di Luca Carofiglio

Liquori, mandorle, cinema e osterie: quando Triggiano era "lontana" da Bari
TRIGGIANO – C’erano tre cinema, grosse fabbriche di confetti e scarpe, un pullulare di osterie e prodotti tipici quali il gustoso latte di mandorle. Triggiano, paese di 27mila abitanti a sud-est di Bari, fino a pochi decenni fa poteva vantare una sua forte identità, ma tra gli anni 70 e 80 la cittadina ha cominciato pian piano a “svuotarsi” di contenuti, diventando ciò che è oggi: un satellite-dormitorio del capoluogo pugliese.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Di “tipico” è rimasto un centro storico grazioso quanto sconosciuto ai più e un gergo dialettale fatto di mille nomignoli e termini unici nel loro genere. Per il resto il paese si presenta come un agglomerato di palazzi, la maggior parte dei quali costruiti senza prestare attenzione a un “disegno” urbano, a strade e spazi comuni.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Non ci sono poi locali serali, teatri, musei, librerie e persino i ristoranti si contano sulle dita di una mano. Ad aprirsi come funghi nel corso degli anni sono stati supermercati e bar: esercizi commerciali che è hanno ben poco di “caratteristico”.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma la “colpa” di questa trasformazione a chi può essere imputata? Secondo i triggianesi non ci sarebbero dubbi: a Bari. L’allargamento del capoluogo avvenuto proprio tra gli anni 70 e 80 avrebbe portato infatti a una maggiore vicinanza fisica del paese alla grande città e di conseguenza a una sorta di “invasione” culturale.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Di fatto Triggiano a un certo punto subì una grande ondata di “forestieri” attratti da case vendute a prezzi inferiori rispetto a Bari – spiega l’84enne Gianni Neglia -. I baresi hanno così contribuito da quel momento alla perdita della nostra identità, indebolendo le nostre abitudini e tradizioni».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

C’è da dire che probabilmente il borgo ha subìto anche il fascino della città: i giovani ad esempio a un certo punto hanno cominciato a uscire e darsi appuntamento di sera non più tra le strade di Triggiano, ma nei sempre più numerosi locali baresi.

«In più – commenta l’imprenditore Basilio Lombardi – il paese non ha fatto in modo di difendersi ad esempio costituendo una propria zona industriale che potesse dare la possibilità alle aziende di ingrandirsi e competere sul mercato». «E così la nostra ricchezza è diventata solo un ricordo - commenta amaro il 67enne triggianese “doc” Sebastiano Carbonara -. Un vero peccato, visto che nel 900 avevamo fatto in modo di investire le grandi risorse ricavate dal settore agricolo in attività innovative».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

La cittadina infatti in passato era riuscita a esportare una grande quantità di prodotti tra i quali primeggiavano le mandorle. «Erano vendute ovunque  – afferma il 52enne Vito Innamorato, studioso della storia del paese -. I Campobasso spiccavano su tutti, ma anche le famiglie Mastrolonardo, Carbonara, Lagioia e Nitti facevano grossi affari, viaggiando negli anni 40 tra Francia, Olanda, Belgio, Germania e Svizzera».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Dalle mandorle poi di produceva uno squisito “latte”, un siero dissetante a cui si andavano ad aggiungere un pugno di riso e una stecca di cannella: una tradizione casalinga ormai quasi scomparsa.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Ma parlavamo delle fabbriche. I Lombardi furono i primi a produrre confetti, liquori, sciroppi e citrati. «Mio nonno – spiega Basilio - aprì nel 1896 una storica azienda in via Scarpelli che riuscì a sopravvivere per quasi cento anni. Decidemmo di chiuderla nel 1985, alla morte di mia madre: non eravamo più in grado di gestirla».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Una ditta che entrò in concorrenza con quella del signor Domenico Masciopinto, che inaugurò poco prima della Seconda guerra mondiale un’impresa simile a quella dei Lombardi. «L’Ambrina, la Magliarda e il Triple caffè erano i nostri pezzi “forti” – ci dice con malinconia la 54enne figlia Gabriella -. Si trattava di liquori che si vendevano in tutta la Puglia. Purtroppo, nel 1980 quando il mio papà venne a mancare, nessuno di noi figli se la sentì di ereditare il suo lavoro».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il fratello di Domenico, Francesco, aprì invece nel 1952 uno stabilimento di savoiardi che ebbe un clamoroso successo. Un posto ricordato da tanti, visto il particolare profumo che i suoi forni a legna emanavano in tutto il paese. «A fine anni 90 però fummo costretti a chiudere – ci dice il figlio Paolo -. I prodotti industriali non permettevano che il nostro savoiardo artigianale sopravvivesse sul mercato, nonostante per più di quarant’anni i “Biscotti Masciopinto” fossero stati il simbolo delle colazioni dei triggianesi».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Non era di provenienza locale ma rappresentò per vent’anni uno dei cardini dell’economia cittadina la fabbrica di calzature della Superga, che installò nel maggio del 1963 uno stabilimento a sud-ovest dell’abitato. «Fu una tappa fondamentale per la nostra vita – spiega Innamorato -, perché l’azienda torinese portò un modo di lavorare del tutto innovativo. Ad esempio fu creato un asilo nido per quelle mamme che avevano da poco partorito».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma nel 1985 la Superga chiuse e a niente valsero i presidi e le manifestazioni di protesta dei triggianesi. «L’azienda fece i suoi conti e con l’avvento della globalizzazione cominciò a spostarsi fuori dall’Italia, chiudendo i vecchi impianti», sostiene Sebastiano.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma Triggiano non era solo industria. Il centro storico ad esempio pullulava di osterie e “cantine”. C’era quella di Scachìzz’ nei pressi della pòmb di marang’ e quella di Uominìcch’, chiusa solo nel 1995, che si trovava nei pressi della Chiesa Madre. «Ma in pochi ricordano la cantina di Lisìs e la locanda di Mariannédd’ – sottolinea Innamorato -. La “formula” era comunque la stessa: vino rosso locale, “brasciole” al sugo e tante partite a carte in allegria tra amici».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Oggi invece sono pochissimi i posti dove potersi accomodare e mangiare o bere qualcosa di sera e quelli che ci sono non hanno nulla a che fare con il passato. Come non esistono luoghi per svagarsi, come ad esempio cinema e teatri.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

In passato invece erano ben tre le sale esistenti in paese. C’era l’Imbriani, inaugurato addirittura nel 1923 nell’attuale palazzo del Municipio. E poi il Lombardi di via Casalino e il cinema Gloria in via Carroccio: tutte attività chiuse negli anni 80. La Sala Italia, il Madison, la Lombardi e l’Hotel San Francisco erano invece le sale ricevimenti dove venivano festeggiati i matrimoni e i grandi eventi.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Tutti nomi ormai scomparsi, che ricordano un tempo in cui Triggiano brillava di luce propria e quando Bari era ancora tanto “lontana”.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

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Luca Carofiglio
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  • Danilo - Non è vero che a Triggiano non ci sono punti di ritrovo, ce ne sono almeno 2 che radunano persone che arrivano dai paesi e città vicine. 1 è il PIZZORANTE ARLECCHINO 2 è il caffe HAZZARD i quali sono ben conosciuti al di fuori del paese.

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