di Marco Montrone e Gaia Agnelli e Mattia Petrosino

Da "statt bun" a "mocch a te": viaggio nel colorito gergo "made in Bari"
BARI – Il barese non è fatto solo di classici proverbi (addò arrive chiànde u zìppe), frasi idiomatiche (si probbie du iune), parole intraducibili (priìsce) e strafalcioni  (“uscire il cane”), ma è soprattutto un dialetto caratterizzato da particolarissime espressioni. Singole parole o brevissime frasi che, entrate nel patrimonio linguistico della città, vengono ormai pronunciate quasi inconsapevolmente.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Vediamo quindi quali sono i termini che vanno a comporre quello che può essere definito lo “slang”, il gergo, del capoluogo pugliese.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Un’avvertenza. Stiamo parlando di parole che non fanno parte del lessico standard del dialetto, perciò in questo articolo abbiamo preferito non seguire nessuna delle varie regole e teorie ortografiche riguardanti la scrittura, cercando così di tradurre i suoni nella maniera più semplice e immediata possibile.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Saluti – A Bari quando si incontra qualcuno per strada scatta sempre irrimediabilmente l’esclamazione ueeee (con una “e” prolungatissima) che precede il nome della persona e magari un tutt’appost?. Di solito al saluto segue la risposta auandan auandan o sciam innanz: un modo per dire che seppur con vari problemi la vita va avanti.

Quando invece ci si congeda, non si ricorre mai ai tradizionali “ciao” o “arrivederci”, ma ad espressioni molto più colorite traducibili in italiano con un “riguardati”. Si va dal beh mi raccomando (mi raccomando poi a che cosa?) a iabr l’ecchie (apri gli occhi), al classico e intramontabile statt bun. Quest’ultimo è spesso accompagnato da un gesto di saluto fatto con la mano tesa che si muove avanti e indietro.

Modi per attirare l’attenzione – Vuoi capire che età dimostri? Basta ascoltare in che modo i baresi ti chiamano per attirare l’attenzione. Da ragazzini si è sempre definiti uaglio’, ma appena si diventa più grandi ci si trasforma in giovane (“scusa giovane”, “ehi giovane”). Un epiteto quest’ultimo che diviene capo una volta raggiunta l’età adulta, anche se spesso si può scampare alla “maturità acquisita” se ci si continua a presentare, anche a 40 anni, in maniera casual e poco formale. Infine da capo, sopraggiunta la vecchiaia, si arriva definitivamente al più rispettabile mest (maestro).

Frasi ripetute – Lo slang barese prevede una serie di frasi ripetute, talvolta senza senso, ma essenziali per riuscire a farsi comprendere meglio. Perché non basta affermare che una cosa “è buona”, ma è necessario sottolineare che “è buona, non è che non è buona”. Oppure è facile sentirsi dire: “Te l’avevo detto di fare così, che te l’avevo detto”, magari seguito da un “non è che non te l’avevo detto”. Quasi uno scioglilingua.


Ma la parola si raddoppia anche per incitare e indurre qualcuno a porre in essere un determinato comportamento. E quindi bell bell (se si vuole che le cose si facciano con attenzione), allegr allegr (per accellerare un’azione), due due (per indicare un’esigua quantità).

In famiglia poi si aggiunge un “alla nonna”, "alla zia”, "a mamma”, “a papà” quando si ci si rivolge con affetto e comprensione nei confronti dei più piccoli. E dunque “mangia alla nonna”, “come sei bella a papà”, “vieni a mamma”.

Esclamazioni – A Bari basta un termine (detto con la giusta intonazione) per rendere un’idea o un preciso stato d’animo. Iè normal! ad esempio: pronunciato però con sicurezza così da far capire che stiamo parlando di una cosa ovvia. O  mo’ adaver!, per dare ragione con decisione al proprio interlocutore. E ancora doman’ iè fest o anche camin vattin o buonanott per esprimere scetticismo. Mentre  si capit u fatt? è un tipico intercalare utilizzato per rafforzare un concetto.

Particolare è l’uso di tu ste bun…che, mascherato da un complimento, sottintende una leggera invidia unita a un’insoddisfazione personale. Si usa però beat a te per manifestare platealmente la “gelosia” nei confronti dell’altro.

E poi impossibile non pronunciare auand! in caso di “pericolo”, quando ad esempio qualcuno sta per cadere o sta facendo cadere un oggetto. Come anche chiamind a cud! (o italianizzato “guarda a quello!”) per porre l’attenzione su un comportamento singolare.

Infine c’è il classicissimo c’iè la caricatur? La “caricatura” si riferisce al disegno satirico che storpia l’immagine del soggetto rappresentato. In barese viene quindi traslato il significato per palesare disappunto, quasi a voler sottolineare una presa in giro da parte dell’interlocutore.

Affermazioni negative – Nel capoluogo pugliese la parola “amaro” non viene associata solo al gusto, ma assume vari significati a seconda del contesto in cui viene pronunciata, pur avendo sempre un connotato negativo. E quindi se la situazione non è delle più rosee, si afferma l’aria iè amar e se una persona è poco incline al compromesso si dice di lui che iè amar. Davanti a un tipo ancora più irascibile e difficile da tenere a bada si adopera invece l’aggettivo venale, che nulla ha a che fare con il “venale” che si trova sui dizionari di lingua italiana (soggetto attaccato ai soldi).

La “goccia” poi perde il suo legame con l’acqua, assumendo il significato di “spavento”. E quindi “mi hai fatto venire una goccia” vuol dire “mi hai fatto spaventare” e gocc  a da vé! è utilizzato in risposta a una provocazione.

Per avvertire invece che ci si sta per incavolare si usa “mi stanno partendo i cinque minuti” o meglio ancora “m’sta a ven la nervatur”. Mentre il classico mocch a te! o mocch a me!, è sempre scelto per imprecare quando qualcosa è andato storto.

Infine espressioni per manifestare insoddisfazione sono “m’sta a ven la sconfidenz” e “m’sta a ven la sust”. E se qualcuno ci sta proprio scocciando (menandosi alla centrale) è possibile controbattere con un liberatorio “ma tu, da me, c’uè”.

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  • Daniela - Complimenti davvero! Pur conoscendo bene il nostro slang, mi sono molto divertita leggendo l'articolo e ho colto quella comicità del nostro dialetto, che tanto diverte chi non è di Bari.