di Gaia Agnelli

Non solo "Peppino uè op": la storia di Colino Centanni, l'altro fornaio equilibrista di Bari
BARI - «Quello nella foto è mio nonno». È questa la convinzione del 30enne Michele Bitetto, nipote del famoso panettiere barese Nicola Centanni, conosciuto da tutti come “Coline u fernare”. L’immagine a cui si riferisce è quella da noi pubblicata nel luglio scorso: ritrae il mitico "Peppine uè op", fornaio che usava appoggiare sulla testa le cibarie da consegnare a domicilio. Bene, secondo il giovane quello raffigurato non sarebbe Peppino ma suo nonno, scomparso l’anno scorso all’età di 86 anni. (Vedi foto galleria)

Purtroppo ci risulta impossibile redimere la questione, visto che il volto dell’uomo nella foto non è facilmente riconoscibile, anche se la diatriba ci permette di conoscere meglio la storia di Colino e del suo forno pubblico. Questo tipo di locale era molto diffuso un tempo, quando la cucina in casa era un lusso che non tutti si potevano permettere. I cittadini si recavano quindi dai fornai affinché cuocessero i loro piatti che venivano poi riconsegnati pronti per la tavola.

I più anziani ricordano ad esempio il forno di “Angiuicchie”, situato prima in Vico Forno Santa Scolastica e dopo in via Martinez. Ma molto frequentato era anche il locale di “Ba Giuan”, che aveva l’ingresso in strada Verrone e l’uscita nell’adiacente Vico S. Gaetano. O ancora “Serafine la Fernare”, posto all’Arco Spirito Santo.

La bottega di Centanni era invece posta vicino alla Cattedrale. «Mio nonno nacque nel 1933 in una famiglia che da cinque generazioni si dedicava a questo mestiere – afferma Michele –. Da bambino, con i suoi fratelli, vendeva il pane nei pressi di Largo San Sabino, dato che lì vicino si trovava il forno a legna di suo padre Oronzo, in via Corte Lamberti».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Fin dalla tenera età si distinse per il fatto di portare le consegne in sella alla sua bici con il cibo posato in bilico sulla testa, proprio come faceva Peppino. «La differenza tra me e Colino – ci riferisce “Uè op”, ricordando il collega – è che lui era più specializzato nell’arte del fornaio mentre io ero soprattutto un fattorino. A occuparsi prettamente della cucina era infatti mio fratello Costantino».


All’età di trent’anni, dopo aver a lungo lavorato nel centro storico con il padre, Nicola andò ad abitare nel quartiere Madonnella, dove inaugurò in via Celentano un panificio che qualche tempo dopo trasferì poco più avanti, in via Ragusa. Lì rimase fino agli anni Settanta, quando decise di aprire un locale (ancora esistente) in via dei Caduti Partigiani, non lontano dal “canalone” di Japigia.


«Trascorse in quel posto una decina d’anni – spiega la figlia Filomena, che ha collaborato in prima persona con il padre –. Poi tornò alle origini, portando la sua attività nuovamente nella città antica, nei pressi della scuola Filippo Corridoni, a Largo San Sabino».

Fu però a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta che Nicola trovò la sua sistemazione definitiva con un forno in pietra “nascosto” in una stanzetta in strada Zonnelli.

Un luogo che è ancora oggi possibile visitare. Per farlo bisogna accedere nella saletta di consumazione della “Pizzeria delle Meraviglie”, esercizio commerciale che prende il nome dal famoso Arco situato nelle vicinanze . Alla destra dell’ingresso del locale si apre un antico androne in cui ci sono i tavolini per i clienti. Da qui si scorge un ulteriore ambiente, all’interno del quale, in fondo a una lunga tavolata e dietro a un “castello” di sedie, si trova il forno in pietra di “Coline”, ormai inattivo e chiuso da uno sportellino in vetro.

Era proprio qui che ogni giorno si recavano decine di signore per farsi cuocere le proprie teglie al prezzo di 1500 lire o per comprare i prodotti preparati da Centanni stesso. Tra questi la speciale focaccia. «Non servivamo il classico trancio barese – ci spiega Filomena  – si trattava più che altro di focaccine rotonde, quasi come pagnotte, dal diametro di 20 centimetri. Oltre al pane andava a ruba la pizza di ricotta e, durante il periodo pasquale, la scarcella. Ma eravamo specializzati anche nei biscotti e ferri di cavallo».


Cibarie che spesso venivano consegnate a domicilio dallo stesso Colino, sempre utilizzando il vecchio metodo di tenerle in equlibrio sul cranio. Il giovane ci mostra infatti alcune foto del nonno in sella alla sua bici con in testa alcune teglie appena sfornate. Immagini sulle quali notiamo varie scritte, tra cui il logo di Raiuno: già, perché nel 1999 la fama del panettiere giunse sino negli studi del programma Linea Blu, che decise di dedicargli un simpatico servizio.
 
Nel 2005 Centanni fu però costretto a porre fine alla sua attività, a causa di una malattia ai polmoni. «Aveva passato tutta la sua esistenza lavorando giorno e notte con la combustione e respirando continuamente fumo fuligginoso e nocivo - spiega amaramente la figlia –. E così proprio il forno che l’ha reso celebre gli ha tolto prima la salute e poi la vita».

(Vedi galleria fotografica)


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