Natura selvaggia, grotte, conventi e nitriere reali: è il mondo nascosto del Pulo di Molfetta
Letto: 142 volte
martedì 14 luglio 2026
Letto: 142 volte
di Renato Filannino - foto Paola Grimaldi
Parliamo di un sito archeologico ma anche naturalistico, formatosi grazie al continuo movimento dell’acqua delle falde acquifere sottostanti. Al suo interno vivono infatti oltre 80 specie di animali selvatici (tra poiane, volpi e rospi smeraldini) e duecento specie di vegetali.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Di proprietà della Città Metropolitana, dal 2018 è gestito dal Comune di Molfetta.che organizza delle visite guidate gratuite il sabato e la domenica. Noi ci siamo andati in un weekend di luglio, accompagnati dall’archeologo e guida turistica Fabio Armenise. (Vedi foto galleria)
La dolina si raggiunge imboccando dal centro di Molfetta la sp56. Superata la statale 16 si gira a destra per una via rurale situata in contrada Pulo, la quale dopo 350 metri conduce al sito.
Dirigendosi verso l’entrata possiamo ammirare dall’alto la rigogliosa vegetazione del Pulo, circondato da alte pareti rocciose nelle quali si intravedono le entrate di alcune grotte.
«Il Pulo di Molfetta è una voragine nel banco roccioso lunga 180 metri, larga 140 e profonda 30 – ci illustra Fabio –. La roccia che lo compone è calcarea sedimentaria, la stessa che è stata utilizzata per costruire ad esempio i trulli di Alberobello, ma anche utilizzata per i muretti a secco in campagna. È una pietra che con l’acqua e con il passare del tempo si “scioglie”. In questo modo l’acqua delle falde acquifere ha scavato delle aperture nel suolo, creando delle grotte verticali e causando lo sprofondamento del terreno. Si è formato così il Pulo, termine con cui si definiscono tutte le grandi conche carsiche del territorio pugliese caratterizzate da pareti ripide e fondo piatto».
Ci dirigiamo quindi verso l'ingresso, delimitato da un cancello verde, superato il quale imbocchiamo un sentiero in discesa che conduce nel letto del sito. (Vedi video)
Dopo pochi passi la guida ci invita però a guardare in alto. Notiamo una costruzione in pietra: l'ex monastero dei Cappuccini, fondato tra il 1535 e il 1536. Abbandonato dopo circa trent'anni per il trasferimento dell'ordine in città, divenne nel ‘700 un avamposto militare dei Borbone. Oggi è in fase di restauro e per questo non visitabile.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Continuando a scendere ci ritroviamo davanti al corpo di guardia dei Borbone: una struttura in pietra attraversata da un arco chiuso da una porta in legno. Superiamo quindi l’antico accesso, non prima di notare sulla destra una ripida scalinata che conduce al predetto monastero.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Seguendo il sentiero protetto da una staccionata arriviamo in una zona pianeggiante dove ad accoglierci si trova una costruzione in legno che protegge l’accesso a una cavità. Siamo davanti alla “grotta n.1” o “grotta di San Leonardo”: un ambiente naturale che fu modificato dai monaci con pavimentazione e pareti per renderlo vivibile.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«All'interno della grotta si trovava anche un ossario – ci spiega Fabio –. Fu realizzato per dare degna sepoltura a resti che i religiosi trovarono nel sito, probabilmente di contadini locali».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Le spoglie sono oggi conservate nel Museo Civico Archeologico del Pulo, ospitato all’interno di Casina Cappeluti, in via Mayer. Qui sono anche presenti una serie di utensili appartenuti a uomini del Neolitico che hanno vissuto all’interno del Pulo. Macine, vasi, oggetti in selce, ma anche calchi di sepolture.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Il Pulo in origine era una dolina profonda 45 metri – ci illustra Armenise –. La sua conformazione permetteva alla falda sotterranea di risalire e creare un laghetto sul fondo. La presenza di questa riserva d'acqua e la fertilità del terreno spinsero così gli uomini del Neolitico (tra il VI e il V millennio a.C.) a stabilirsi nella zona, fondando il villaggio capannicolo noto come "Fondo Azzollini"».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Torniamo ora indietro e procediamo sempre più giù percorrendo un sentiero fatto di scalini rocciosi e terriccio. Dopo essere passati accanto a un carrubo, uno degli alberi secolari del sito, ci ritroviamo davanti a una costruzione fortificata che pare l’entrata di un castello, con tanto di feritoie quadrate situate in alto.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Al piano terra si apre un grande varco con arco ribassato, parzialmente crollato nella parte superiore. Per motivi di sicurezza l'apertura è stata consolidata con una solida centina di sostegno in legno e puntoni di rinforzo.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Qui nel ‘700 si produceva il nitrato di potassio per la polvere da sparo - avverte l’esperto – Siamo infatti di fronte alla Reale nitriera borbonica del Pulo di Molfetta».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
L’interno si presenta come una struttura a spicchi caratterizzata da una fornace inferiore e da una parte superiore chiusa, attraverso cui entra aria solo attraverso le piccole aperture viste prima.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Ma come funzionava la nitriera?
«Dalle grotte venivano prelevati i sedimenti della nitrite, i quali venivano coperti da strati di paglia e terra - sottolinea la guida -. Il tutto veniva poi innaffiato per far sì che l’acqua sciogliesse i sali che si accumulavano in vasche chiamate “metre”. Queste ultime le vedremo tra poco, mentre qui siamo di fronte alla fornace. Alimentata dal legno, serviva a far bollire il liquido estratto dalle metre così da permettere al nitrato di concentrarsi e cristallizzare».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Proseguendo lungo il percorso, raggiungiamo la parete sud, quella che custodisce la “Grotta del Pilastro”, simbolo del Pulo.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Prende il nome da un grande pilastro naturale di roccia calcarea rimasto al centro della caverna: risparmiato dall'erosione dell'acqua, funge da sostegno naturale per la volta. La grotta ha un aspetto molto particolare, dato dall’alternanza di parti più spesse a strati più sottili modellati dall'acqua della falda.
Raggiunto il fondo della dolina, circondati da piante di acanto, ci ritroviamo infine davanti a una strana struttura in pietra formata da numerose colonne che escono dal terreno.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«La maggior parte della costruzione si trova sotto terra – avverte Armenise –. Questa comunque era l’area delle vasche di accumulo di cui abbiamo parlato prima, lì dove avveniva la prima raffinazione della salnitre».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Circumnavigando le vasche, giungiamo sul lato nord. Qui la parete è in costante erosione, come dimostra la roccia dall'aspetto farinoso. Il grande mensolone che notiamo in alto rappresenta la principale criticità del sito: l'acqua continua a dissolvere la roccia alla base e il peso sovrastante, privato del giusto sostegno, è destinato a venire giù per gravità.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«In basso a sinistra, coperte dalla vegetazione – ci fa notare Fabio – ci sono la grotta Ferdinando, una delle più grandi del Pulo e più in fondo la grotta Carolina. Sono dedicate a Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’Austria, regnanti borbonici».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Non ci resta ora che tornare sui nostri passi per raggiungere l’uscita. Risalendo osserviamo però un ultimo particolare ambiente che conserva quattro fornaci. Il Pulo ci lascia così: testimonianza di un luogo dove natura e opera dell’uomo si sono fuse per creare un paesaggio unico che racconta la storia della Puglia.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Per visitare il Pulo di Molfetta: 3519869433
(Vedi galleria fotografica)
Nel video di (Paola Grimaldi e Gaia Agnelli) la nostra visita al Pulo di Molfetta:
© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita

2.jpg?q=100)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)


.jpg)







