di Alessia Schiavone

Figli abbandonati, negato il diritto di “conoscere”: è la “punizione dei cent’anni”
In Italia sono circa 400mila le persone che non sono state riconosciute al momento della loro nascita. Tra queste ce ne sono molte che da anni si stanno battendo e mobilitando per conoscere qualcosa sulle proprie origini, su chi li ha abbandonati dopo il parto. C’è chi lo fa aiutandosi con Facebook e chi pubblicando ovunque appelli e video. Ciò che li spinge ad andare avanti non è tanto il desiderio di ritrovare i propri genitori, ma il bisogno di conoscere la propria identità, sapere da dove si proviene, comprendere il perché dell'abbandono ed essere in grado così di riempire le pagine bianche della propria storia.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Ma per loro c’è un grosso problema. In Italia è in vigore una legge (la 184/83), soprannominata "punizione dei cent'anni", che impedisce in caso di parto fatto in anonimato, di conoscere le circostanze della propria nascita, e soprattutto il nome di chi l'ha messo al mondo, se non dopo il compimento dei cent'anni.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Negli ultimi anni questa legge è stata però messa in discussione. Prima dalla Corte europea dei diritti dell'uomo con una sentenza del 2012 e poi dalla Corte Costituzionale italiana che ne ha dichiarato in parte l’illegittimità costituzionale. Proprio nei prossimi giorni si discuterà in Senato la calendarizzazione di una proposta di legge, il ddl 1978 già passato alla Camera lo scorso anno, che darebbe  una “seconda chance” ai “figli di nessuno” . Prevede infatti che "il tribunale per i minorenni, valutata la richiesta di accesso ai documenti da parte dell’adottato, verifichi se la volontà di anonimato della madre sia ancora attuale o sia mutata".Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Insomma si andrebbe a chiedere alla mamma se nel frattempo ha cambiato idea, rispetto al momento in cui ha deciso di rimanere una sconosciuta per il proprio figlio. D’altronde per ogni abbandono c'è sempre una motivazione e il più delle volte dietro a un simile gesto si celano trame complesse. Magari alla base del rifiuto della madre vi erano difficili condizioni materiali o psicofisiche o ancora poteva capitare che a rimanere incinta fosse una ragazza minorenne, costretta dai genitori ad abbandonare il neonato perché considerato “una vergogna”. Lo stesso poteva verificarsi in caso di adulterio, un tempo anche perseguibile penalmente, quando l'uomo sposato costringeva la donna a rinunciare alla responsabilità genitoriale. Madri quindi che magari dopo tanti anni, se fosse chiesto loro, potrebbero voler revocare l'anonimato e rincontrare i propri figli.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ora però, in attesa che qualcosa cambi, rimangono migliaia di persone che continuano disperatamente a cercare. Attenzione però: non tutti sono a conoscenza di una serie di diritti che comunque spettano loro visto il loro status di figli non riconosciuti e attraverso i quali a volte è possibile recuperare e rimettere insieme “brandelli di vita”.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Grazie all'aiuto della barese Francesca Pellegrini, membro del Comitato per il diritto alle origini biologiche, costituitosi nel 2009 proprio per promuovere e sostenere iniziative finalizzate alla modifica delle normative, abbiamo provato a capire ciò che legalmente il figlio non riconosciuto può fare.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Innanzitutto è possibile chiedere la cartella clinica di nascita all'ospedale in cui si è nati, che ha l'obbligo di consegnarla al richiedente, oscurando però i dati sensibili (nome e cognome) della madre. Accedendo alla cartella si possono reperire diverse informazioni utili. Per esempio si può scoprire se la donna era alla prima gravidanza o se al contrario aveva avuto già altri figli. «Questo è molto importante - tiene a precisare Francesca-. Noi, che nella maggior parte dei casi cresciamo come figli unici, potremmo scoprire di avere dei fratelli».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
  
Agli uffici che custodiscono gli archivi dell’orfanotrofio che ha ospitato il bambino nei primi mesi di vita prima dell'adozione, si può poi fare domanda di presa visione della cartella clinica di permanenza nell'istituto. Nel caso di Bari per esempio bisogna far domanda all'ufficio delle politiche sociali ubicato in via Amendola. Tale documento, detto anche anche diario di accrescimento, visto che registra ogni singolo tassello della vita del bambino, può rivelarsi prezioso perché spesso contiene dettagli, apparentemente inutili, che al contrario potrebbero rivelarsi fondamentali. Vi è indicato per esempio il peso o anche il tipo di allattamento (artificiale o naturale) a cui è stato sottoposto il bambino.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Nel caso di allattamento naturale, sono presenti il più delle volte anche i nomi delle balie che si erano prestate a nutrire il piccolo, il cui nome può in alcuni casi coincidere con quello della madre biologica. E' stato questo il caso di una barese, nata nel 1936, che dopo anni e anni di ricerche, ha scoperto che in realtà la prima nutrice che l'aveva allattata era la stessa donna che l'aveva messa al mondo.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Sempre dallo stesso ente è possibile ottenere, a condizione che entrambi i genitori adottivi siano deceduti, il fascicolo personale che raccoglie le informazioni che riguardano il neonato dal giorno in cui è entrato nell'istituto al giorno in cui lo ha lasciato. Si tratta di carte della cui esistenza pochi sono a conoscenza ma che di fatto sono estremamente importanti. Vi sono raccolte per esempio le prime pratiche dell'adozione, dell'affidamento, delle relazioni degli assistenti sociali e così via. In alcuni casi sono state addirittura rinvenute le lettere spedite in orfanotrofio dalle madri biologiche del neonato che, nonostante avessero richiesto l'anonimato, erano interessate a conoscere le condizioni dei figli.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Francesca per esempio ci racconta la storia di una mamma quindicenne, una dei profughi del Villaggio Trieste di Bari, che rimasta incinta sessant'anni fa in seguito a una violenza sessuale fu costretta dalla famiglia ad abbandonare la propria figlia. Nonostante questo iniziò però a mandare decine e decine di lettere, ritrovate appunto nel fascicolo, al direttore del brefotrofio di Bari in cui chiedeva notizie della piccola che nel frattempo era stata adottata. Solo due anni fa madre e figlia sono riuscite a rincontrarsi.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Ma non è ancora finita qui. Al compimento dei settant'anni di età, sempre agli archivi degli ex orfanotrofi, è possibile richiedere le cosiddette "buste gialle" dove venivano inseriti dall'ufficio economato dell'orfanotrofio i dati della mamma. Questo perché se i bambini avevano avuto qualche problema di salute (come per esempio le malattie veneree), c'era la possibilità di avvertire la mamma della patologia.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Un ultimo documento che qualsiasi figlio adottato ha il diritto di possedere è il decreto di adozione. Se non lo si possiede già, magari perché andato perso o non conservato, è possibile visionarlo e fotocopiarlo senza alcun problema presso l'archivio di Stato della città natale. Qui talvolta può essere contenuta anche la dichiarazione di adottabilità (che può essere rinvenuta tra l'altro anche nel fascicolo personale) dove è segnato nome e cognome della madre biologica.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Sta di fatto però che alcuni enti, ancora oggi, si rifiutano di darci anche ciò che legalmente possiamo e dobbiamo ricevere sostenendo di non esserne a possesso – avverte però Francesca - . Magari questi documenti in tanti anni sono andati perduti, ma la realtà è che continuiamo a essere considerati “figli di serie B”. Ma noi non ci perdiamo d’animo: continueremo la nostra battaglia. Conoscere la nostra origine è un nostro diritto».

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