Bari, la storia e i segreti di Palazzo Colonna De Robertis: «Qui c'è ancora la scrivania di Aldo Moro»
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mercoledì 29 aprile 2026
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di Giancarlo Liuzzi - foto Paola Grimaldi
Di questo immobile del quartiere Libertà vi avevamo già parlato in passato, descrivendone i decori liberty e soprattutto il fiabesco atrio. Ora però abbiamo deciso di ritornarci, per raccontarvi la sua lunga storia e per mostrarvi parte degli interni che conservano ancora incantevoli affreschi. (Vedi foto galleria)
Raggiungiamo quindi il palazzo al civico 119 di via Crisanzio, dove si erge con il suo eclettico prospetto arricchito da paraste, fregi vegetali e sculture di putti e aquile. La facciata è stretta tra un discutibile edificio dal gusto post-moderno e l’ex Istituto del Sacro Cuore, oggi in corso di restauro per farne un complesso residenziale.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
La sontuosa dimora fu costruita nel 1887 dall’impresa Colonna per volere dell’avvocato Antonio De Robertis e della moglie Felicia (detta Felicetta) Messa.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Pare che i De Robertis discendano da un tal Roberto che, nel Medioevo, partì dalle terre germaniche per partecipare alle crociate, stabilendosi al suo rientro in Piemonte – ci racconta l’89enne Licia De Robertis, la discendente più anziana della famiglia -. Nel ‘600 poi il capitano di ventura Agostino De Robertis ricevette un titolo nobiliare e un feudo a Fontecchio in Abruzzo e, dopo numerosi viaggi, si trasferì in Puglia».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Felicia Messa discendeva invece da facoltosi proprietari terrieri di Conversano e possedeva anche il suolo dove fu edificata la dimora barese: un’area rurale corrispondente all’antico alveo del torrente Picone. Proprio per via della sua posizione tutta la zona, durante le forti piogge, si inondava di continuo. A dimostrazione di ciò Licia ci mostra una suggestiva foto che ritrae il palazzo circondato da terreni sommersi dopo l’alluvione di Bari del 1905.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Per rendere il fabbricato stabile e impermeabile, le fondamenta furono fatte con tronchi d’albero ricoperti di pece e piantati nell’acqua, come negli edifici di Venezia.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«L’immobile è dotato anche di bocche di lupo nelle cantine: fori che servivano a far defluire l’acqua nelle falde sotterranee – ci spiega Grazia Marino De Robertis, nipote di Licia -. Negli anni ‘70 si ruppe una conduttura nell’adiacente via Eritrea, il palazzo si allagò e fui proprio io ad aprire i varchi che risucchiarono il liquido».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Ma il Palazzo non rappresenta solo un capolavoro ingegneristico ma anche e soprattutto architettonico. Basti osservare il suo atrio esagonale (tra i più belli di tutta Bari), con logge sovrapposte, fregi raffinati e bifore. Quest’ultimo è stato sapientamente restaurato nel 2004 dall’architetto Lelio de Nicolò.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Le finestre avevano però un tempo dei bellissimi cristalli colorati – ricorda Licia –: vennero distrutti durante la Seconda guerra mondiale a causa dello scoppio di una bomba che danneggiò il palazzo. Quel giorno si ruppe anche l’orologio che si trovava nel timpano del terrazzo. Mentre le statue delle aquile della facciata, rovinate anch’esse, vennero decapitate per evitare che cadessero i pezzi per strada».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Negli anni a sparire fu anche lo stemma di famiglia, che un tempo ornava l’elegante portone principale. Era composto da un’aquila che reggeva un cartiglio con una stella a tre punte, un gladiolo, simbolo di forza e tre monti. La scultura venne rubata da malviventi negli anni ’50, mentre il cartiglio fu abraso all’inizio degli anni ‘80 durante la posa di alcuni cavi dell’Enel.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«C’era anche un ampio giardino che curava mio padre Augusto, professore di fitopatologia – aggiunge la donna –. Accoglieva statue, una grande vasca d’acqua e tantissimi fiori». Purtroppo oggi del rigoglioso cortile resta soltanto un’aiuola verde con qualche arbusto, che intravediamo da una porta a vetri.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Raggiungiamo ora il piano ammezzato per incontrare AntonGiulio De Robertis, l’unico della famiglia a possedere ancora una piccola porzione del palazzo. «Vivo da decenni a Roma – ci racconta invitandoci a entrare – ma nel 2000, quando tutti gli eredi decisero di vendere le proprietà, riuscii a comprare questo appartamento. L’ho arredato con i mobili della casa dei miei nonni per poter godere, quando sono a Bari, dell’atmosfera che aveva in passato questo edificio».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Nelle sale fanno bella mostra poltrone, un orologio a pendolo, una camera da letto d’epoca e un antico ritratto. «È di Giuseppe Messa, padre di mia nonna Felicia: possidente di Conversano chiamato dagli abitanti “patrun Peppe”», sottolinea il proprietario.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Ma il pezzo forte della casa è un’elegante e lucida scrivania in legno. «È quella dove Aldo Moro lavorò dagli inizi degli anni 40 fino al 1946 – afferma AntonGiulio -. Lui, mio zio Francesco Maria e Pasquale Del Prete (futuro rettore dell’Università di Bari), aprirono infatti un ufficio al primo piano del palazzo dopo aver operato come procuratori legali nello studio di mio nonno Antonio, che alloggiava nell’appartamento nobile».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Abitazione, quest’ultima, che siamo riusciti a visitare. Qui le ampie sale, dalle alte volte, conservano ancora le raffinate decorazioni eseguite dal pittore Nicola Colonna. Alcuni vani mostrano soffitti dai colori tenui: il primo ha cornici e decori vegetali ed è abbellito da vedute circolari di paesaggi marittimi e lacustri, nel secondo invece scorgiamo simmetrici motivi floreali dal gusto orientale.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
In un’altra stanza ampie fasce bianche con bordure dorate, interrotte da ovali con fiori colorati, racchiudono uno sfondo celestiale dove un grazioso putto con arpa siede su una nuvola, accompagnato da farfalle.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Accediamo infine all’ampio salone di rappresentanza che ci lascia incantati per la sua bellezza. Una sfarzosa cornice con conchiglie, volute vegetali e delicati fiori bianchi circonda un cielo celeste dove giocosi angioletti, con strumenti musicali e bacchette, danzano e si intrecciano tra lunghi drappi. Arricchiscono la raffinata decorazione delle bronzee teste femminili con fastose collane che corrono lungo il perimetro della stanza.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Sono le stesse che vediamo in due immagini degli anni ’40-’50, quando il salone era ancora ornato da eleganti lampadari, quadri, carta da parati damascata, sedie e consolle in legno con specchiere dorate.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Negli anni tanto è cambiato e nessuno di noi vive più qui, ma questo edificio continua a essere famiglia, casa e cuore – conclude Grazia -. Per questo vogliamo che la storia del Palazzo De Robertis non venga mai dimenticata».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
(Vedi galleria fotografica)
© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita

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