di Angela Pacucci - foto Antonio Caradonna

Fantasmi, monache, leggende e abbandono: è la misteriosa Masseria Dottula di Bari
BARI - Ha una storia antica e leggendaria, ma difficilissima da ricostruire. Parliamo della masseria Dottula di Bari, l'unica tra le 14 abbandonate nel territorio cittadino assieme a Villa Giustinani a far parte del centro abitato: questo "edificio dei misteri" sorge infatti nel cosiddetto Quartierino, la zona più a ovest del rione Picone.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Del suo passato indecifrabile ce ne occupammo per la prima volta nel 2013: già all'epoca fummo sorpresi dalla difficoltà nel rintracciarne i proprietari, dalle voci confuse sul fatto se si trattasse o meno di un ex convento e dalle storie di suore assassine e di un fantasma che ne infesterebbe gli ambienti. Così a distanza di cinque anni siamo tornati sul posto per fare chiarezza. Il risultato? Un alone di incertezza ancora più grande.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma partiamo dai pochi elementi certi. La dimora fu realizzata nel 1735 ed è sicuramente stata costruita da Giordano de Bianchi Dottula, Marchese di Montrone, la cui stirpe ha dato il nome anche a uno degli splendidi palazzi nobiliari di Bari Vecchia. Nel 1882 passò poi nelle mani di Gaetano Favia Vernazza, Duca di Castri: e questa è l'ultima notizia incontestabile di cui disponiamo.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Non sappiamo a chi sia appartenuta la masseria nei decenni a seguire e soprattutto non conosciamo chi sia l’attuale padrone del podere. Chi abita nel Quartierino non sembra però avere dubbi. «E’ di un'impresa edile di Taranto - ci dice Maria, una signora del vicinato -. Il titolare si chiama Stefano Argento». Contattiamo così il diretto interessato, che però smentisce tutto. E in effetti la visura catastale restituisce altri nomi: Francesca Binetti e Giuseppe e Luigi De Grecis, forse i figli della donna. Proviamo ad ascoltarli, ma risultano tutti e tre irrintracciabili.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma il dubbio più grosso riguardante la masseria Dottula è quello se in passato abbia effettivamente ospitato un monastero di suore. Perché tutti quelli che conoscono l’edificio non hanno dubbi. Ad esempio Nicola De Toma, storico del territorio barese, affferma: «Lì c'era un convento e questo è suggerito dall'architettura dell'immobile».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Sì è così - dichiara Giuseppe Magno, un signore che negli anni 60 viveva in quella zona -. Nel giardino c’è una botola coperta da una roccia massiccia: ebbene da piccolo sentivo dire che da lì partisse un tunnel che sbucava in un altro luogo religioso simile, nei pressi del quartiere Carbonara».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma noi non siamo riusciti ad accertare questa tesi: non c’è nessun libro, nessuno storico, nessun dato certo che attesti che in quel luogo abbiano vissuto delle monache. Eppure le leggende a riguardo si sprecano, come quella del "monachicchio": lo spirito di un bambino dato alla luce da una suora dopo un rapporto clandestino e seppellito vivo da altre monache per rimediare a "un'offesa" a Dio. «Ricordo che il piano superiore della struttura era abitato da diverse famiglie in affitto - dice Giuseppe -, tutte imparentate tra loro e di cognome Mancini. Un anziano di nome Giovanni, si divertiva a spaventare i bambini proprio con la storia del "monachicchio"».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Sarà, ma è più plausibile che nel complesso al posto delle preghiere si producesse olio. Lo confermano sia alcuni volumi, sia Nino Greco, presidente dell’Archeoclub, sicuro della presenza di resti di tipiche macine (che noi però non abbiamo trovato).Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Magno invece sembra più scettico. «Da piccolo gironzolavo per i corridoi della masseria - spiega - e ricordo che il signor Tommaso, padre di diversi bambini con cui giocavo, lavorava nei vani posti sotto il livello del terreno per costruire filtri per frantoi. Può essere che questi strumenti venissero collaudati nella villa e che per questo venissero spremute delle olive, ma non credo che lì dentro si facesse l'olio».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Per cercare di dare una risposta a questa montagna di interrogativi abbiamo visitato la costruzione. Si erge precisamente tra viale Pasteur e via delle Murge, poco prima del ponte di viale Solarino che costeggia il Policlinico. Dall'esterno appare compatta, con le sue pareti in muratura e ingentilita da arcate che ne caratterizzano buona parte del perimetro all'altezza dell'unico piano superiore. (Vedi foto galleria)

I tre ingressi laterali di via delle Murge, dei quali quello centrale presenta due arconi quadrati in bugnato che poggiano su altrettanti piedistalli, sono tutti murati. Decidiamo quindi di scavalcare il muretto che separa la dimora dal ponte e percorrendo un piccolo sentiero arriviamo sul retro della struttura. La facciata verso cui andiamo incontro è divisa in due ordini: uno inferiore con arcate in basso rilievo, anch'esse chiuse e uno superiore con due arcatelle centrali, dalle quali si apre un terrazzino rimasto senza ringhiere.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ci troviamo nel cortile, invaso dalla vegetazione spontanea e dall'immondizia e attraverso un buco in una parete riusciamo ad accedere al piano terra dell’edificio, contraddistinto da un'ampia volta a botte e poche finestre. L'ambiente è umido e semibuio, deturpato da scritte sui muretti e con coperte sparse qua e là, presumibile prova del passaggio di qualche senzatetto.

Per raggiungere il piano di sopra non ci sono scale: siamo quindi costretti a uscire e ad arrampicarci dall’esterno. Sono circa una decina i vani che riusciamo a osservare, tutti spogli e invasi da ogni tipo di rifiuti: bottigliette, sacchetti di plastica, pile di pneumatici e persino una valigia.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Percorriamo il portico che circonda la struttura, facendoci largo tra le sterpaglie e ci ritroviamo in un corridoio strutturato con imponenti e “gotiche” volte a padiglione, a tratti rinforzate con assi di ferro. Eh sì, ora ci sembra proprio di essere in un tipico monastero e nel silenzio ci pare di avvertire una voce: che sia quella del monachicchio?

(Vedi galleria fotografica)

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Angela Pacucci
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Antonio Caradonna
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