Adelfia, tornano alla luce gli antichi e leggendari tunnel che si estendono nel sottosuolo
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venerdì 9 gennaio 2026
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di Giancarlo Liuzzi - foto Rafael La Perna
Di questi suggestivi ambienti ve ne avevamo parlato tempo fa attraverso i ricordi di chi, decenni orsono, era riuscito a percorrerli per centinaia di metri al di sotto di Adelfia. Caduti poi in disuso, gli accessi furono murati e i percorsi ostruiti da macerie.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Oggi però, dopo un anno di lavori, una parte dei cunicoli è tornata accessibile, svelando all'interno resti lapidei, iscrizioni e oggetti testimoni della loro lunga storia. Si parla infatti di tunnel secolari, scavati probabilmente come via di fuga e di riparo.
Siamo quindi andati a visitare le gallerie, il cui ingresso principale si trova nel rione Canneto, ai piedi dell’imponente palazzo dei marchesi Nicolai. (Vedi foto galleria)
Raggiungiamo l’edificio in piazza Giosuè Galtieri, dove è ben riconoscibile dalla alta torre Normanna che lo sovrasta, eretta tra il 1146 e il 1153 da Alfonso Balbiano, feudatario di Canneto. Attorno ad essa, nel Settecento, i Nicolai edificarono la loro residenza, inglobando precedenti strutture appartenute alla famiglia Gironda.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Ci spostiamo a sinistra su via Sinisi dove, a ridosso del raffinato loggiato ad archi del palazzo, si trova l’ingresso ai sotterranei, costituito da un vecchio portone in legno. Accediamo prima a un ampio ambiente voltato a botte della famiglia Mastrogiacomo, proprietaria di una parte del fabbricato. Questa stanza, così come il resto delle gallerie, è dotata di faretti che emanano una luce calda e soffusa. (Vedi video)
La riproduzione di un’antica pergamena poggiata su un tavolo attira la nostra attenzione. «È un testo del 1756 che narra della torre e di questi fossati – ci illustra Domenico Branca, che ci accoglie all’ingresso -. Nel documento è specificato che, in caso di pericolo, le gallerie venivano utilizzate per scappare e mettersi al sicuro. Non siamo però assolutamente certi che questa sia stata la loro funzione originaria».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Sulla nostra sinistra notiamo invece due contenitori in ferro, posizionati in delle nicchie. «Risalgono alla Seconda guerra mondiale – continua la nostra guida -. Li abbiamo recuperati tra le tonnellate di macerie rimosse per liberare i tunnel». Uno di questi è l’esterno di una cluster: le bombe a grappolo utilizzate nel periodo bellico. In quegli anni infatti le gallerie furono ampliate e usate come magazzino e rifugio durante gli attacchi aerei.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Sulle pareti in pietra scorgiamo invece una piccola modanatura. Si tratta di una kyma ionica, un fregio appartenente ad antichissimi edifici di epoca romana, i cui resti sono stati riutilizzati nella muratura.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Per raggiungere le gallerie scendiamo delle scoscese rampe con dei cordoli in pietra orizzontali, realizzate in questo modo per permettere anche agli animali da soma di percorrerle senza scivolare. I gradoni ci conducono a 6 metri di profondità in un ambiente scavato nella roccia calcerenitica, con al centro un sontuoso arco finemente decorato che ci lascia incantati.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Si tratta di un portale in pietra in stile catalano-durazzesco, datato al XV-XVI secolo – ci spiega l’architetto Paolo Perfido, membro della direzione scientifica dei lavori -. È composto da un architrave ribassato a bugne diamantate con attorno una cornice modanata. Un tempo la rampa e questo arco si trovavano all’esterno, prima che fosse costruito l’ambiente voltato che si trova sopra di noi».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Ai lati del portale si trovano altre arcate in pietra. Alcune sono interrate nel terreno, segno che il livello originario degli ambienti era molto più basso dell’attuale.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Superato il portale a destra si apre un primo ambiente, l’unico orientato in maniera obliqua rispetto ai tunnel. Al suo interno colpiscono subito delle massicce arcate in tufo che sostengono la volta. «Sono state costruite negli anni 70-80 del Novecento per sostenere la strada superiore ed evitare che si aprissero delle voragini», spiega Perfido.
Torniamo sui nostri passi. Dinanzi a noi si estende una lunghissima galleria con ai lati resti lapidei trovati tra le macerie: volute di portali settecenteschi, pezzi di colonne e frammenti di ceramiche. Ma quello che colpisce maggiormente è un intero carretto utilizzato forse un tempo per trasportare delle grandi botti di vino.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Alzando lo sguardo notiamo invece dei pozzetti circolari. Si tratta di buchi che permettono di arieggiare i locali: furono probabilmente realizzati (o ampliati) durante il periodo bellico.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Proseguiamo per qualche metro per trovarci di fronte a un quadrivio. Il braccio di sinistra si estende per qualche decina di metri per poi interrompersi. Qui sono ben visibili delle piccole nicchie nel muro, scurite dal fumo di piccole lucerne e candele, che venivano poste per illuminare gli ambienti.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Il tunnel frontale conduce invece a una scala di cemento, collegata all’esterno, con varie bottiglie e flaconcini di vecchi medicinali posizionati sui gradini. «Pare che questo tunnel proseguisse un tempo verso Acquaviva – afferma Domenico, indicandoci una sorta di varco nella muratura -. Leggenda vuole che queste gallerie fossero addirittura collegate con il Casino di Don Cataldo, altra proprietà dei marchesi Nicolai, distante 2 chilometri».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Osservando le murature notiamo anche una grande croce incisa nel muro, e la data del 1739, segno della continua frequentazione dei sotterranei nel corso dei secoli.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Visitiamo infine l’ultima galleria, la più lunga, estesa per quasi 80 metri. Qui sul pavimento sono ancora ben evidenti i solchi delle ruote dei carri che transitavano un tempo. Sulla destra notiamo delle rocce usate per poggiare botti di vino e accanto un altro pozzo di areazione che ha in parte tagliato un’antica arcata.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Accanto ad esso vi è una rientranza con due nicchie sovrapposte usate per poggiare utensili o, forse, resti di un’edicola religiosa.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Dopo qualche passo la galleria è interrotta da una massiccia colmata di cemento. «Il muro è stato realizzato per sorreggere un palazzo moderno realizzato al di sopra – precisano le nostre guide -. Sappiamo però che questa galleria è collegata a una corte interna di un fabbricato adiacente, scavata nella roccia, da dove si diramano altri lunghi tunnel che stiamo ancora cercando di esplorare. Sarà la Soprintendenza a proseguire gli scavi: il progetto è quello di creare un percorso visitabile che unisca, dopo secoli, le secolari gallerie celate sotto Adelfia».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
(Vedi galleria fotografica)
Nel video (di Giancarlo Liuzzi e Gaia Agnelli) la nostra visita all’Adelfia sotterranea:
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