Occupazioni, cortei, libertà, arte e gruppi rock: anche Bari ha avuto il suo "Sessantotto"
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venerdì 16 gennaio 2026
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di Marina Alfieri
Occupazioni universitarie, cortei, proteste, teatro sperimentale, feste e tanta musica: furono questi gli ingredienti di un’epoca irripetibile per il capoluogo pugliese. Città che ebbe anche un suo luogo “alternativo” per eccellenza: piazza Umberto. Il tutto prima che, a partire dal decennio successivo, la protesta giovanile sfociasse in scontri, violenze ed estremizzazione politica.(Vedi foto galleria)
«Naturalmente il cambiamento si avvertì già prima del 1968», chiarisce il 75enne Dino Panza, fondatore nel 1969 del gruppo “La via del blues”, attivo ancora oggi. «Tra il 1964 e il 1965 – continua –, sulla scia di tutto ciò che accadeva nel mondo anche a Bari cominciarono a vedersi comportamenti “inusuali”: ragazzi capelloni e con vestiti colorati che si incontravano nel giardino di Piazza Umberto atteggiandosi a beatnik e hippies».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Piazza Umberto, ancora oggi punto di ritrovo per persone “borderline”, divenne in quegli anni il posto più “giovanile” di Bari, vista anche la vicinanza all’Ateneo cittadino.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Il giardino fu il luogo dove si moltiplicarono le alternative di libertà – spiega il 72enne Pino Perna, docente di Storia dell’Arte all’epoca militante nel Gruppo Anarchico -. Lì si poteva suonare, allestire mercatini, scambiare o vendere dischi in vinile usati, organizzare feste. E non c’era droga: si faceva semplicemente una vita diversa da quella imposta dalla società».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
L’altro luogo protagonista del Sessantotto barese fu l’Università. «In quegli anni mi iscrissi alla facoltà di Filosofia – ricorda Panza – e vidi la nascita di assemblee autogestite e collettivi studenteschi. Si contestavano i metodi di insegnamento, l’accesso limitato agli studi e il legame tra università e potere politico-economico».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Proprio nella facoltà di Lettere e Filosofia, il 2 marzo 1968, si tenne la prima grande assemblea studentesca. Vi parteciparono oltre mille studenti che diedero il via ad attività quali “controcorsi” (lezioni gestite dagli studenti), didattica alternativa, volantinaggi, occupazioni e manifestazioni.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Ma attenzione, il movimento studentesco non fu solo roba da “maggiorenni”: coinvolse infatti anche i ragazzi delle scuole superiori. Divertente ed emblematico è il racconto del 76enne Nico Velluso, all’epoca studente all’istituto tecnico commerciale Tridente. «Il preside Pirro Bichelli pianse quando dicemmo di voler occupare la scuola – ricorda –. Poi però consegnò le chiavi a me e al mio compagno Ottavio. Nel 1967 non si poteva entrare in classe con i jeans, dal 1968 eravamo diventati i padroni della scuola»
Molto attivo in quel periodo fu il Liceo Artistico. «Ero uno studente del liceo all’epoca e posso testimoniare come fosse uno dei crogioli più creativi dell’attività rivoluzionaria – illustra Perna –. Qui si formò un gruppo vivace di ragazzi uniti dall’interesse per la politica, sempre presenti alle manifestazioni per le quali realizzavano grandi striscioni e slogan. Furono proprio due allievi di questo liceo, Miki Carone e Luciano Bernardo, a fondare nel 1969 il Gruppo Anarchico che aveva un atteggiamento nei confronti del sociale più missionario che politico».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Pino ci parla del Gruppo Anarchico. «All’inizio della nostra militanza – ricorda – andavamo, ingenuamente, a vendere il giornale “Umanità Nova” al quartiere San Paolo. Gli abitanti ci invitavano ad entrare, ci offrivano da bere, poi, prendendoci in parola, visto che noi volevamo aiutare la gente, ci mettevano a lavorare nei loro orticelli».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Anch’io facevo parte degli anarchici – racconta la 77enne Silvana Donno –. Cominciai a frequentare con le mie compagne di studio le riunioni del comitato di quartiere di San Pasquale e a organizzare manifestazioni per sollevare il problema abitativo di molti residenti che vivevano in edifici degradati. Anni dopo, proprio in quel rione, aprii un consultorio in cui si faceva educazione alla contraccezione».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Gli anni 60 però non furono solo impegno e contestazione, ma rappresentarono un’epoca di rivoluzione del costume: dai jeans alle minigonne, dai capelli lunghi ai bikini. Ragazzi e ragazze si ritrovarono inoltre a passare più tempo insieme, condividendo valori, esperienze e divertimenti.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Prima ci furono le feste in casa, organizzate tutte le domeniche: per potervi accedere era necessario essere “accoppiati” o portare dischi – sottolinea Velluso –. Poi arrivò la moda dei “club” in cui sentire musica e ballare shake e twist. Si affittavano seminterrati nei palazzi, si tappezzavano le murature con contenitori di uova e con manifesti e si arredava l’ambiente con vecchi divani e poltrone».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Alla fine degli anni 60 cominciarono a sorgere anche i primi locali che davano la possibilità alle neonate formazioni musicali di esibirsi. C’erano il Pull-in Cab in viale Orazio Flacco, il Big Clan in via Netti, il Season in viale Salandra, lo Studio 394 in via Dante 394, la Botola in via Quintino Sella, il Cellar in via Principe Amedeo.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
In quegli anni spuntarono infatti come funghi svariati gruppi che imitavano i Beatles e i Rolling Stones e i cui nomi rimandavano al mondo anglosassone: Bears, Black Birds, Red Devils, Red Stops, Rudes, 69th Red Bells. Tra loro a lasciare il segno furono gli Hugu Tugu, che dal 1965 al 1969 riusciranno a incidere ben quattro dischi e a partecipare al Cantagiro.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
E, nonostante siano passati sessant’anni, sono ancora oggi attivi i Flowers e la Via del Blues. Il primo gruppo suona rock dal 1966 e ha un nome che trae ispirazione dal “flower power”, espressione tipica del movimento hippie usata negli anni 60 per definire un’ideologia pacifista e non violenta. Il secondo (di cui fa parte il già citato Dino Panza) nacque invece nel 1969.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«La nostra band continua a suonare con il nome di Blues Way – spiega Dino -. Siamo sempre stati un gruppo che faceva cultura. Cercavamo forme di contaminazione sperimentali e quando suonavamo, spesso anche per strada, spiegavamo al pubblico cosa fosse il blues e la sua origine afro-americana di canti di lavoro che esprimevano sofferenza ma anche speranza in un futuro migliore».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Per ciò che riguarda l’arte, Bari divenne un crocevia di creatività grazie a gallerie, mostre e critici quali Pietro Marino, che contribuirono a connettere la cultura locale a quella più ampia dell’arte contemporanea. Le gallerie d’avanguardia (come la Galleria Bonomo, il Centro 6, Metopa) furono tra le prime in Italia a esporre artisti quali Pino Pascali, Jannis Kounellis e Vettor Pisani.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Senza dimenticare il teatro sperimentale. «Il fulcro fu il C.U.T. (Centro Universitario Teatrale) - afferma il 79enne Rino Bizzarro, regista e curatore del centro culturale “L’Eccezione” -: all’interno dell’Ateneo riuscì a riunire tanti giovani interessati a un nuovo linguaggio culturale».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«I 60 furono anni tumultuosi e a volte contraddittori – conclude il 72enne artista Claudio Vino –, ma al contempo resero possibili quei radicali cambiamenti culturali e di costume i cui effetti permeano indissolubilmente il nostro presente».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
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