di Nicolò Devitofrancesco

Savino Carbone: «Attraverso i miei documentari voglio riscattare storie di marginalità»
BITONTO - «Attraverso il racconto voglio riscattare storie di marginalità e debolezza». Parole del 28enne Savino Carbone, regista esordiente e fotoreporter di Bitonto, che nel 2019 ha realizzato il suo primo documentario: “Libertà”, un lavoro che è riuscito a presentare in diversi festival internazionali, dall’India alla Francia. Lo abbiamo intervistato.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Come sei arrivato alla macchina da presa?

Ho iniziato lavorando in giornali locali come cronista, poi pian piano mi sono avvicinato al mondo del giornalismo visivo, cimentandomi sia con il videoreportage che con il fotogiornalismo. Proprio per questo ho studiato con Manoocher Deghati, fotogiornalista rinomato a livello internazionale, vincitore più volte del World press photo nonché del Premio Pulitzer. Da qui la scelta di fondare assieme ad alcuni miei colleghi una piccola casa di produzione: “Cooperativa quarantadue”, nata nel 2019.

La cooperativa che tipo di filmati produce?

Ci occupiamo di documentari concentrati su tematiche sociali, quali la condizione delle minoranze. Il fine è quello di poter riscattare attraverso il racconto tante storie di marginalità e debolezza. Perché io credo molto nella funzione politica del cinema e del giornalismo, soprattutto in un mondo incredibilmente frenetico che schiaccia tante persone.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Nel 2019 hai girato il tuo primo documentario: “Libertà”. Di che cosa tratta?

“Libertà” nasce dall’esigenza di narrare la questione migratoria in un anno particolare. Nel 2019 infatti sono entrati in vigore i due decreti sicurezza voluti dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, che hanno portato a una forte stretta sull’accoglienza di profughi e richiedenti asilo in Italia. Così ho pensato di seguire la vita di B. e C., due africani che vivono attualmente a Bari, fuggiti dal proprio Paese natale perché gay. Parliamo quindi di persone discriminate due volte: in patria dalla legge che vieta l’omosessualità e in Italia perchè immigrati di colore.

Come vivono oggi queste persone?

La loro è una situazione di perenne stasi. Non possono avere una vera e propria prospettiva di vita dato che i decreti sicurezza, che rendono molto difficile ottenere i documenti per stabilirsi e lavorare in Italia, sono ancora lì nonostante sia cambiato il Governo. Inoltre le commissioni territoriali che si occupano di concedere la protezione internazionale ai profughi sono sempre in difficoltà nell’affrontare le pratiche per richiedenti asilo gay, dato che l’orientamento sessuale è qualcosa di poco dimostrabile oggettivamente. È una situazione molto complessa e di difficile soluzione al momento.


Il tuo lavoro ha un titolo molto significativo: a quale “Libertà” si riferisce?

Essendo ambientato a Bari il film ha preso in prestito il nome dello storico quartiere. Perché il Libertà ha un nome molto affascinante, ma che non rispecchia le condizioni in cui vivono molte persone che lo abitano. Si tratta infatti di un rione popolato soprattutto da fasce deboli, in particolare da migranti.

Il film è stato presentato anche a festival internazionali.

Si, è stato proiettato al festival di Chennai in India e poi è stato stato selezionato per il festival lgbt Boyohboy di Parigi che si terrà a ottobre. Siamo contenti di aver avuto riscontri in India. Si tratta di un Paese che ha depenalizzato l’omosessualità solo da un paio di anni: lì al momento c’è un ampio dibattito sulle questioni dei diritti civili e lgbt.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Dal punto di vista “artistico” quali sono i tuoi punti di riferimento?

Per formazione mi sento molto vicino al reportage: sono infatti cresciuto con i modelli di fotoreporter storici come Koudelka, Don McCullin e Gordon Parks. Ad ogni modo ci sono tanti registi contemporanei che apprezzo e seguo con interesse, come Roberto Minervini, Pietro Marcello, Agostino Ferrente, Andrea Segre e il team di Zalab.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Prossimo lavoro?

Sto lavorando a un documentario su un altro caso di marginalità, questa volta legato alle comunità nomadi, riprendendo una vecchia storia accaduta qui in Puglia negli anni 70. Per via dell’emergenza coronavirus abbiamo dovuto sospendere le riprese, tuttavia abbiamo molto materiale d’archivio e la speranza è quella di riuscire a ripartire entro la fine dell’anno.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Qui il trailer di “Libertà”

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