di Gaia Agnelli

Calafatàre, rattapìte, varcheceddàre: sono gli antichi mestieri "di mare" baresi
BARI C’è chi ripara la chiglia delle barche (u calafatàre), chi raccoglie in acqua “manualmente” piccoli crostacei e pesciolini (u rattapìte), chi carica e scarica le merci dalle navi (u vastàse de u muele) e chi di notte, munito di lampara, si dedica sui gozzi alla pesca di polpi e “ciambotto” (u varcheceddàre).Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Parliamo degli antichi mestieri "di mare": occupazioni che hanno da sempre impiegato i baresi, soprattutto in tempi di povertà. Lavori che oggi risultano pressochè scomparsi o in alcuni casi completamente trasformati. Anche perché nel frattempo Bari ha perso un po’ il contatto con il suo Adriatico, che è possibile “toccare” solo in pochi e limitati punti della città.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Così dopo aver parlato dei principali ambulanti che un tempo animavano la “terraferma”, oggi abbiamo fatto un “tuffo” alla scoperta dei mestieri che si praticano nei pressi dell’acqua salata. Ad aiutarci l’esperto di tradizioni baresi Nicola Cutino e il volume “Bari che scompare” di Anna Sciacovelli. (Vedi foto galleria)

U calafatàre (“Il calafato”) – Quando le piccole e colorate imbarcazioni in legno dei pescatori restano ormeggiate in attesa di riprendere la navigazione, c’è chi ne approfitta per aggiustarle. Oggetto della riparazione è spesso la chiglia, ossia la trave sottostante allo scafo che unisce poppa e prua.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

E c’è un “professionista” del settore che si occupa proprio di questo, aiutando i pescatori a rimettere a nuovo le proprie lanze (i gozzi). Si tratta del  calafatàre (il calafato), colui che si occupa del calafataggio, ovvero della tecnica di impermeabilizzazione delle barche in legno.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

I calafati dopo aver tirato la barchetta a secco sulle banchine, scorticano con uno scavino la pece precedentemente passata sullo scafo per proteggerlo dalla salsedine. Una volta scartavetrata la chiglia, stendono la prima mano di pece nera bollente che si va a inserire tra le tavole del fasciame, tappandone i buchi. In seguito, aiutati da uno scalpello sottile, introducono della stoppa bagnata nel catrame tra le sconnessioni delle assi, facendola penetrare a fondo. La barca è così riparata.

Un mestiere, questo, praticato oggi da pochi anziani, visto che ormai la maggior parte delle imbarcazioni è costruita in vetroresina. È possibile comunque vedere ancora qualche gozzo in riparazione nei pressi di quello che è rimasto l’unico vero luogo dove Bari incontra il proprio mare: Nderr a la lanze, il molo San Nicola.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

U varcheceddàre (“Il pescatore notturno”) – Proprio il posto predetto è la “patria” dei varcheceddàre, coloro che vanno ancora a pesca di notte su piccole imbarcazioni alla ricerca di polpi e altri pesci da zuppa (il cosiddetto ciambotto barese).

“Sciriè” (donzelle), “perchie” (sciarrani), “cani” (perchie), “sbarrette” (sparaglioni) e vari tipi di tordi sono le vittime preferite di questi marinai, che una volta rientrati si recano a vendere il pescato sui banconi del molo San Nicola.


Ancora oggi guardando il mare è possibile notare, a qualche centinaia di metri dalla riva, una serie di puntini bianchi. Sono le luci delle lampare poste sulla poppa delle lanze, che hanno lo scopo di illuminare la barca ma soprattutto abbagliare i pesci rendendoli così più facilmente catturabili.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

I varcheceddàre si avvalgono di reti (spesso rattoppate con il saccherràre, un ago specifico) ma anche di “polparole”, lenze alle quali sono attaccati dei granchi o delle pelose (favolli): esche ideali per la cattura dei prelibati polpi di scoglio.  

U rattapìte (“Il pescatore della sabbia”) – I rattapìte (pescatori della sabbia) sono coloro che armati di reti entrano in acqua a piedi per andare a raccogliere gli animali marini stanziali che affollano il litorale. In realtà oggi non lo fa quasi più nessuno, anche perché come abbiamo detto in precedenza gli accessi al mare in città sono notevolmente diminuiti.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Tra le prede dei rattapìte vanno citati soprattutto salìppece (piccoli gamberetti bianchi), alici, sparasàlze (tracine), sogliolette, goggioni (ghiozzi) e scorfani. Un insieme di piccoli crostacei e pesciolini che va ad arricchire il “ciambotto” e che una volta pescato viene riposto nella spàse, un cestino di vimini.

Un tempo questi pescatori vendevano il loro “raccolto” a Bari Vecchia, spruzzando di tanto in tanto con un secchio d’acqua gli animaletti e camminando tra le strade pronunciavano il motto: Cie vole salìppece, cie vole l’alisce (“chi vuole i gamberetti, chi vuole le alici”). E quando qualche cliente chiedeva di assaggiare il pesce prima di comprarlo, i rattapìte rispondevano prontamente: Prima s’accatte e po’ se assagge” (“prima si compra e poi si assaggia”).Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

U vastàse de u muele (“Il facchino del molo”- “Lo scaricatore di porto”) – Da sempre un’occupazione etichettata come “rude” e “buzzurra”, praticata da persone chiassose e dal linguaggio particolarmente “fiorito”. Il termine “scaricatore di porto” è infatti utilizzato per indicare in senso figurato colui che si atteggia in modo poco elegante. Del resto anche la parola vastàse (facchino), è spesso associata a un modo di fare maleducato.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Eppure si tratta di uno dei più antichi e utili mestieri di mare, tuttora indispensabile. Perché nonostante l’aiuto fornito oggi da gru, carrelli e altri macchinari, per il carico e scarico delle navi al porto rimane comunque necessaria la mano dell’uomo.

I “vastasi” sono quindi sottoposti a un lavoro che comporta un grande sforzo fisico ed è per tale ragione che per farlo è richiesta una corporatura robusta. Da “scaricatore di porto”, appunto. 

(Vedi galleria fotografica)

Foto in copertina di Michele Paparella

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