di Giulia Mele - foto Valentina Rosati

Torri, chiese e castelli: è il piccolo, sconosciuto, ma valorizzato centro storico di Cellamare
CELLAMARE - Con i suoi 5,91 chilometri quadrati è il comune meno esteso della provincia di Bari. Si tratta di Cellamare, paesino ubicato 10 km a sud-est del capoluogo pugliese immerso in una tranquillità d’altri tempi: qui sono infatti presenti pochissimi negozi e mancano persino i semafori. Eppure questo piccolo centro escluso da qualsiasi itinerario turistico è dotato di una suggestiva città vecchia, impreziosita da una particolare Torre dell’orologio, da una chiesa matrice in cui si venera un “inedito” patrono e un importante castello. (Vedi foto galleria)

La sua storia è avvolta da un’aura di mistero: non ci sono cronache o atti che determinano con certezza quando il paesino ebbe origine. Il primo documento utile è uno statuto delle città e delle terre appartenenti all'Arcidiocesi di Bari, compilato nel 1171 dall’arcivescovo Rainaldo, in cui per la prima volta si menziona una località chiamata Cellamare o Cellamarii.

Enigmatica rimane anche l’etimologia del suo nome, malgrado le varie ipotesi. «Il paese ospitava una residenza estiva degli arcivescovi di Bari e prendeva la denominazione latina di “Celi Amor” o “Cella Amoris”, ossia “Cella d’Amore” – spiega Michele Di Gioia, studioso locale –. Uno di essi, Giovanni V, dopo la distruzione del capoluogo pugliese a opera di Guglielmo il Malo, nel 1156 fu costretto a rifugiarsi nella suddetta tenuta. Da allora questa prese l’appellativo di “Cella Amaris”, in quanto non più luogo di piacere ma d’esilio».

L’ecclesiastico commissionò così l’edificazione di alcune abitazioni per accogliere i sempre più numerosi “profughi” baresi e col tempo quella che era stata una tenuta estiva si ingrandì fino a diventare un villaggio chiamato appunto Cellamare.

Per visitare, da Bari, la cittadina, percorriamo la Statale 100 per circa otto chilometri, quindi prendiamo l’uscita per Cellamare/Zona Industriale Capurso. A questo punto proseguiamo sulla Provinciale 98 per circa due chilometri e giungiamo nel cuore del paese, in piazza Aldo Moro.

Qui, rivolto verso la via per Capurso, si innalza la Porta della Terra, accesso ad arco che attraversando le mura medievali conduce in piazza Don Bosco, lì dove si affacciano la Chiesa Matrice di Santa Maria Annunziata e la Torre dell’Orologio pubblico del 1925.

Iniziamo il nostro viaggio da quest’ultima. Il progetto fu elaborato dall’ingegnere Giuseppe Rossetti nel 1923, mentre la realizzazione venne affidata ad Angelo Sciannameo. Fino a qualche decennio fa ospitava alcuni uffici, oggi vi ha sede il Comitato Feste.

«In precedenza c’era un’altra torre meno alta che sorgeva sui ruderi dell’antica chiesetta della Madonna delle Grazie, ancora visibile sul retro – spiega Di Gioia –. Entrambe, da tempo instabili e pericolanti, crollarono e il Comune decise di ricostruire almeno un campanile dell’orologio».

È in stile neoromanico – afferma l’architetto Paolo Tupputi -. Ciò è evidenziato dalla muratura portante in blocchi bianchi di tufo e dalla ripresa di alcuni elementi architettonici che rimandano all’età medievale».

La struttura si divide in tre livelli. La prima è una parte basamentale dalla forma di un bastione. Qui si apre il portale d’ingresso sormontato da un arco a sesto acuto e da una lapide in memoria dei caduti della Prima guerra mondiale. Poi c’è la torre vera e propria, alleggerita da una bifora lunettata, dallo stemma in pietra della città e dall’orologio circolare. «Infine la parte sommitale – continua Tupputi - caratterizzata da una fascia di merlatura sostenuta da una serie di archetti pensili e dalla loggetta campanaria da quattro bifore per ogni lato».


Per salire ci inerpichiamo su strette e ripide scale, ma la fatica è ripagata dalla splendida vista del territorio circostante con i comuni confinanti e le campagne che si spingono sino al mare.

Ci dirigiamo ora verso la Chiesa Matrice. Con la facciata in pietra bianca, rispecchia la semplicità geometrica degli spazi interni a navata unica. Il prospetto si presenta delimitato ai lati da due lesene che sorreggono un timpano con un semi-oculo cieco centrale.

«Fu eretta nel 1854 per volere dell’arcivescovo Clary, come testimonia l’epigrafe latina posta sopra l’architrave – illustra Raffaella Ronchi, esperta di tradizioni locali -. Sorge su un luogo di culto precedente del XII secolo, anch’esso dedicato alla Santissima Annunziata».

Ci avviciniamo allo splendido portale bronzeo realizzato dallo scultore di Monopoli Giuseppe Pavone per celebrare il giubileo del 2000. Al centro, scolpita a bassorilievo, spicca la figura del patrono Sant’Amatore, sacerdote spagnolo ucciso durante la persecuzione musulmana. Cellamare è l’unico paese al mondo a venerare questo particolare santo, assieme alla cittadina di Martos, lì dove Amatore nacque.

Entriamo nella chiesa. Osserviamo l’unica navata con volta a botte, i muri laterali con archi a tutto sesto delimitati da lesene a capitello ionico e le tre cappelle per lato.

In una nicchia alla destra dell’altare maggiore è presente la statua in legno del patrono, in sottana nera e cotta d’argento: il 30 aprile viene portata in processione per le strade del paese. Sotto l’altare infine è racchiusa in un elegante reliquiario in ebano una tibia di Amatore, donata dal duca di Giovinazzo Domenico Del Giudice nel 1670, anno in cui ebbe inizio il suo culto.

Tornando tra le strade del centro storico percorriamo ora via Castello, dove “sopravvive” il vecchio forno comunale, ancora oggi usato per cuocere il pane secondo la più antica tradizione.

Al termine si estende il largo intitolato all’ultima tappa del nostro viaggio, il Castello. L’edificio è di impostazione medievale ma non ha le fattezze delle fortezze normanne, quanto piuttosto di una residenza rurale. La sua facciata è affiancata dai resti di una torre inglobata in altre costruzioni e la fascia basamentale a bugnato rustico è delimitata da un cordolo. Il portale di accesso seicentesco è a tutto sesto, anch'esso composto da conci a bugnato, sormontato dallo stemma dei nobili Giudice-Caracciolo.

Nella corte centrale, su cui si affacciano diverse porte e una scala addossata alla parete, è custodito un menhir, monumento megalitico di età preistorica costituito da una grande pietra fissata verticalmente. Sul fianco del monolite si può notare incisa la parola “Noja”, antico toponimo della città di Noicattaro nelle cui campagne è stato ritrovato.

È questo l’ultimo tesoro di una cittadina che forse, proprio perché piccola e silenziosa, è riuscita a valorizzare e a mantenere ben conservato il suo poco conosciuto patrimonio storico.

(Vedi galleria fotografica)


© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita



Giulia Mele
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Valentina Rosati
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  • Pietro - Belle foto, , c'e poca storia del territorio,del paesaggio, vedi chiesa di S.Michele, Il posto di origine del Menhir, nel territorio di Menhir ci sono altri 2 in stato di abbandono, si possono recuperarli? E valorizzare il territorio? Disponibile a un sopralluogo dei siti.
  • francesco landolfi - buongiorno quando e come è possibile fare un sopralluogo ai Menhir? grazie saluti


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