di Alessia Schiavone

Essere orfano negli anni 60: «Una vita rovinata dalle suore di Terlizzi»
TERLIZZI - Dopo il nostro articolo sul brefotrofio, l'istituto barese in via Amendola che fino a trent'anni fa accoglieva i neonati abbandonati e indesiderati, sono tanti coloro che, avendo vissuto per pochi mesi o qualche anno in quel luogo, ci hanno contattato per chiederci informazioni utili per ricostruire la loro vita passata.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Perché tra i tanti neonati presenti nel brefotrofio c’è chi non è mai riuscito a trovare una nuova famiglia, condannato a vivere una vita priva di identità e radici, marchiato per sempre come "figlio di N.N.", “rimpallato” da un istituto all’altro, spesso vittima di suore ossessionate dalla disciplina e da regole senz’anima.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

È questo il caso di Vincenzo Maggi, nato il 15 maggio 1957 a Bisceglie e ora residente a Verona. Per tanto tempo l'uomo ha tentato di conoscere la verità sulla sua storia, ma ogni volta questo diritto gli è stato negato. Oggi non è nemmeno certo della propria identità dato che nel corso della sua vita ha visto il proprio cognome trasformarsi da Manzi a Manzari per diventare poi definitivamente Maggi (probabilmente per il mese in cui è nato).Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Il brefotrofio (vedi foto galleria) custodisce solo il suo primo anno e mezzo di vita, mesi però che rimangono avvolti nel silenzio e nascosti nell'angolo più buio della memoria. D'altronde era troppo piccolo per poter ricordare e le istituzioni ancora oggi incapaci di dare risposte. 
 
C'è qualche spiraglio di luce invece a far chiarezza sui tre anni successivi vissuti a Bari, all'interno della famiglia Fumai dove a prendersi cura di Vincenzo c'era una mamma e un papà e a fargli compagnia altri piccoli come lui. Ed è proprio in questa famiglia che inizia la sua storia. «Ricordo di essere stato un bambino abbastanza sopra le righe, vivace e irrequieto. Mi arrampicavo sui mobili e correvo per strada inseguendo camion- ammette Vincenzo -. E a quanto pare fu proprio questa mia iperattività a spingere le assistenti sociali, responsabili della mia tutela, a strapparmi dalle braccia della mia mamma adottiva e a rinchiudermi intorno al 1962 nell'Istituto Ancelle del Santuario di Terlizzi. Probabilmente credevano di agire per il mio bene o volevano semplicemente liberarsi di me stando in pace con la propria coscienza. Ma si sbagliavano: fu proprio quello il momento in cui ebbe inizio il mio inferno».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
L'istituto raccoglieva bambini dall'età di due anni fino a quando diventavano maggiorenni (negli anni 60 la soglia era di 21 anni) e si trattava per lo più di situazioni problematiche (bambini disagiati, casi di abbandono, orfani). All'interno dello stesso edificio, ragazzi e ragazze vivevano separatamente ed erano sotto la guida di circa trenta suore che però dovevano rispondere agli ordini della suora superiora, nelle cui mani si concentrava la direzione dell'intero istituto.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Un sistema che funzionava perfettamente e in cui tutto era al proprio posto, tranne l'elemento più importante: i bambini. Quell'ambiente serio e rigido era di gran lunga lontano dal mondo spensierato e felice in cui ogni ragazzino vorrebbe e avrebbe il diritto di vivere. «All'ordine del giorno botte e percosse, umiliazioni e digiuno- ricorda Vincenzo-. E tutto ciò se non si sapevano le tabelline o la poesia a memoria, se si faceva la pipì al letto, se si era un po' esuberanti, se non c'era abbastanza silenzio o semplicemente se tutto non procedeva secondo le regole imposte dall'alto».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

I primi anni furono particolarmente duri per lui. Vivere tra quelle mura gli suscitava talmente tanta rabbia da arrivare addirittura a graffiarsi il viso così tanto fino a farlo sanguinare. Provò anche a fuggire per tre volte ma sfortunatamente ogni volta senza successo.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
L'unica boccata di libertà la respirava quando una donna bionda, di tanto in tanto, andava a trovarlo e lo portava via dal luogo del terrore, magari anche solo per qualche ora. Ma era proprio in quei momenti che Vincenzo, che allora aveva solo 8 anni, poteva passeggiare per la città, fare i giri sulle giostre e finalmente sentirsi amato. «Non ho mai conosciuto l'identità di quella donna, anche se lei mi chiamava per nome -spiega l'uomo-. Quello che so è che un giorno è sparita e non l'ho più rivista».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

 
Ma ritorniamo all'interno dell'istituto delle suore. Ogni anno tra i tanti ragazzi ne veniva scelto uno tra i più maturi che aveva il compito di sorvegliare tutti gli altri: veniva denominato il "prefetto". Aveva il compito di controllare e di assicurarsi che ogni regola venisse rispettata. E ogni "controllore", in caso di negligenza, aveva un metodo personalizzato per punire i disobbedienti. C'era chi utilizzava la cosiddetta bacchetta di legno "Caterina" (chiamata così in onore della madre superiora), c'era chi costringeva a inginocchiarsi su cocci di noci e c'era chi ancora con il proprio pugno colpiva il viso di quello che in fin dei conti era un proprio coetaneo.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
«Si trattava per lo più di ragazzi che sfogavano in questo modo la tanta rabbia accumulata, dopo essere stati vittime per anni e anni delle stesse torture - tiene a specificare il 58enne -. E lo stesso accadeva per le suore che si occupavano di noi: erano solo pedine nelle mani della superiora». Una monaca risparmiò però a Vincenzo il manicomio, alternativa che le assistenti sociali valutarono quando il bambino fu portato in istituto, sempre per il solito problema della "vivacità". «Non era di certo un angelo ma di fatto quella suora mi ha salvato -racconta l'uomo-. Diciamo che con noi ragazzi utilizzava sia la carota che il bastone. Alternava ad atteggiamenti violenti e aggressivi, momenti di sensibilità e di pentimento. Probabilmente è anche merito suo se sono riuscito a sopravvivere».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Maggi frequentava inoltre una scuola diversa rispetto agli altri, una scuola per ragazzi "meno intelligenti" o con problemi psico-fisici. «Spesso venivo chiamato dalla Superiora "u' stupd" ( in dialetto “lo stupido”)- afferma Vincenzo-. Ma l'essere considerato "deficiente" fu paradossalmente anche la mia salvezza». Difatti, i cosiddetti ragazzi “normali” se non raggiungevano ottimi risultati a scuola, venivano puniti severamente. 
 
All'età di 16 anni il ragazzo venne finalmente trasferito nel Centro Giovanile Acli (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) di Monopoli dove la realtà era decisamente migliore in termini di libertà. Si poteva uscire, c'erano degli orari più che flessibili e meno regole da rispettare. Anche se la situazione era sempre complicata e l'ambiente non era certo dei migliori. Spesso c'erano litigi cruenti tra i ragazzi, in cui scappavano anche accoltellamenti.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
«Rimasi lì fino al 1977 circa, per poi decidere di imbarcarmi come marinaio su una nave mercantile, arrivando fino a Baltimora. Dopo il servizio militare, feci i lavori più umili -spiega Maggi- e raggiunsi addirittura Parigi per trovare impiego. Dopo circa cinque mesi ritornai in Italia, e dopo un breve permanenza in Trentino-Alto Adige, nel 1980 misi definitivamente radici a Verona. Ora sono operatore bibliotecario comunale ».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

E quello che tutti additavano come "figlio di nessuno", ora una famiglia ce l'ha: una compagna che lo ama e amici su cui contare. Vincenzo è poi ritornato, con le ferite ancora aperte, in quei posti che hanno segnato a vita la sua adolescenza e che continuano tuttora a riflettersi nella sua quotidianità. Nonostante siano passati quasi cinquant'anni, l'istituto delle suore è ancora a Terlizzi. Certo ora ha cambiato funzione, è una casa di riposo ma nonostante questo sembra sia quasi impossibile cancellargli di dosso l'aspetto, i colori e i segni che un tempo l'hanno caratterizzato. (Vedi foto galleria)

«L'istituto mi ha segnato in maniera profonda, soprattutto a livello psichico - conclude amaro l'uomo -. Le suore hanno rovinato la mia vita».

© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita



Alessia Schiavone
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  • gina - anche io sono stata dalle suore immacolata a terlizzi dal 1967 al /73 era molto diverso non erano cosi cattive personalmente mi sono trovata bene............
  • Angelo Cassanelli - Anch'io ho vissuto la mia infanzia succube della rigida educazione cattolica, sia in parrocchia, a scuola che in famiglia. Ma per ia fortuna a 11 anni e mezzo, prendendo a sassi il mio odiato parroco, mi liberai per sempre di 'sti criminali con licenza a delinquere. Dal 31 maggio 2010, sbattezzandomi, ho dato il taglio definitivo alla chiesa. Spero che, nel frrattempo, lo abbia fatto anche il signor Maggi.
  • Eugenia Di Pierro - Anche io ho lavorato nell'
  • Giacomo - Salve o letto questa pagina e volevo scrivere che anche io o visuto in quel istituto difronte cera un ospedale a terlizzi Bari tanti ricordi
  • Rosa - anche io ci ho vissuto per 4 anni, le suore erano davvero cattive, ero " salva" perchè avevo una famiglia presente, ma vedevo la incredibile violenza che le balorde usano sopratutto suor Fara, trascinava i ragazzi per i capelli per dei corridoi lunghissimi, e giù calci e pugni e bacchettate a non finire, tutto questo per un nonnulla, non provo nessun rispetto le le " capedipezza" .
  • CORMIO MATTEO - sono stato nell istituto dal 1961 al 1964 non ho avuto tanti problemi con suor fara chi mi conosce puo contattarmi su facebook sarei contento di ritrovare vecchi amici matteo cormio
  • Maggi - Gent. Sig. Direttore, chiedo scusa se sono ripetitivo, ma vorrei specificare: nel caso che qualcuno dei ragazzi che ha vissuto in istituto a Terlizzi presso le suore Ancelle, vuole contattarmi per scambio di idee ed esperienza sulla vita vissuta in istituto, può cercarmi su Facebook come Maggi Vincenzo; si può notare la foto in versione da calciatore. Grazie Vincenzo!
  • raffaele - mi chiamo raffaele de cesare,purtroppo anchio ho vissuto presso l'istituto suore ancelle del santuario di Terlizzi,insieme con le mie tre sorelle tutti in tenerissima eta',mi piacerebbe incontrare persone che all'inizio degli anni 70 erano con me,i ricordi non sono ovviamente belli, la storia di vincenzo maggi rispecchia perfettemente quello che era l'ambiente dell'istituto.
  • Angela - Salve sono Angela. Anche io sono stata insieme ai miei fratelli, in quel collegio. Erano i primi anni 80. Io devo dire la verità, ho tanti ricordi sia belli che brutti di quel istituto. Ricordo con amore la suora che mi ha cresciuta. Suor Elvira. Per me è stata una mamma che purtroppo ho perso molto precocemente
  • ADRIANA - Salve SIg. Maggi sono una ragazza di 24 anni scrivo da Bari, le volevo chiedere se nella sua esperienza in collegio si ricorda di un ragazzo Nicola Pastore sarebbe stato mio zio ma non l'ho mai potuto conoscere a causa di una prematura morte. La mia famiglia non ne ama parlare ma io vorrei sapere tutto in merito e lei sarebbe così gentile se mi desse delle risposte, purtroppo non ho altre informazioni se non che ora avrebbe avuto 70 anni e non so neanche se il collegio in questione è il medesimo. La ringrazio tanto in anticipo. Adriana
  • MARIO CAMELIO - Maggi e Rosa hanno descritto perfettamente quello che accadeva in quell'orribile collegio. Salvo rarissime eccezioni le suore ed in particolare la mastina di suor Fara, ignorante e cattiva, era la peggiore fra tutte le monache presenti. Erano quattro frustrate e sfogavano le loro frustrazioni sulla nostra pelle. Questa è la verità. Ora mi fanno solo pena. Non serbo alcun rancore nei loro confronti ad eccezione di suor Fara, che detesto come persona...Un cordiale saluto...

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