Bari, tra massoneria e musica la storia dell'antico e decadente palazzo di via Abbrescia n.25
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venerdì 29 maggio 2026
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di Gaia Agnelli e Giancarlo Liuzzi - foto Rafael La Perna
Un palazzo quindi che ha fatto la storia di Bari, ma che dal 2010 giace abbandonato e nel totale degrado, frequentato soltanto da piccioni e da gatti che scorrazzano al suo interno. (Vedi foto galleria)
L’edificio si trova al civico 25 di via Abbrescia, dove svetta tra due palazzine liberty: una restaurata e l’altra in fase di recupero.
Notiamo subito lo stato di totale decadenza dello stabile, frutto di decenni di abbandono, con alberi di fico ed erbacce che crescono tra le crepe della facciata e colombi che entrano ed escono dalle finestre spalancate. A completare il “panorama” c’è anche una lunga fila di cassonetti della spazzatura posta proprio davanti al portone d’ingresso.
L’immobile si presenta su tre livelli, è di color terra di Siena e ha un prospetto tripartito con il corpo centrale leggermente aggettante. I piani superiori sono contraddistinti da balconi con finestroni, dotati di persiane scure e architravi con decori vegetali. Alcuni festoni floreali impreziosiscono invece le lesene che scandiscono la facciata e il cornicione che delimita il terrazzo.
A rendere però unico il palazzo è un singolare elemento in ferro, ormai arrugginito, che sovrasta la lunetta dell’ingresso. Un triangolo con all’interno il cosiddetto Occhio “di Gadu” o “della Provvidenza”.
La rappresentazione, legata anticamente a culti pagani e poi cristiani, veniva posta sulle abitazioni con funzione scaramantica con l’obiettivo di “vegliare” sulla casa, tenendo lontane influenze negative. Dalla fine del XVIII secolo l’emblema fu però adottato dalla Massoneria, diventando un segno di appartenenza a una loggia o anche di presenza di una loggia in un dato edificio.
È quindi possibile che il costruttore del palazzo barese fosse legato all’associazione iniziatica, molto diffusa a Bari tra l’800 e il 900 o che lo stabile ospitasse proprio una consorteria.
Ci avviciniamo ora al cancello d’ingresso, chiuso da un lucchetto coperto da ragnatele: segno che nessuno lo apre da tempo. Sulla destra è presente lo scheletro del vecchio citofono. Spiando all’interno notiamo un ampio androne voltato e, sul pavimento, alcune ciotole di cibo messe lì per i tanti gatti che “occupano” lo stabile. Un lampioncino in ferro si trova poi accanto alle scala che conduce ai piani superiori.
Per decenni però il palazzo è apparso ai baresi ben diversamente. Ad esempio dal 1956 i locali al piano terra, adiacenti l’ingresso, ospitarono la macelleria dei fratelli Veneroni e un negozio di latticini di un certo Ottavio Angelillo. Negozi che rimasero aperti fino agli anni 80 quando furono sostituiti dalla lavanderia Fantasmacchia (ancora attiva ma al civico 41 di via Abbrescia) e da un’enoteca, chiusa nel 2015.
Tra la fine degli anni 60 e gli inizi del 70 i giornali dell’epoca raccontarono però di episodi drammatici avvenuti nell’edificio. Nel 1967 otto persone furono denunciate a seguito di una violenta rissa scoppiata tra le famiglie che lì vivevano. Nel 1971 invece avvenne un tentativo di abuso di una bambina da parte di un giovane disturbato e un’esplosione (dalle origini mai chiarite) nell’ampio cortile che si trova alle spalle dello stabile.
Proprio quel cortile (che oggi si presenta come una “foresta” impenetrabile) che per 40 anni fu una vera e propria fucina musicale all’avanguardia. Qui vi infatti si trovavano sei box nei quali, dagli anni 70 in poi, giovani appassionati di musica rock trascorrevano pomeriggi e serate.
«Affittavamo gli spazi per ventimila lire come sale prove per poi trasformarli in piccole discoteche aperte il fine settimana - ricorda il 68enne Giovanni Taliento, mostrandoci una sua foto nel giardino negli anni 70 -. Rammento che anche Anna Oxa, allora ragazzina, frequentava queste stanze. Il nostro locale era il più grande: lo chiamavamo “Hang Up” e lo dotammo di cabina dj, doppia scalinata per gli ospiti e un bagno. Andammo via nel 1979, lasciando spazio ad altri ragazzi».
A ereditare la location fu il 71enne Mario Carrante. «Pensammo di dividere il box in due ambienti diversi: uno dedicato alle prove del nostro gruppo i “Sintomo” e l’altro per i nostri invitati – ci dice Mario mostrandoci alcune foto della band –. Noi chiamavamo il palazzo “l’Inferno”: ci ospitò fino alla fine degli anni 90, quando lo lasciammo perché era troppo degradato».
A rifornire di bevande l’“Inferno” era Ciccillo, che gestiva l’enoteca ubicata alla destra dell’ingresso (di cui oggi non rimane che una malmessa insegna). «Il titolare ci dispensava di taralli, birre e vino e in quel periodo, grazie a noi, fece una vera fortuna - ricorda il 54enne Beppe Marchionna -. Una curiosità: per un certo periodo uno dei locali fu gestito dal collettivo “Giungla” che nel 1983 aveva dato vita al famoso centro sociale della Stanic».
La vita musicale del palazzo andò però avanti anche dopo il 2000. «Avevo 20 anni quando cominciai a suonare la batteria in quei locali – afferma la 46enne Teresa Taliento, nipote di Giovanni dell’Hang up -. Fondammo lì una delle prime band femminili baresi: le “Ladies & Jack”. All’interno dell’edificio c’era anche la tipografia Moretti e una comunità di mauriziani: eravamo tutti una famiglia unita».
Tutto ebbe però fine nel 2010. «Quell’anno l’edificio fu sgomberato – spiega Teresa –: lo stabile fu infatti dichiarato pericolante e così anche gli ultimi residenti vennero sfrattati, lasciandolo disabitato. La struttura fu quindi coperta da un’impalcatura per permettere dei lavori di restauro, che però si interruppero subito».
Da allora l’edificio non fa che perdere pezzi. L’anno scorso il Comune di Bari ha sollecitato l’intervento dei proprietari, ma senza apparente successo.
E così questo antico edificio di via Abbrescia continua a vivere un’esistenza silenziosa e solitaria, ricordando con nostalgia quando era animato da logge, negozi, giovani e tanta musica.
(Vedi galleria fotografica)
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