Bari, al Campus c'è una preziosa collezione di marmi antichi: «Alcuni sono di epoca romana»
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venerdì 23 gennaio 2026
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di Laura Daloiso - foto Rafael La Perna
Bene, in pochi sanno che a Bari c’è una preziosa collezione di marmi antichi: è ospitata all’interno del Museo della Terra del Campus universitario e conta di 577 pezzi provenienti da luoghi lontani sia nello spazio che nel tempo. Siamo quindi andati a visitare questa importante esposizione. (Vedi foto galleria)
Ad accoglierci è la ricercatrice Giovanna Fioretti, che ci guida tra le teche piene di campioni lapidei rettangolari. «La collezione prende il nome dall’avvocato romano Francesco Belli, appassionato che a partire dal 1850 iniziò a raccogliere pietre ornamentali da tutta Europa», esordisce la nostra guida.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Dopo la morte di Francesco la raccolta passò al figlio Filippo, per poi essere venduta all’antiquario Tito Calvesi. Nel 1957 i marmi furono infine acquisiti dall’Università di Bari. Dopo essere stati conservati per diverso tempo nei depositi del Campus, quindici anni fa si è deciso di valorizzarli ospitandoli in un museo aperto al pubblico, il cui allestimento è stato curato da Lorenzo Lazzarini, massimo esperto italiano di petrografia dei marmi antichi.
«Questa collezione è molto importante: si pensi che raccoglie rocce utilizzate come materiale ornamentale sin dall’epoca romana – sottolinea Giovanna –. La passione per il marmo nasce infatti intorno al 31 d.C., in particolare con l’imperatore Augusto, quando marmi provenienti dalle cave di tutto il Mediterraneo vennero trasportati a Roma per costruire palazzi, terme e monumenti».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Alcuni pezzi sono invece di derivazione medievale. «Spesso però edifici quali chiese e templi vennero costruiti proprio reimpiegando pezzi più antichi», osserva Fioretti.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
L’esperta ci spiega come i pezzi qui presenti derivino da antiche cave, ma anche da siti storici: in passato infatti si potevano prelevare liberamente questi materiali, mentre oggi tali operazioni sono vincolate dalle normative della Soprintendenza.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Giovanna comincia ad aprire le quattro teche per mostrarci i campioni, che hanno tutti la stessa dimensione: 12 centimetri per 7 centimetri. Ognuno è contrassegnato da un numero, da un nome e da asterischi che ne indicano la rarità: fino a tre per i pezzi più rari.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
A prima vista sembrano saponette colorate, lisce al tatto, con piccoli disegni che ricordano fantasie pittoriche. «Non si tratta però di decorazioni – afferma la guida -, ma di fossili di organismi marini incastonati nella roccia».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
I primi pezzi che osserviamo provengono dalla Grecia e sono i marmi di Paros e di Naxos: entrambi di colore bianco e dalla grana fine, sono celebri per essere stati utilizzati per le sculture monumentali e le statue votive antiche.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Rarissima è invece la breccia trapanata, detta anche frutticolosa. «È uno dei campioni più preziosi della raccolta Belli – sottolinea Giovanna –. Il nome deriva dalla presenza di frammenti di roccia colorati immersi in una matrice più chiara, che ricordano frutti sparsi nella pietra. Era molto apprezzata in età romana e usata soprattutto per rivestimenti e decorazioni di pregio».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Alcuni campioni hanno un forte valore simbolico. «Questo ad esempio è il granito degli obelischi di Roma – illustra Fioretti –: è di colore rosa intenso, grana medio-fine, duro e resistente. Le cave si trovavano in Egitto, nell’antica Assuan. Il porfido rosso intenso con cristalli lucenti era invece associato alla divinità e al potere: lo troviamo nei sarcofagi degli imperatori, come quello di Federico II».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Granito e porfido in realtà dal punto di vista geologico non sono propriamente marmi. «Ma per i Romani il termine marmora indicava qualsiasi materiale lucidabile: se era bello da vedere, era marmo. E così che il termine viene utilizzato anche per descrivere rocce diverse», sottolinea l’esperta.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Il pezzo che ci affascina di più è però la lumachella cenerina scura. Il nome deriva proprio dalla lumaca per via della evidente presenza al suo interno di gusci di piccoli organismi. Questi, in contrasto con il nero lucido della matrice, creano un effetto decorativo molto elegante e particolare.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Altre lumachelle sono l’occhio di pavone di colore bordeaux con striature beige e quella di Sant’Andrea dallo sfondo ocra con inclusioni fossili grigie e nere.
Dalla Turchia proviene invece l’africano bruno lumachellato (detto anche marmor luculleum) di colore beige con venature rossastre. É quello che fu impiegato per decorare le colonne della cripta della Basilica di San Nicola, luogo in cui venne utilizzato anche il portasanta bordeaux con sfumature bianche, grigie e rosa chiaro.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Del resto qui ogni campione è unico: le venature, i colori, i disegni naturali raccontano storie millenarie scritte dalla Terra e la superficie liscia dei marmi e il modo in cui riflettono la luce contribuiscono a una bellezza sobria, elegante e potente.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
(Vedi galleria fotografica)
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