di Laura Villani

Bari Vecchia, in giro per le pittoresche corti: antenate dei moderni condomìni
BARI – Né del tutto pubbliche né completamente private, pittoresche e soprattutto impregnate di storia. Sono le corti di Bari Vecchia, piccole “piazzette” che si aprono tra i palazzi e sui quali si affacciano scale e portoni. Antenate dei moderni condomini, furono ideate nell’Alto Medioevo per offrire zone di maggior luce e areazione in quel groviglio di vicoli a tratti claustrofobico del borgo antico.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Oggi come allora vi si accede perlopiù attraversando archi ricchi di aneddoti e al loro interno regalano scorci suggestivi tra edicole votive, panni stesi e baresità. Siamo andati alla scoperta delle corti più originali. (Vedi foto galleria)

Il nostro viaggio parte da largo Chiurlia, a due passi dal trafficatissimo corso Vittorio Emanuele: da qui ci si immette in strada San Giuseppe, viuzza che ospita l'omonima chiesa in cui ogni sabato si celebra la messa in latino. Superiamo l'edificio religioso e dopo pochi metri sulla sinistra incontriamo l'arco d'ingresso della corte Notar Morea, il cui nome deriva dal notaio che vi dimorò nel 700.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Lo spiazzo che si presenta davanti ai nostri occhi è circondato da austere costruzioni del XII e del XIII secolo dotate di infissi moderni. Alla severità del luogo contribuiscono anche l'assenza temporanea di passanti, un portone verde scuro ad arco centinato e una rampa: quest'ultima, affiancata da una pianticella, conduce in una delle abitazioni e tramite i tanti gradini bianchi scheggiati mostra i segni del tempo che passa.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Torniamo quindi all'inizio di strada San Giuseppe e svoltiamo a destra in strada Boccapianola: alla fine di questa angusta arteria è possibile osservare sulla sinistra corte San Triggiano. L'entrata è costituita da un omonimo arco in cui balza all'occhio una graziosa edicola dedicata a San Nicola, colma di fiori variopinti.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il suo nome ha un'origine intricata. Secondo lo storico Vito Melchiorre a darlo sarebbe stato un tale chiamato Giovanni Triggiano, soprannominato in dialetto Scianne e poi misteriosamente diventato "San". Lo scrittore Giuseppe Lucatuorto invece nel suo libro "La Bari nobilissima" fa riferimento al vescovo e patriota Francesco Saverio Triggiani, morto nel capoluogo pugliese nel 1829.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Toponomastica a parte, il cortile presenta una scalinata che a metà percorso devia sulla destra e porta in una delle case color pastello che la circondano. Un telo a strisce bianche e blu, probabilmente una tenda da sole, pende da una delle tante terrazzine visibili, mentre il verde sembra farsi "rispettare" in mezzo alla pietra: innumerevoli sono le piante disseminate sia nel largo sia sui balconi.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Dopo aver incrociato corte San Triggiano, strada Boccapianola cambia nome in strada dei Bianchi Dottula. Sorpassiamo l'"inaccessibile" chiesa di San Martino e il palazzo Bianchi Dottula, uno degli edifici nobiliari del rione. Dopo qualche decina di metri sulla sinistra scorgiamo ora corte San Pietro Vecchio, intitolata a una chiesetta dedicata al primo pontefice un tempo presente nel vicino largo Albicocca: già in rovina nel XVII secolo, il luogo di culto fu sconsacrato e poi abbattuto.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Lo spiazzo si insinua a fatica tra palazzine romaniche e strette scalinate: una di esse non ha neanche il corrimano. Caratteristici arbusti ingentiliscono l'ambiente all'ombra di un massiccio voltone di un portico settecentesco in ristrutturazione, affiancati da biciclette, secchi e altri oggetti della quotidianità lasciati in bella vista.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Largo Albicocca si collega a strada San Sebastiano grazie alla corte Lascia fare a Dio. Il curioso toponimo deriva dal soprannome di un abitante secentesco del posto, un certo Gio Batta la Disa che a quanto pare aveva l’abitudine di utilizzare questa espressione. Qui tra tende da sole e biancheria messa ad asciugare notiamo un fregio con mascherone sulla finestra di un palazzo ocra, mentre solo uno "slalom" tra le piante permette di passar sotto l'arco rampante posto all'ingresso di una delle casette.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Scarpiniamo ora lungo strada Dietro Tresca, dove è impossibile non notare il celeste con cui è stato dipinto l'arco Carducci. La sua volta a tutto sesto consente di accedere alla corte Carducci, il cui nome richiama quello della famiglia fiorentina giunta a Bari sul finire del XV secolo. Più ampia delle altre, in essa palazzi datati con facciate in bugnato "convivono" con immobili moderni da poco riverniciati con colori sgargianti.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Da strada Dietro Tresca sbuchiamo in strada delle Crociate, "sede" della Corte Alberolungo, appellativo dovuto probabilmente all'antica presenza in zona di un albero di grandi dimensioni. Tanto per cambiare l'ingresso è rappresentato da un arco con tanto di edicola votiva, abbellita da un dipinto ottocentesco di olio su rame dell’artista Vito Dentamaro raffigurante l'Addolorata tra santi.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

All’interno è attiva una nota bottega di artisti segnalata da una riproduzione  in scala della facciata della Basilica di San Nicola e da un’immagine del lungomare a decorazione della porta. In fondo, a guardia di un rudimentale recinto con tre piante, c’è infine una grossa statua di San Pio realizzata in una nicchia.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ci allontaniamo da strada delle Crociate e dopo aver lambito la Basilica da piazzetta Sant'Anselmo, svoltiamo a destra in strada dei Gesuiti per l'ultima tappa: corte Zeuli. Inserita nell'omonimo palazzo rinascimentale del 1598, si rifà al nome dalla famiglia faentina che nel 1787 acquistò l’edificio precedentemente appartenuto ai Fanelli e ne affidò il restauro a Giuseppe Gimma. Probabilmente a questo secolo appartengono le scalinate e il balcone, tutti con parapetto balaustrato e immancabilmente ombreggiati dalle lenzuola appese che si muovono col vento.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Se non fosse per un motorino parcheggiato a poca distanza sembrerebbe di essere stati catapultati per davvero in un'altra epoca.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica di Gennaro Gargiulo)

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