di Paola Setteducati

Cerignola, ''La deveina cummedie'': quando Dante viene tradotto in dialetto pugliese
CERIGNOLA - L'amòure ca a cchi è amete d'amè non perdòune, me pegghjé de quiss nu vuleisce fort acchessì ttand, ca cume veite, angòure non m'abbandòune.  Avete riconosciuto questi famosissimi versi? Sono quelli di “Paolo e Francesca”, declamati da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia. Solo che non sono propriamenti scritti in dolce stil novo, ma in vernacolo pugliese. E l’autore non è il “sommo poeta”, ma  il 68enne Riccardo Sgaramella (nella foto), che nel 2015 ha dato alle stampe "La deveina cummedie", traduzione della massima opera della letteratura italiana in dialetto cerignolano.  

Abbiamo incontrato questo professore d’inglese in pensione per parlare del suo enorme lavoro durato ben quattro anni. 

Quando ha deciso di cimentarsi in quest’impresa?

Nel 2011. Avevo appena finito la stesura del “Dizionario etimologico comparato del gergo di Cerignola” e ho sentito l'esigenza di affrontare un altro lavoro altrettanto impegnativo. Così dedicandomici 7-8 ore al giorno, sono riuscito a pubblicare il volume nel 2015, nell’anno del 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma perché tradurre la Divina Commedia?

Per nobilitare il cerignolano, troppo spesso bistrattato. Proprio per questo ho scelto una grande opera, facendo in modo di esplorare le potenzialità del linguaggio pugliese, legandolo in più alla musicalità della rima, della metrica. Che poi detto tra noi anche la Divina Commedia è scritta in dialetto, per la precisione in volgare fiorentino.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ha incontrato difficoltà e quali?


Volevo che il mio libro rispettasse la versione originale, anche se tradurre letteralmente è stato impossibile. Dante ad esempio utilizza parole come s'immilla (diventa mille) o s'intrea (farsi tre) che non si possono rendere con una sola espressione. In dialetto cerignolano queste sono diventate: p' mmill e fece na tern

In che modo è riuscito a scovare tutti i termini adatti?

Non ho inventato nulla, ho solo ripescato le parole ed espressioni più adatte a rendere il significato e la musicalità dell'opera originale. Mi sono avvalso dei miei studi, dei ricordi d’infanzia, ma anche di tante chiacchierate fatte con i vecchi di Cerignola.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Però a volte nel suo testo ci si trova davanti a qualche “interpretazione”…

Sì, perché volevo rendere il libro il più fruibile possibile, anche per chi non conosceva la Divina Commedia. Ad esempio il primo canto dell'Inferno inizia così: Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita. Ora, mi sono permesso di spiegare che Dante per “dritta via” non intendeva che si era perso per strada, ma si era invece abbandonato alla schiavitù dei vizi. Per questa ragione ho tradotto così: A mmetà de la veita nostr satta satt, m'acchjapp inda nu vosch sscoùre, daźź ca de viźźje ssteve sstrafatt"  (“Giusto giusto a metà della nostra vita, mi ritrovai in un bosco scuro dato che ero strafatto di vizi”).Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Da quando è stata pubblicata la "La deveina cummedie" è riuscito nell’intento di divulgare la cultura del dialetto cerignolano?

Sì e no. Ho donato l'opera ad alcune scuole e sono riuscito a leggere alcune pagine durante degli incontri dedicati agli studenti delle superiori. Il problema è che il dialetto continua a incontrare tante remore, soprattutto da parte degli insegnanti.

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Paola Setteducati
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  • Nicola - Ma pure da voi dobbiamo leggere cose senza senso come "dialetto pugliese"? Ma lo sappiamo tutti che non si può generalizzare (soprattutto in Puglia) ma specialmente in un articolo che tratta del recupero di un dialetto molto specifico: cerignolano. Perché va scritto tutt'al più che è "in UN dialetto pugliese" e non "in dialetto pugliese".
  • una pessima figuraccia per Cerignola, libro senza senso - il prof Sgaramella, concentrandosi su una fatica inutile e senza alcuna prospettiva storica, perde l'occasione di dare invece lustro alla cultura cittadina con uno studio più serio sulla lingua cerignolana. La Commedia dantesca non merita assolutamente di essere calpestata da una lingua rozza e volgare come quella cerignolana, tra l'altro un coacervo ibrido di parlate tra campano, barese, barlettano ... Sgaramella è deludente. Una pubblicazione che si ritiene al di sotto del giudicabile.

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