di Giancarlo Liuzzi

Bari, la storia della "Colonia Gil": ospitò bambini, profughi e poveri sul mare di Fesca
BARI - Una schiera di bambini con vestiti e cappellini bianchi seduti su una spiaggia e alle spalle un massiccio edificio a due piani. È ciò che si osserva in una delle poche fotografie sopravvissute ritraenti un luogo scomparso di Bari: la leggendaria colonia marina Gil del quartiere Fesca. (Vedi foto galleria)

L’imponente struttura di 1700 metri quadri sorgeva accanto alla foce di Lama Balice, un tratto di costa un tempo ricco di spiagge sabbiose. Costruita nel 1927 sotto il regime fascista, accolse per diversi decenni, anche dopo la Guerra, centinaia di giovani che passavano qui le giornate estive tra giochi, cure solari ed esercizi ginnici. Ragazzini che la raggiungevano a bordo della mitica “Ciclatera”, il convoglio a vapore che collegava Bari a Barletta facendo tappa proprio a ridosso del villaggio.

Un posto che, nel 1945, divenne anche campo di asilo per profughi, per poi essere ritrasformato in colonia comunale e successivamente in casa per persone povere. Tutto questo sino alla fine degli anni 60 quando, ormai decadente, fu definitivamente abbattuto. Oggi quindi di quel fabbricato non c’è più traccia, se non per la sagoma del vecchio muro perimetrale che delimita la sede della scuola di sport acquatici Shaka Windsurf, situata sulla misconosciuta strada del Baraccone.

La colonia era solo uno dei tanti centri che, presenti in tutta Italia già dalla fine dell’800, erano stati ideati per l'infanzia appartenente al ceto operaio con intenti ricreativi ma soprattutto sanatoriali. Nel 1913 erano già 42 le strutture gestite da enti religiosi o privati che prevedevano degenze per minori malati di tubercolosi e di scrofolosi.

Nel 1926 tutta l’organizzazione di questi edifici fu concessa dal Partito Nazionale Fascista all'Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI) e all'Opera Nazionale Balilla (ONB). Successivamente nel 1937 la gestione venne affidata alla Gioventù Italiana del Littorio (GIL), in collaborazione con le prefetture e i presidi sanitari provinciali.

L'ammissione, così come riportato nel regolamento datato 1939, "era riservata ai fanciulli appartenenti a famiglie bisognose, dando la preferenza agli orfani di caduti, ai figli di mutilati e invalidi della grande guerra e a bimbi di famiglie numerose".


La giornata nei villaggi era scandita da ritmi precisi stabiliti su scala nazionale che seguivano un'educazione patriottico-religiosa e premilitare. Erano previsti infatti schieramenti, marce e adunate per il saluto alla bandiera e per l'omaggio al Re e a Mussolini, assieme a canti, letture politiche e preghiere.

In quegli anni si contavano oltre 3000 colonie in tutta Italia, di cui 350 erano sul mare. In Puglia se ne trovavano lungo tutta la costa: da Campomarino a Monopoli (dove c’era la Giuseppe Di Vagno), da Giovinazzo a San Giorgio.

Quella di Fesca era nata originariamente come “Colonia Materna Fascista”, perchè dava alloggio contemporaneamente madri e figli. Successivamente, sotto il controllo della Gil, venne denominata Scuola di preparazione artigiana “Ferruccio Barletta”.

Nel 1945, a conflitto terminato, divenne punto di asilo per tutte le famiglie di origine italiana che scappavano dalle persecuzioni di governi stranieri nazionalisti. Slavi, albanesi, libici e greci: furono a centinaia gli ospiti prima del loro definitivo trasferimento in luoghi come il Villaggio Trieste del quartiere Marconi.

Ma sul finire del decennio la gestione dell’edificio passò al Comune di Bari che proseguì l’attività di villeggiatura estiva per bambini.

«Io la frequentai durante l’estate del 1949, avevo cinque anni - ci racconta il 76enne barese Vito Petino-. La sveglia era alle 7 e dopo la colazione con pane e marmellata si andava in spiaggia per due ore, dove si ritornava nel pomeriggio per giocare, nuotare e fare esercizi di ginnastica. La sera si cenava alle 20 con minestra e salumi a cui seguivano tante storielle prima di andare definitivamente a dormire».

Alla fine degli anni 50 la struttura venne però pian piano utilizzata per accogliere le famiglie senzatetto della città. Poveri che, con la costruzione degli alloggi popolari del quartiere San Paolo, furono tutti trasferiti nel decennio successivo. E così la colonia rimase per la prima volta vuota e, ormai in decadenza, venne abbattuta, restando però impressa nei ricordi dei tanti baresi che qui avevano trovato un posto in cui stare, di fronte al mare. 

(Vedi galleria fotografica)


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