di Laura Villani - foto Valentina Rosati

Bari, la storia del palazzo di Lingue: l'ex casa della Fiat che rischiò l'abbattimento
BARI – Fu uno dei primi edifici in città a essere costruito in cemento armato ed è caratterizzato da capitelli ionici, fregi decorativi e suggestive vetrate. Uno stabile che è lecito definire “storico” ma che, come avvenuto a tanti altri palazzi di inizio 900, ha rischiato seriamente l’abbattimento. Parliamo della facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università di Bari, nota anche come “ex Fiat” per essere stata in passato lo showroom del noto marchio automobilistico. (Vedi foto galleria)

Ma andiamo con ordine. Il fabbricato si trova ad angolo tra via Garruba e via De Rossi, nei pressi di Giurisprudenza. Fu eretto nel 1928 grazie all’opera dell’ingegner Francesco De Giglio (a cui si doveva già il Teatro Margherita) e dell’architetto Cesare Augusto Corradini, autore tra gli altri della Fiera del Levante e dei palazzi Fizzarotti e Ingami Scalvini.

L’edificio nacque per ospitare l’esposizione e la vendita di autovetture della Fiat, che venivano portate all’interno grazie ad enormi montacarichi. Fu del resto uno dei primi stabili di Bari a essere destinato a uso completamente commerciale.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Dall’aspetto austero e compatto, venne disegnato ponendo l’accento sull’uniformità del colore grigio delle facciate e sulle ampie pareti finestrate, incorniciate da pochi ma riconoscibili dettagli decorativi neoclassici realizzati sempre in cemento armato.


Passati venticinque anni il gruppo torinese vendette il palazzo a un’altra grande firma dell’industria italiana: la Pirelli, che tuttavia ne fece un mero e trascurato deposito di pneumatici. Un triste destino che ebbe termine nel 1965, anno in cui Lingue Straniere, un corso di Economia e Commercio, diventando facoltà indipendente cominciò a cercare casa.

L’Università acquistò così il magazzino, avviando però una serie di “adattamenti” che ne snaturarono il profilo e le peculiarità. Nel 1968 le emblematiche vetrate si presentavano infatti murate in laterizio e sostituite da ordinarie e minute finestre che facevano capolino nella facciata ritinta di colore rossastro.


Ma il peggio doveva ancora venire, visto che nel 1985 l’Ateneo incaricò l’architetto Arturo Cucciolla e l’ingegnere Domenico Santangelo di abbattere e rifare ex novo la facoltà. Un’idea che i due professionisti respinsero al mittente. «La Storia non è “acqua fresca” e la vera modernità non sta nel cancellare il precedente – motiva oggi Cucciolla –. Alcuni costruttori hanno avuto sulla coscienza la responsabilità della demolizione del murattiano: un momento buio dell’architettura barese, che noi non volemmo perpetuare».

La loro scelta mira invece nella direzione opposta: non solo riutilizzare gli spazi preesistenti, ma anche riportarli il più possibile al loro aspetto originario. Vinceranno Cucciolla e Santangelo, che doneranno nuovamente al palazzo il suo color grigio e i finestroni, regalando in più agli studenti aule più spaziose, biblioteche e laboratori.

I lavori si conclusero nel 1996 e da allora è questo l’aspetto con cui il dipartimento si presenta ancora ai nostri occhi.

Ovvero un edificio le cui vetrate rappresentano sicuramente l’elemento più suggestivo, sia per le dimensioni che per la suddivisione a quadri marcata da infissi neri. Il tutto inscritto in un telaio geometrico fatto di paraste bugnate ad ordine gigante, semicolonne schiacciate culminanti in capitelli ionici, cornici marcapiani e fregi decorati con conchiglie. Un insieme raffinato e solenne, con un cornicione aggettante che nasconde alla vista due più bassi livelli superiori.

L’ingresso principale si trova in via Garruba, segnalato da una pensilina in ferro battuto dominata dall’iscrizione in lettere di bronzo “Università degli studi. Facoltà di lingue e letterature straniere”.

Varchiamo il portone e scendiamo quattro gradini, per ritrovarci in un ingresso marcatamente moderno, predominato dai colori bianco, nero e avana. Una porta a vetri nasconde un piccolo cortile illuminato da un pozzo luce che permette di seguire lo sviluppo verso l’alto del fabbricato, con i blocchi di cemento ingentiliti dal riflesso del cielo terso sulle vetrate.

E tra grandi e luminose aule soppalcate e biblioteche popolate da studenti, ripensiamo a quando questo colosso di vetro e cemento era la casa di Topolino e 500. Un pezzo di una Bari “rampante”, fortunatamente salvato dalle famigerate ruspe degli anni 80.  

(Vedi galleria fotografica)

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Laura Villani
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Valentina Rosati
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  • ANTONELLO CAROPPO - Non ci sono foto d'epoca dell'edificio? Sarebbe interessante vederle.

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