di Valeria De Tullio

La lunga e "profumata" storia dell'Aida: la merendina barese amata dai baresi
BARI – Si chiamava Aida ed è stata per 56 anni la merendina più famosa e amata di Bari, orgoglio di un’intera città. Un prodotto dolciario che si poteva gustare sia nel bar omonimo situato in via Piccinni 195 (nei pressi di piazza Garibaldi), sia nel padiglione 100 della Fiera del Levante, luogo da dove emanava un caratteristico profumo che si spargeva per buona parte dei viali dell’esposizione. (Vedi foto galleria)

Parliamo al passato perché oggi di fatto “quella” merendina non esiste più, anche se negli ultimi anni c’è chi ha cercato di riproporla, seppur con nome, confezionamento e macchinari di produzione diversi.

Ma andiamo con ordine.

L’Aida era fatta con farina, zucchero, burro, uova e aromi vari lasciati fermentare con il lievito madre e poi infornati. A questa morbida pasta si aggiungeva poi una sorta di “cappuccio” sferico fatto di marzapane, tuorlo e granella di zucchero che apportava croccantezza all’assaggio.

Uno snack esplosivo, consumato rigidamente caldo, che venne ideato nel 1954 dal 20enne Tommaso De Nicolò, figlio di Vincenzo, mercante di Bari Vecchia che operava nel settore alimentare. Fu lui, nel 1944, ad avere l’idea di aprire al piano terra del palazzo di famiglia di via Piccinni 195 il bar Aida (Azienda italiana dolciumi e affini), lì dove dieci anni dopo diede il via alla produzione della famosa merendina.  

«Nostro padre aveva una personalità vulcanica che lo portava a sperimentare sempre diverse attività – ci raccontano Antonio e Vincenzo De Nicolò, due dei tre figli di Tommaso -. Nel 1954 decise di lanciare un nuovo prodotto sul mercato e si rivolse così a un pasticcere milanese di nome Carlo, esperto nella creazione di panettoni. Quest’ultimo partì dalla ricetta della classica “pasta veneziana” che venne poi rielaborata per dare vita al dolce che tutti conosciamo».

E fu subito un successo. Anche perché Tommaso ebbe la brillante intuizione di venderle nella Fiera del Levante. Venivano noleggiati i particolari macchinari che entravano in funzione nel padiglione n.100, lì dove poi le Aida venivano acquistate dai visitatori in una confezione che conteneva 3 snack.   


Alcune inedite foto d’epoca ci mostrano lo stand, la cui insegna ogni anno cambiava grafica. All’interno giovani operaie lavoravano sotto la supervisione dell’attento De Nicolò, che di tanto in tanto riceveva il saluto di qualche personaggio famoso, come Gino Bartali o Aldo Moro. Perché nel frattempo lo “spuntino” si era fatto un nome: veniva venduto in tutta la Regione e smerciato a Bari anche all’Aeroporto e al Tribunale.

«Per 51 anni si andò avanti così – ci dice Vincenzo -, fino a quando nel nuovo millennio capimmo che non ce l’avremmo fatta più a condurre l’attività. Mio padre era ormai anziano (morirà nel 2007), i miei fratelli avevano altre professioni e io da solo non potevo sostenere tutto. Così nel 2005 decidemmo di cedere a un’altra azienda».

Purtroppo la nuova gestione si rivelò fallimentare: nel 2010 infatti la società subentrante venne chiusa per bancarotta fraudolenta. Il marchio fu poi rilevato da un’impresa di gelati e surgelati, che però non proseguì più la produzione delle “Aida”. E così Bari disse addio per sempre alla sua merendina preferita.

Anche se c’è un “ma” in questa storia: una sorta di lieto fine. Nel 2011 Giuseppe Abbinante, titolare di “Dolci Sapori di Puglia” ha deciso infatti di riprendere la produzione del dolce.

«Sin dal 1978 sono stato collaboratore e fornitore di Don Tommaso – ci dice Giuseppe –: io quindi l’Aida l’ho avuta sempre “nel sangue”. Ho preso così la decisione di non far morire questo storico snack, che oggi continua a essere prodotto, anche se con confezionamento, macchinari e nome diversi. L’ho chiamato “Merendina dei baresi”. E attenzione: segue rigorosamente la ricetta originale che mi ha dato don Tommaso tanti anni fa e lo si può trovare anche in Fiera, nel padiglione adiacente al n.100».

Il bar invece, dopo essere stato gestito da Abbinante dal 2011 al 2015 sotto l’insegna di “Dolce Aida”, ha ormai chiuso i battenti. Al suo posto c’è un garage, che conserva però al suo interno alcuni ricordi del locale. Tra questi un fregio raffigurante le scene dell'Aida: l’opera di Verdi da cui De Nicolò prese spunto per dare il via a un capolavoro dell’industria dolciaria barese.

(Vedi galleria fotografica)


© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita



Valeria De Tullio
Scritto da

Lascia un commento
  • Tony - Da piccolo andavo in Fiera soprattutto per le Aida che con il loro profumo attiravano orde di bambini urlanti come una sorta di Pifferaio Magico. Un lontano ricordo. Tony
  • Vito Petino - GIOVANI LAVORATORI ALL’AIDA Fine agosto 1960. Le vacanze volgevano al termine. Come da tradizione familiare, anche quell’anno nostra madre ci chiese “Almeno a settembre vedete di lavorare in Fiera, ché i soldi servono.” Io e mio fratello acconsentimmo, dicendo a nostro padre di telefonare a qualcuno dei suoi cugini importanti. Eravamo stati educati da Babbo a chiamare tutti i suoi cugini zii. Prima della telefonata mia madre accennò a zio Onofrio Belviso, mio padre però contrappose la necessità di chiedergli tale favore in futuro per un posto fisso, come già zio Onofrio aveva fatto con Lucio Marengo. Ma mia madre lo interruppe. “Lucio è figlio a Titina, sua sorella. Onofrio non si sbilancerà mai sino a tanto per i tuoi figli. Non Illuderti”. E mio padre si convinse a chiamare zio Onofrio, cugini perché figli di sorelle. “Domani mattina alle 9 zio Onofrio vi aspetta in ufficio. Essere puntuali è indice di buona volontà.” Alle 8,45 del mattino dopo eravamo già in attesa di nostro zio che arrivò puntuale alle 9. “Buongiorno, zio Onofrio”, salutammo insieme. “Cià, Vitin, e tu si Lillin. V sit fatt probbrij du bell giovanott. C-lluzz accom sta? E mammà?” Confortato sulla buona salute dei miei, ci disse di aspettare un attimo lì fuori. Zio Onofrio Belviso era il direttore del Dazio, che a quel tempo era situato nei locali alla strada in via Quintino Sella, fra l’isolato del corso e via Piccinni. Cinque minuti dopo uscì facendoci segno di seguirlo. All’angolo, girammo a destra in via Piccini e, prima di arrivare alla fine dell'isolato in piazza Garibaldi, entrammo nel bar dell’Aida, illudendoci volesse pagarci la colazione, che comunque avevamo già fatto a casa. “Tmà, chiss so l nput mi che t’agghij parlat apprim. So figghij a cugginm u ferrovir.” E rivolto a noi “Il signore è don Tommaso De Nicolò il titolare dell’Aida.” Lungo e magro mio zio in elegante abito grigio, basso e tarchiato don Tommaso in un abito scuro di ottima fattura, entrambi calvi e l'evidente vantaggio per il proprietario dell'Aida di un bel paio di baffoni neri, con noi a metà altezza fra i due, formavamo un gruppetto insolito. “Onò, lass a me l uagnun, tu vattin all’uffig”, lo interruppe don Tommaso. E prima di andarsene aggiunse “Dop, vid c l uagnun voln qualche pastarell”, lasciandoci sorpresi e contenti. “Quanti anni avete”, chiese il titolare dell’Aida. “Io 16 e 15 mio fratello”. “Ho bisogno di due giovani svegli per le tre settimane di Fiera. Nel mio padiglione c’è un macchinario che inforna e impacchetta le merendine calde, dopo che le signorine addette alla lavorazione hanno impastato, tagliato nella giusta misura e addobbato ogni merendina. Il vostro compito è quello di stare alla fine del macchinario, prendere le merendine impacchettate per tre e metterle in un cartone che, una volta riempito, bisogna portare nel minor tempo possibile al banco vendite. Sabato è l’apertura della Fiera. Presentatevi lì venerdì mattina alle 8 per fare pratica.” Il venerdì alle 8 eravamo nel padiglione dell’Aida, appena oltre la sala Tridente, lungo il vialone dell’ingresso Italo Orientale, ad angolo con la stradina che conduceva al Luna Park proprio alle spalle dell’Aida. Il lavoro non era pesante, ma le tante ore in piedi ci facevano tornare a casa sfiniti la sera. Comunque riuscimmo a resistere sino all’ultimo giorno. Don Tommaso ci chiamò a fine giornata e ci pagò. Quello che mi è rimasto a tutt’oggi di quella esperienza è l’inebriante profumo delle merendine e il loro soave sapore che, a chiudere gli occhi, sento ancora fragrante dopo sessant’anni. Tornammo a casa consegnando contenti tutti i soldi a nostra madre. Ma la felicità più grande era la strizzata di spalle che Babbo ci dette con le sue poderose braccia, e la tenera carezza a scompigliarci i capelli. Erano le uniche manifestazioni d’amore che nostro padre concedeva a ognuno di noi sei, quando facevamo qualcosa di buono. Con qualche soldino che nostra madre ci lasciò in tasca arrivammo ricchi al primo ottobre, inizio di un altro anno scolastico …
  • Stefano - Beh! sig.ra De Tullio, allora ce l'avete con me. Pescate spesso cose che sono state punti di riferimento importanti della mia vita giovanile. Di fronte al Bar/Pasticceria AIDA i miei suoceri avevano, in comproprietà con alcuni parenti, un vecchio palazzetto dove abitavano. Quando conobbi la mia attuale moglie, nel 1962, L'Aida era il mio punto base per andare a vedere l'allora mia fidanzata che si affacciava alla finestra (così si usava a quei tempi) Il buon Don Tommaso, che era amico di mio papà, non mancava di offrirmi, a seconda delle stagioni o la merendina, o un buon gelato o quello che gli capitava, di buono, tra le mani. Quel punto di riferimento fu da me utilizzato per circa 8 anni quando poi, nel Giugno1970, sposai quella fidanzata che, ancora oggi è la mia adorata moglie. Ho un parente che risiede in un appartamento ubicato nel palazzo, che sostituì il precedente, di fronte a quello che oggi riporta il Garage Aida. Quando mi capita di fare un salto a Bari, vivo in Lombardia da tanto, e passo davanti all'Ex Bar Aida, mi viene un magone e ricordo con vero piacere la simpatia di Don Tommaso e della relativa consorte. Che peccato che a Bari, tanto si sia perso di quello che la Storia di tale città. Grazie per i Vostri redazionali