di Gaia Agnelli e Mattia Petrosino

Fra antichi riti e nuove mode, tutti i segreti dell'imprescindibile abito da sposa
BARI – Una volta erano ampi, accollati e pudichi, oggi sono aderenti, sbarazzini e in alcuni casi corti e trasparenti. Sono gli abiti da sposa, magnifici vestiti che in ogni epoca sono riusciti a imporsi come protagonisti dei matrimoni.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Perché si può convolare a nozze in comune o in chiesa, festeggiare in casa o in una sala ricevimenti, ma a coprire le signorine sull’altare ci sarà sempre e solo questo imprescindibile e prezioso capo di abbigliamento di solito di colore bianco. Un indumento (usato, ricordiamolo, solo per un giorno nella vita) a cui sono sempre legati, tra l’altro, tradizioni e credenze popolari.


Per conoscere i segreti di questi abiti, siamo così andati a trovare i negozi che li vendono. Bari conta circa venti atelier, di cui cinque vantano più di 40 anni di attività: si tratta di Cotin Atelier (1952), Le Spose di Paris (1953), Griffe Sposa Atelier (1960), Le Spose di Noi Due (anni 70) e Due Emme (1979). Il terzo e il quarto non si sono però resi disponibili, abbiamo quindi visitato gli altri tre (vedi foto galleria)

Il nostro viaggio parte in via Andrea da Bari da Cotin Atelier, il più antico della città. Veniamo accolti dalla titolare, la 43enne Donatella Piccarreta e da sua madre, la 66enne Gilberta.

«A dare il via all’attività, in via Melo, furono i miei nonni paterni Damiano e Donata – esordisce la proprietaria –. Vendevano inizialmente tessuti, che in seguito cominciarono a usare per creare abiti per cerimonie nuziali, affermandosi a Bari con i loro capi artigianali. Un’arte trasmessa a mio padre Gregorio e poi a me che ho preso le redini dell’esercizio commerciale nel 2019».

L’artigianalità è come detto l’arma segreta dei Piccarreta, che offrono pezzi originali realizzati a mano nel loro laboratorio di via Lembo. «Siamo ormai rimasti gli unici nel capoluogo pugliese a fare abiti su misura – spiega la 43enne –. Puntiamo sull’eccellenza della nostra manifattura e sui materiali pregiati, personalizzando l’indumento in base ai gusti e al corpo delle nostre clienti».

«La difficoltà per noi stilisti – sottolinea però la donna – è sorta quando sono arrivati i grandi marchi, anche stranieri, che hanno attirato l’attenzione di molte ragazze attratte più dalla notorietà del brand che dalla qualità del capo d’abbigliamento».

Mentre parliamo Donatella coglie l’occasione per mostrarci una delle candide creazioni “della casa”: è un modello scollato e senza maniche dal cui corpetto a fascio partono applicazioni floreali che proseguono sull’ampia gonna di tulle.

«È molto sbarazzino se comparato a quelli di una volta – interviene Gilberta –. Fino al secolo scorso bisognava arrivare all’altare rispettando alcune regole di “decoro” e così si utlizzavano i guanti e le calze. In più le spalle erano sempre coperte. Oggi anche i vestiti nuziali si sono adeguati alle mode e tendenze meno tradizionaliste».

Ci spostiamo ora in via Manzoni, dove è aperto Le Spose di Paris. Nel piccolo atrio troviamo le tre sorelle Colaianni, figlie del fondatore (l’oggi 93enne Emanuele). Sono la 63enne Anita, la 66enne Enza e la 55enne Maria Cristina, quest’ultima titolare del locale dal 1995.


All’apertura dell’attività, nel 1953, Emanuele acquistava gonne da matrimonio da un’azienda torinese e le completava facendo produrre il corpetto a mano dalle sue sarte, che lavoravano nel laboratorio dell’atelier. «L’abito si realizzava cucendo la parte superiore con quella inferiore – spiega Maria Cristina –. A partire dagli anni 60 invece iniziò a essere venduto intero, come pezzo unico. Per questo papà cominciò a ordinare i vestiti già pronti da alcune importanti aziende di Napoli».

Da allora il settore non è mai entrato in crisi. «Sì però una volta servivamo circa 100 donne al mese, ora soltanto 15 – sottolinea Enza –. E non solo perché è aumentata la concorrenza. Il problema è che ci si sposa meno rispetto a prima: sempre più coppie infatti preferiscono convivere».

Secondo Anita, però, la modernità ha portato anche qualche vantaggio. «In passato le credenze popolari influenzavano fin troppo i matrimoni», afferma. Qualche esempio? «Era importante, indossato l’abito, non guardarsi più di una volta allo specchio, non camminare mai all’indietro e scendere non meno di tre scalini prima della cerimonia. Occorreva poi entrare in chiesa con il piede destro e con il viso coperto dal velo».

Quest’ultimo aspetto era di grande importanza, in quanto simbolo di verginità. «Ogni mamma teneva a esaltare la purezza della figlia, rappresentata anche dal colore immacolato del vestito. C’era chi ordinava tanti metri di velo quanti erano gli anni di “casto” fidanzamento. Riti che oggi raramente sono messi in pratica: d’altronde chi arriva più illibata alle nozze?».

Concludiamo il nostro tour con Due Emme, fondato nel 1979 e sito in via Dante. Il titolo dell’attività deriva dalle iniziali del titolare, il 70enne Mino Minafra.

«Sono entrato in questo mondo all’età di 17 anni, imparando da grandi stilisti – ci racconta il signore –. All’epoca i vestiti erano molto più rigorosi e castigati, anche a causa delle allora più formali location della festa. Oggi invece si verte verso capi leggeri e “fluidi” dice mostrandoci un modello fresco e giovanile, ricco di volant e trasparenze –: non ha senso andare a nozze in masseria o in spiaggia con un pomposo abito di raso».

È per questo che Minafra “indaga” sulla nubenda prima di vestirla. «Ho bisogno di capire dove si sposerà e quale tipologia di capi la fa sentire a suo agio», dichiara mentre attraversiamo stanze in cui le varie creazioni sono esposte informalmente e illuminate da faretti.

«Importante è anche il colore: sebbene la gran parte propenda ancora per il classico bianco, ci sono pure le meno conservatrici che prediligono il panna, l’azzurro o il rosa, soprattutto per i secondi matrimoni».

Da non dimenticare poi le tradizioni recenti, subentrate alle passate. Ad esempio è stata importata dall’Inghilterra quella di far indossare alla sposa cinque cose particolari: una blu, una usata, una prestata, una regalata e una nuova.

«L’oggetto nuovo – spiega Mino – può essere lo stesso abito che magari ti è stato regalato, la cosa prestata può corrispondere a un paio di orecchini "concessi" dalla nonna. E per ciò che riguarda il blu, di solito l’atelier offre la giarrettiera fatta con un fiocchetto di questo colore. Tutto per rendere ancora più speciale quel giorno tanto atteso».

(Vedi galleria fotografica)


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Gaia Agnelli
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Mattia Petrosino
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