fgurin l sold che t so ddat, ca quand sciam o barr t l doggh arret. Zia Mamm m’avev dat cinguanda lir spiccl aqquann ng’emm mvut da cas, e p’avè l do’ figurin d Sanda Ncol vlev che ng l dess tutt p ddo’ figurin pccnonn. Ma jì ng dibb asslut vind lir. - Ng si dat tutt l trris, alla mamm. - Sì, zia Mamma. Dcibb p bscì. - Damm la man, Vitin, s no dò ng prdim, la Mamm. Zia Mamm m strngev la destr e jì ch la snist ng pghiabb u cappot e non u lassabb cchiù. Mmenz a cchedda barrir d crstian non vdev probrij nudd. S scev nnanz asslut mvenn l pit a nu pass alla vold, strsciann l sol dll scarp sop all chiangh gnor dlla strad. Ndrappcuabbch all gradin, passamm sob’alla soglij, e ngi’acchiamm ijnd alla Chis, semb a conzumà l sol dll scarp, strsciann strsciann. E quann parev che non z’arrvav ma’, zia Mamm m dcì. - Vitin, u vid Sanda Ncol? - No, zia Mamma, io non vedo niente. Zia Mamm nonn’ev tanda iald e c’rcò a n’ommn cchiù vvasc d iedd. - P favor, signore, ptit alzà u pccninn ca vol vdé Sanda Ncol. Cudd’ommn m mttì a cavadd sop all spall e tra ijdd e me non facemm mangh l’aldezz d nu crstian normal. Appen appen vdibb na capa ggnor, senza capidd e varva bbiangh. Almen accsì m parì, o avev la varva ggnor accom la facc, e bbiangh iev chedd dll fgurin che avemm’avut all’ingress. - L’ho visto, l’ho visto, Zia Mamma. Vlev asscenn subbt prcè chedda faccia ggnor m’avev spavndat assà. Avev già vist ald vold Sanda Ncol alla fest d magg. Ma da lndan, la ser e sop all spall d papà da cchiù d du’ medr d’aldezz, e stev pur Mamm. Iev nu ver spettachl quann papà m facev volà sop alla sc’chena so. Vdev Sanda Ncol in prgssion tutt’inder e no asslut la cap, e quand’ev bell u spar d tutt l clur, ca parev che m chijvev n’gap. - Grazzij signò. Rngraziò zia Mamma a cudd minz nan, e appen nderr m stringì arret la man e chian chian ng facern assì dalla porta lateral che dev sop alla strat ca prtav a mmar. Nu nvec g n scemm dall’alda vann. Assemm do uarch appriss a San Grgorij e ng n scemm p la strat du Carmn. Ng facemm u segn d la Crosc nnanz alla Cattedral, da Marnaridd zia Mamm m’accattò nu pacch d cioccolat. - Non d l si mangiann mò, la Mamm, assnò t pass la fam e non fasc cchiù colazion. N’and e ppicch e sim arrvat o bbar d Memen. - Zia Mamma, e il pallone che vola sotto al soffitto a casa quando me lo prendi? - Dop ca sim fatt colazion. Na vold passat apprim iarch iald e po’ u vvasc, arrvat drmbett alla ramb p trasì o Castidd, probbij o spund d la vi’ dll’Intendenz, stev u bbar d Memen. Trasemm, zia Mamm e Memen s’abbrazzorn e s vasorn. La patron du bbar ng facì assit a nu tavolin. - Marì, si ditt ca ten fam assà npott. Mò ng portch na colazion ca non z la scord cchiù. Mangh passorn cingh mnut e Memen arrvò ch nu vassoij e sop du’ cappuccin e do’ briosc cald cald cald. Jì da pccnunn iev dfttus assà p l cos nov. Zia Mamm m mttì u zzucchr ijnd o cappuccin e u’agg’rò cu chcchiarin p ffauw squagghià. Jì staccabb nu pzzttin d briosc e u baggnabb acchian acchian ijnd o cappuccin. U mttibb mocch a mmuss stritt. Appen la lenguw sndì u sapor, apribb l’ecchij, spalangabb la vocch e la briosc, a na vldat d cap d zia Mamm, sparscì. - Zia Mamma, com’era buona la brioche. Posso prendere un’altra? - Madonn, alla Mamm, t la si gnttut ch nu bccon asslut. A perighl d strafcuart. Chian Chian a mangià, ché iè pericolos. Memena, p piacer m purt n’alda briosc pu pccninn. - T’avev ditt, Marì, che npott non z la scrdav sta colazion. E iè ver. D cudd se’ dicembr la prima vold d Sanda Ncol m la rcordch picch. Ma u sapor du prim cappuccin e briosc non mu pozz scrdà cchiù …
  • nicola - Ringrazio Mattia che mi ha permesso di rinfrescare ricordi di infanzia, l'abitazione dei miei nonni materni aveva un balcone in piazzetta dei Gesuiti e quella chiesa l'ho frequentata accompagnando la mia bisnonna Giovanna, è stata anche occasione per un veloce ripasso della lingua madre


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