di Annarita Correra

Bari, ''ce nge n'am'a sć sciamańnne?'' E' traccia della dominazione saracena
BARI – Tra le tante dominazioni subite da Bari nel corso della sua storia è stata forse la più breve, solo 24 anni, ma a distanza di secoli ha lasciato tante piccole ma importanti tracce nell’architettura, nella cucina, nella lingua e nelle arti. Parliamo di quando la città (dal 847 all’871 d.C.) fu governata dai saraceni, arabi di razza berbera provenienti dall’Egitto, che trasformarono Bari nella capitale di un piccolo Stato islamico con tanto di moschea, prima di essere assediati e sconfitti dai Longobardi. Siamo andati alla ricerca di ciò che è sopravvissuto del periodo da “Le mille e una notte” di Bari. (Vedi foto galleria)

La lingua – Basta pensare alla tipica omissione delle vocali del dialetto per capire quanto la lingua locale sia stata influenzata dal mondo orientale. Del resto sono tanti i termini del vernacolo barese derivanti dall’arabo, almeno secondo l'autrice Maddalena Malcangio che ha scritto un libro sull'argomento ("La Puglia nel periodo dei saraceni"). Ad esempio terrise (“soldi”) proviene dall’arabo tari. Tavute (“bara”), da tabut. O ancora zacquare, parola usata per definire una persona sciatta, deriva da saqqa. Anche il verbo “andare” che in dialetto viene tradotto in scì proviene da namsci. Ed è a questo punto "arabo" il famoso scioglilingua barese Ce nge n’am’a scì, sciamanìnne. Ce no nge n’am’a scì, no nge ne sime scènne. Anche l’espressione mafisce feluse (“non ho soldi”) caduta ormai in disuso ha origini orientali, come i cognomi Melo e Morisco.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

La cucina - Gli arabi introdussero anche nella cucina importanti novità, importando in tutto il Sud Italia piatti ancora oggi molto diffusi come la parmigiana (la cui versione con il pomodoro fu però il risultato della successiva dominazione spagnola), il torrone (chiamato copète), la pasta e il latte di mandorle e la tridde (pasta realizzata con farina e prezzemolo da condire con il brodo). Dai saraceni i baresi impararono anche a essiccare l’uva e la pasta.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il commercio e il ricamo – I baresi sono da sempre un popolo basato sul commercio, qualità che però riuscirono ad affinare proprio grazie ai saraceni. Da loro impararono infatti a cimentarsi con il cambio delle monete che arrivavano dall’Oriente, come i bisancii saracenati e i tareni saracenicorum, iniziando a usare come unità di misura per la compravendita la carrafa, il rotolo e il corato. Assimilarono anche dai saraceni l’arte del ricamo e la tecnica di coltivazione del cotone.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


L’architettura – A Bari non sono rimaste costruzioni risalenti al periodo di dominazione saracena, poiché la città è stata più volte distrutta e ricostruita nel corso dei secoli, anche se alcune strutture di epoca successiva presentano elementi architettonici che rimandano a simboli arabi. Il motivo? Si tratta di segni lasciati dagli scalpellini islamici rimasti in città che di nascosto vollero legare la loro fede a edifici dove comunque sarebbero stati celebrati riti cristiani.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

E’ questo l’esempio della Cattedrale di San Sabino, edificata proprio nel punto dove durante la dominazione saracena sorgeva la moschea di Bari, poi abbattuta. Coloro che alla fine del XII secolo edificarono la Cattedrale conservarono la cupola ottagonale, forma geometrica che ricorre spesso nella religione islamica, così come sembra che tra i bassorilievi che adornano la cupola siano nascosti i versi della  fathia, una preghiera islamica. La fascia che sovrasta il rosone dell’edificio è poi abbellita da arabeschi tipicamente orientali.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Anche la Porta dei Leoni della Basilica di San Nicola è impreziosita nella parte superiore da foglie, fiori e animali fantastici che ricordano motivi tipici dell’arte araba. E poi c’è il mosaico che adorna il pavimento dell’abside, lì dove sembra ripetersi il monogramma realizzato attraverso l’intreccio delle lettere che formano la frase “Allah è grande”. Un vero e proprio messaggio subliminale che gli artigiani arabi vollero lasciare in un edificio deputato al culto della cristianità.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il nostro viaggio alla ricerca delle testimonianze saracene termina in strada Quercia n.10, sempre a Bari vecchia, dove in un’architrave si trova la statua detta “Cape du Turchie”. Secondo la leggenda rappresenterebbe la testa dell’emiro Mufarrag mozzata dalla “Befanì”, una strega cattiva che il governatore saraceno aveva avuto l’ardire di sfidare.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica)

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  • Vito De Frenza - "Terrìse" per "denaro" deriva dalla Lira Tornese, o Lira Turonensis che è stata la moneta francese dal medioevo fino alla rivoluzione, e che è stata di uso comune a Bari e nell'Italia Meridionale per tutto il periodo angioino. Il termine viene dalla città di Tour, nella cui zecca detta moneta veniva battuta. Scire, che in barese significa andare, deriva fin troppo chiaramente dal latino "ire", verbo dal medesimo significato.
  • Pierluigi - Molto interessante, ma mi restano forti dubbi proprio sulla locuzione in titolo. E' molto più verosimile che il nostro scire ( sci') venga da un tranquillissimo IRE latino ( andare) - Tradotto maccheronicamente : si nos habemus ire, (nos) imus " corrisponde nella costruzione e nella sostanza a "ce ( si) n'ge n' ( nos) ham'a ( habemus) sci, ( ire) , sciamaninne ( nos imus)"
  • gaetano vignola - Concordo con i commenti di De frenza e Perluigi: per la Cattedrale e la Trulla bisogna ricordare la distruzione della prima Cattedrale Bizantina di Bari
  • Luigi Grillo - La parmigiana è stata introdotta dai saraceni, un po' in tutto il meridione, lungo secoli di scorrerie e commerci. Nello specifico, tavut viene da tabut, ma passando dallo spagnolo ataùd, lingua che ha lasciato impronte sulla nostra cultura di ben altra portata
  • michele - Complimenti per il nuovo articolo con riferimenti storici sconosciuti ai più. Lettura piacevole e leggera. In bocca al lupo!
  • Antonio - …Inoltre, se per omissione delle vocali (?) si intende la cosiddetta “e” muta – o atona – detta “schwa” dai glottologi, essa si ritrova in tutti i dialetti meridionali ed è di molto chiara derivazione indoeuropea… E, da molese, la scrivo nel modo barese: “Ce nge n’ama scì sciamaninne, ce na’nge n’ama scì, nan ge ne sime scènne,,
  • ros - l' attribuzione dell' influsso sul cibo al periodo di dominazione diretta saracena è discutibile, anche se il forte influsso della cultura nord-africana è innegabile. Le cartellate, ad esempio, sono diffuse in tutto il maghreb fino al marocco.
  • Giuseppe - Si citano "arabeschi tipicamente orientali", è l'Arabia in Oriente? Come si definiscono in storia dell'arte gli "Arabeschi"?
  • Antonio - Tutti filologi con gli articoli degli altri ;)

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