Potenza, 100 anni di vita e una ricetta tramandata oralmente: è la storia della "gassosa Avena"
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venerdì 17 luglio 2026
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di Martina Galli
Per raccontare la storia di questa colonna portante dell’industria della Basilicata, siamo andati a visitare lo stabilimento della “Avena Bibite” situato a Potenza in via del Gallitello 39. (Vedi foto galleria)
Una volta superato l’ingresso su cui si staglia l’insegna dell’azienda, ci ritroviamo davanti a dei pannelli con foto antiche e didascalie che raccontano l’epopea dell’attività.
Ad accoglierci è la 55enne Anna Avena, nipote del fondatore, proprietaria dell’azienda assieme al fratello Michele e ai loro rispettivi figli Alfredo e Domenico.
«Tutto è cominciato nel 1926 grazie a mio nonno Michele - esordisce la padrona di casa -. Lui era un ambulante originario di Ruvo di Puglia che vendeva piatti e porcellane. Il suo lavoro però non lo gratificava. Durante un viaggio di lavoro a Brindisi Montagna conobbe però la sua futura moglie: Teresa Chirico. Con lei decise di stabilirsi a Potenza, dove rilevò una piccola fabbrica di gassose e di ghiaccio, quest'ultimo fondamentale in un'epoca in cui i frigoriferi non esistevano ancora».
La produzione della gassosa (e della limonata) cominciò dunque nel 1926, ma il suo sapore non differiva molto da quella prodotta da altre ditte di bibite.
La svolta avvenne nel 1965, grazie all'intuizione Alfredo, figlio di Michele e padre di Anna. Fu lui, dopo aver conseguito un diploma in un istituto tecnico che lo aveva avvicinato allo studio della chimica ad elaborare una ricetta inedita per la bevanda.
Fu un successo.
Tra i segreti della nuova gassosa Avena c’era la scelta di dare priorità agli ingredienti naturali, eliminando l'uso di sostanze chimiche e additivi. E poi l’utilizzo di un’acqua “speciale”: quella della sorgente di Fossa Cupa. L’azienda scelse di spostarsi nella contrada omonima che ospitava la sorgente proprio per sfruttare la qualità di questa acqua “benedetta”.
La ricetta di Alfredo curiosamente non è mai stata scritta: è stata tramandata oralmente di generazione in generazione. «L’acqua è l’ingrediente principale oltre che il più importante - spiega Anna -. Gli altri ingredienti sono zucchero, anidride carbonica e aromi naturali. Ma il vero segreto, che chiaramente non posso rivelare, risiede nel dosaggio esatto di questi elementi e nell'ordine in cui vengono miscelati».
La gassosa tra l’altro viene prodotta e imbottigliata a 4 gradi di temperatura: il freddo permette all'anidride carbonica di legarsi con la bevanda, garantendole quel gusto frizzante.
Ma è ora arrivato il momento di farsi un giro nello stabilimento, che ci appare come un un vero e proprio museo. Qui sono ospitate ad esempio tutte le bottiglie in vetro che hanno contenuto la gassosa nel corso dei decenni.
«La prima si chiamava Codd – spiega la nostra guida -. Aveva una biglia al suo interno: la pressione dei gas la spingeva contro una guarnizione di gomma sul collo, sigillando la bibita e fungendo da tappo. Per aprirla bastava spingerla verso il basso. Molti bambini, una volta finita la bevanda, pur di recuperare la biglia rompevano il vetro. In seguito il contenitore fu dotato di un tappo meccanico per poi passare al classico tappo a corona utilizzato ancora oggi».
Bottiglie che negli anni 30 e 40 erano trasportate, per la vendita, in cassette di legno anch’esse presenti in questa esposizione aziendale.
Anna ci mostra anche la tagliatrice che negli anni 50 creava le etichette che venivano incollate alle bottiglie, progettata e costruita da Alfredo Avena per rispondere all'obbligo di legge di inserire la data di scadenza. Non potendo contare su macchinari industriali pronti, l’uomo si arrangiò con quello che aveva in casa, ovvero il motore della lavatrice di sua moglie che usò per far funzionare la macchina.
Un’operaia sedeva davanti alla macchina e inseriva un mazzetto di etichette di carta. Le spingeva in fondo fino a farle sbattere contro un fermo di metallo tarato sull'anno corretto. L’apparecchio incideva così una precisa tacca nello stesso identico punto su tutto il mazzo, contrassegnando la scadenza in modo uniforme prima che le etichette venissero incollate dall’addetta.
«Ogni etichetta racconta una storia di famiglia - spiega Anna -: su quella della gassosa è disegnata, ad esempio, la spiga di avena. L'etichetta della limonata mostra una casetta in ricordo dei nonni, mentre sulla spuma c’è una caramella».
Un dettaglio, quest'ultimo, che rimanda alla storica produzione di dolciumi dell'attività. Inizialmente infatti la ditta Avena produceva anche caramelle del tipo “mou”, di cui ci viene mostrata la ricetta su un vecchio foglio.
Venivano incartate a mano da 50 donne e trasportate fino a Bari con un camion targato “Potenza 39”, il trentanovesimo veicolo a motore registrato in città. Su ogni cartone di caramelle veniva poi fissato un timbro dall’inchiostro blu.
Negli anni 80, a causa dell’aumento della concorrenza ma anche dei danni dovuti al terremoto dell’Irpinia, la famiglia scelse di portare avanti solo la produzione delle bevande.
Continuando il tour ci imbattiamo nelle vecchie macchine per l’imbottigliamento. All'inizio le bottiglie venivano infatti lavorate una a una con una riempitrice manuale a quattro teste: l'addetto prendeva la bottiglia di vetro, azionava un pedale meccanico e la inseriva nella riempitrice che prima iniettava l'anidride carbonica e poi la miscela della bibita. Completato il riempimento, l'operaio rilasciava il pedale e passava la bottiglia alla fase successiva.
La qualità era invece monitorata attraverso una “postazione di controllo qualità”: una sedia sopraelevata su una pedana in metallo da cui si esaminavano eventuali difetti di riempimento, imperfezioni del vetro o problemi di tappatura.
Oggi invece la produzione è quasi interamente automatizzata e l’azienda produce oltre alle classiche gassosa e limonata, anche acqua tonica, aranciata, spuma e pompelmo.
«Le nostre bibite sono però tutte artigianali - precisa Anna -. Siamo "industriali" solo nei numeri e nella velocità di produzione degli impianti, necessari per soddisfare la richiesta, ma l’anima resta quella antica: continuiamo a usare solo ingredienti del tutto naturali. Cento anni di storia del resto non sono solo un traguardo ma anche una responsabilità: chi sceglie una nostra bibita non compra solo una bevanda gassata, ma un sorso di autenticità».
(Vedi galleria fotografica)
© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita




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