di Federica Calabrese e Mina Barcone - foto Nicola Lasalandra

Cupole a trullo, affreschi e un dipinto miracoloso: è la chiesa del Santissimo Crocifisso di Bitonto
BITONTO – Una piccola chiesa del Seicento dalla particolare forma “a trullo” che, interamente affrescata al suo interno, lega la sua storia a un miracoloso dipinto. È la descrizione del Santissimo Crocifisso, un gioiello artistico e architettonico situato alla periferia est di Bitonto. (Vedi foto galleria)

Per raggiungerla dal centro cittadino imbocchiamo via Crocifisso sino a giungere in piazza Fornelli. Ed è qui che si trova il tempio, posto in mezzo alla diramazione di due strade, quasi a fungere da spartitraffico.

Subito spicca la sua facciata, costruita con conci di pietra calcarea beige sistemati in modo regolare. Ad arricchire il disegno del prospetto ci sono il campanile a torre ottocentesco con la sua cuspide piramidale alla sommità e soprattutto la cupola “a trullo”.

Questa particolare tipologia di copertura è diffusa soltanto in Puglia nelle chiese di piccole dimensioni. A partire dall’XI secolo per realizzare templi rupestri si utilizzava infatti la posa a secco di "chiancarelle" (piccole lastre calcaree) riprendendo la tecnica usata per erigere gli iconici trulli. Sulla sua sommità troviamo anche una decorazione a mattonelle maiolicate blu e gialle: fu l’architetto e artista Carlo Rosa a inserirle secondo il corrente gusto barocco.

La facciata è divisa nettamente in due parti da una cornice marcapiano aggettante arricchita da un fascione a rosette. La fascia superiore esibisce una finestrella rettangolare coronata da un timpano triangolare. Ai lati ci sono due colonnine con capitelli ionici impreziosite da mascheroni apotropaici. A chiudere l’area sommitale c’è uno scudo in pietra con sopra un inno al crocifisso e un grande timpano semicircolare tipicamente barocco.

Il piano inferiore è attraversato invece da lesene che inquadrano il possente portale verde. Quest’ultimo è racchiuso da una cornice scanalata sormontata a sua volta da volute affrontate e da un architrave su cui leggiamo la data di fondazione della chiesa, il 1664.

Quell’anno si decise di erigere questo tempio nel punto in cui sorgeva un’edicola votiva che ritraeva un cinquecentesco affresco della Crocifissione, probabilmente opera dell’artista Rapestingo. Il dipinto era ritenuto miracoloso e il giovedì santo il vescovo collocava ai suoi piedi fialette di olio benedetto per i viandanti.

«Tra questi ci furono dei marinai veneziani che durante una tempesta “pregarono” l’unguento per far placare i flutti e salvarsi la vita – racconta don Vincenzo Cozzella, responsabile della parrocchia di San Silvestro che qui ha sede–. Giunti incolumi a Venezia richiesero grandi quantità di quell’olio che li aveva tanto aiutati, acquistando 500 vasetti per contenerlo».

La comunità bitontina decise così di erigere un luogo di culto che conservasse più degnamente l’immagine prodigiosa del crocifisso e che avesse la capienza necessaria ad accogliere i suoi sempre più numerosi fedeli.

Un’opera che è possibile ancora ammirare all’interno della chiesa, ma purtroppo solo in parte: all’epoca si optò infatti per eliminare gli elementi “superflui” e preservare solo il Cristo in croce.


Ma è arrivato il momento di entrare. Una volta all’interno notiamo a destra del portale un’acquasantiera seminascosta: insieme al già citato frammento di affresco è il solo elemento cinquecentesco rimasto. Il grande telamone sbozzato che sorregge la vasca apparteneva probabilmente a un tempietto rurale nelle vicinanze.

La chiesa, dalla pianta a croce greca, si presenta scandita in due ordini sovrapposti nettamente divisi da un cornicione dorato aggettante: il registro inferiore, più sobrio, è ricoperto da intonaci rosati e cartigli in gesso, mentre quello superiore è interamente affrescato.

A colpire è la ricchezza decorativa: il pavimento è piastrellato con maioliche consunte a motivi floreali, apposte durante il restauro del 1862, mentre il soffitto è un eclettico susseguirsi di ampie volte a botte, lunette dipinte e arcate lussureggianti.

Al centro si apre con grande effetto scenografico la cupola, nella quale Carlo Rosa raffigurò un vero e proprio paradiso celeste su fondo dorato. A troneggiare è una massiccia croce sorretta da angioletti e lambita dalle figure a braccia aperte di Gesù a sinistra e della Madonna a destra. Altri putti alati volteggiano leggiadri tenendo tra le mani ghirlande e canestri di fiori, e più sopra i dottori della chiesa sembrano discutere di questioni teologiche.

Le scene bibliche e i paesaggi edenici si intervallano poi alle rappresentazioni di personaggi storici. In uno dei sottarchi l’imperatrice Elena inginocchiata davanti alla croce è avvolta in una veste rosso porpora, mentre l’imperatore Costantino rimane attonito nel veder comparire dietro il sole una croce splendente.

Ancora un prezioso arredo seicentesco è la balaustra dai toni cobalto e dorati su cui doveva poggiarsi l’organo. Anche questa zona è caratterizzata dalla varietà delle immagini rappresentate: da Giona risputato da un grande pesce a Isaia che beve da una giara portata da un angelo. L’ampia volta a vela che li copre è un tributo ai quattro evangelisti che siedono su grandi nuvoloni ed esibiscono i testi dei loro vangeli.

Non è da meno la zona absidale, sovrastata da un grande arco decorato con la deposizione di Gesù alla croce. Qui l'altare è un tripudio di marmi pregiati dal diaspro di Sicilia della mensa al verde antico di Calabria sino al broccato di Spagna e il bianco di Carrara delle colonnine con capitelli corinzi.

L’apparato decorativo centrale ruota tutto attorno all’affresco della Crocifissione, ciò che rimane, come detto, del dipinto miracoloso dell’edicola precedente. «Gesù morente era originariamente circondato da fedeli e committenti che furono poi eliminati - sottolinea don Vincenzo -. Tuttavia a testimoniare quanti pellegrini abbiano fatto affidamento sull’icona ci sono sono le centinaia di antichi graffiti devozionali incisi dai visitatori sullo sfondo dell’immagine».

Ai lati si aprono poi due porticine speculari dalla trabeazione lineare interrotta solo dalle sculture di melograni, simbolo di vita e rinascita: sono i due accessi alla sagrestia. In questo spazio piastrellato con altre maioliche ottocentesche è conservato un altro altare marmoreo, quello della Madonna dei Sette Dolori. Traslato qui da una chiesa campestre sul finire del 700, esibisce al centro una Pietà dipinta del XVI secolo sorretta da quattro angeli dorati.

L’ultima sorpresa è la riproduzione completa dell'affresco miracoloso istoriato sul retrospetto dell'ambiente. Abbiamo così contezza di come dovesse essere l'antica edicola: rivediamo il popolo fedele, gli ex voto appesi tutt’intorno alla struttura e due frati che in ginocchio pregano, a distanza di secoli, per ricevere una grazia.

(Vedi galleria fotografica)


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