di Antonio Fiamma

Il viaggio del 16enne MB: dalla Nigeria alla Puglia tra rapinatori, scafisti, razzismo e corruzione
RUVO DI PUGLIA – «È stato un viaggio molto faticoso, molto pericoloso, molto stressante, che mi ha fatto crescere in fretta, in un modo inaspettato». Chi parla è un ragazzo nigeriano di 20 anni, originario di Benin City, che da circa due anni vive a Ruvo di Puglia, in provincia di Bari.    

M.B. (nella foto sul lungomare di Bari) è arrivato in Italia nell’agosto del 2023, dopo mesi di peripezie. Fuggito dal suo Paese per rifarsi una vita, si è ritrovato a percorrere il deserto nigerino e libico per poi attraversare il Mediterraneo su una imbarcazione di fortuna.      

Un viaggio di più di 5mila chilometri iniziato a 16 anni, quando era ancora minorenne, simile a quello affrontato negli ultimi dieci anni da oltre 127mila minori stranieri non accompagnati approdati in Italia.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Abbiamo quindi incontrato M.B. per ascoltare la sua storia.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Com'era la tua vita in Nigeria prima di partire per questo viaggio della speranza?

In Nigeria lavoravo e vivevo da solo già dall’età di 14 anni. Avevo un negozio di materiale idraulico e per elettricisti, in cui facevo anche il barbiere.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Alla fine quindi lavoravi: che cosa ti ha costretto quindi a lasciare il tuo Paese?

Ero in coda per iscrivermi all'università, quando un litigio con un ragazzo legato alla mafia locale mi stravolse la vita. Quella notte vennero in dodici, alcuni armati di pistola. Mi picchiarono, entrarono a casa mia, mangiarono il mio cibo e mi dissero: «Da oggi sei dei nostri». Non appena i malavitosi andarono via, scappai fuori città, trovando rifugio da un amico. Sei di loro furono arrestati, ma dopo una settimana erano già liberi. Una vicina di casa mi chiamò per dirmi che avevano sfondato la porta ed erano entrati nel mio appartamento. Mi precipitai a Benin City con il primo bus delle 4 del mattino e, poco dopo il mio arrivo, venni a sapere che avevano sparato al fratello del mio amico. In quel momento capii che, se fossi rimasto, avrei potuto essere ucciso.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

È stato a quel punto che hai deciso di partire…

Sì, chiamai un altro amico che stava per raggiungere suo fratello in Libia per andare a lavorare lì. Mi disse di portare dei vestiti per affrontare il caldo torrido e le gelide notti del deserto, cibo per una settimana e tutti i soldi che avevo. Del viaggio informai solo uno dei miei fratelli e mia sorella: i miei genitori avrebbero chiamato la polizia e temevo così di mettere la mia famiglia in pericolo. Partii l'11 gennaio 2023 con due miei amici elettricisti e la promessa di lavorare come idraulico in Libia. Per arrivare a destinazione però avremmo dovuto attraversato la Nigeria e il Niger.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Com'è stato il viaggio attraverso questi Paesi?

Il viaggio in Nigeria durò tre giorni. Da Benin City andammo in bus ad Abuja e da lì a Kano, dove degli “intermediari” vennero a prenderci in moto. Si trattava di una squadra composta da nigeriani, nigerini e in seguito anche libici. Partimmo in sei, ma si unirono altre persone: in Niger eravamo più di venti. Non era però trascorso neppure un giorno dal nostro ingresso in Niger quando uno degli accompagnatori gridò: «arrivano i terroristi». Non si trattava di terroristi ma di sequestratori e rapinatori. Camminammo tutta la notte, ero stanchissimo, nella fuga  avevo anche perso il telefono, quando gridarono ancora: «scappate, i terroristi». Arrivammo in un villaggio, dove le guide nigerine e alcuni uomini libici ci fecero salire su dei pick-up. Dopo un po’, però, si persero nel deserto. Fu a quel punto che i “terroristi” ci intercettarono davvero e ci imprigionarono.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Cosa accadde durante la prigionia e come siete riusciti a fuggire?

Eravamo una quindicina. I sequestratori armati chiesero a ognuno di noi un riscatto di 1500 Dinar libici per la libertà. Avevamo paura. La sera i rapinatori si allontanavano portando via alcune delle ragazze. Dopo una settimana però alcuni prigionieri scavarono con delle forchette un buco nel muro dell’edificio in cui eravamo imprigionati, poi usarono le gambe di un ragazzo del Gambia come un "ariete" per romperlo. Corremmo per ore nel deserto fino al mattino: chi cadeva restava indietro. In otto raggiungemmo un checkpoint di militari libici. Ci chiesero dei soldi per aiutarci. Un ragazzo incontrato per caso in viaggio riuscì a mettermi in contatto con il mio amico in Libia: appena sentii la sua voce ero felicissimo. Pagò per farci venire a prendere.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Ma non era finita lì…


Il mattino seguente ripartimmo ma, giunti in un piccolo centro, ci trovammo nel mezzo di una vera e propria caccia all'uomo: c’era chi sparava a tutti i ragazzi dalla pelle nera. All’epoca infatti in Libia si respirava un clima di forte ostilità e razzismo nei confronti dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana. Tutti cercarono di fuggire: io riuscì a nascondermi in un uliveto. A salvarmi fu una donna: mi fece indossare abiti femminili, mi coprì il capo con un hijab e mi accompagnò in auto fino a casa sua. Lì, suo marito, un poliziotto, mi aiutò a rimettermi in viaggio. Arrivai a Tripoli il 13 febbraio, dove lavorai tre mesi come muratore.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Perché solo tre mesi?

Guadagnavo 150 dinari libici al giorno, ma spesso la polizia corrotta mi fermava e prendeva parte dei miei soldi. Un giorno entrarono in casa e portarono via tutto, lasciandomi solo 20 dinari. Fui anche incarcerato solo perché nero e mi privarono del telefono, ma riuscii a evadere. Per fortuna avevo imparato la lezione: avevo i numeri scritti nel cappello e nel pantalone. Chiamai il mio capo, che mi riportò a casa e si scusò con me. Fu lui il primo a chiedermi: «Perché non vai in Italia?». Il viaggio però era troppo pericoloso, così risposi: «Per ora vado in Tunisia».        

Avevi contatti in Tunisia?

Per raggiungere la Tunisia mi spostai di città in città grazie a una rete di "connection men", intermediari che in cambio di denaro forniscono contatti e ospitalità. Da Tripoli arrivai a Zuara, dove attraversai da solo il deserto verso la Tunisia. Nessuno lì ti accompagna: entri, segui la luce e vai dritto. Mi incamminai alle 11 di sera, ma al mattino la polizia tunisina mi riportò nel deserto. Rimasi lì due giorni senza cibo né acqua: quando trovavo una bottiglia mezza piena bevevo. Mi salvai grazie a dei ragazzi del Gambia che conoscevano la strada per Zarzis. Durà tutto quattro giorni. Poi, finalmente, arrivai a Zarzis e infine a Sfax.   

Com'è stata la vita in Tunisia?

In Tunisia ho fatto di tutto: muratore, pastore, bracciante. Ma in realtà lavoravo perché ormai avevo deciso di superare le paure e partire per l’Italia. Dovevo quindi guadagnare i soldi per la traversata. Il primo tentativo, all'inizio di luglio, fallì: gli scafisti mi avevano chiesto 800 dinari tunisini, io ne avevo 600, ma mi fecero salire lo stesso sul gommone. Purtroppo, però, la barca affondò vicino alla costa. Ci salvarono i soccorsi, ma gli scafisti non restituirono i soldi. Senza denaro e senza alternative, tornai dall'uomo che aveva organizzato la traversata: sapevo dove abitava, vicino alla spiaggia. Gli chiesi di poter lavorare per lui per ripagare il viaggio. Dormivo nella foresta e aspettavo un'altra occasione per partire. Il secondo viaggio, alla fine del mese, fu quello decisivo.   

Non dev’essere stato semplice attraversare il Mediterraneo.

Per niente, fu un’altra avventura. Eravamo in 45 su una barca che ne poteva portare 35. Ci fecero salire, ci dissero di seguire il nord sulla bussola e che in un giorno saremmo arrivati. A guidare era uno di noi, ma non era bravo. Molti iniziarono ad agitarsi perché stava sprecando benzina e ci stava mettendo in pericolo. A prendere il timone fu allora un ragazzo della Sierra Leone, un bravissimo pescatore che si orientava con le stelle. Durante la traversata il motore si fermò tre volte: una volta trovammo la benzina in una barca abbandonata, un'altra ce la diedero dei pescatori italiani. Alla fine, dopo due giorni di navigazione, comparve Lampedusa all'orizzonte. La barca si rovesciò. Non sapevo nuotare, ma grazie al giubbotto di salvataggio restai a galla fino all'arrivo dei soccorsi.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Quando arrivasti in Italia?

Il 1° agosto 2023 sbarcai in Italia e venni accolto in un centro della Croce Rossa. La prima cosa che feci fu quella di mangiare: non toccavo cibo da due giorni. Il terzo giorno fui trasferito prima a Bari e da lì a Trani, dove trascorsi un anno in una comunità alloggio per minori stranieri non accompagnati. Il primo mese non uscii dalla mia stanza: avevo il trauma del mare, un qualcosa che sto affrontando oggi con l'aiuto di alcuni amici. Poi, grazie agli operatori, ripresi a studiare e a imparare l’italiano.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

E oggi come vivi e che fai?

Vivo a Ruvo di Puglia, ospite del Sai (Sistema accoglienza e integrazione) per adulti. Della Nigeria mi manca il cibo e la mia famiglia, ma qui mi sento a casa perché sono libero. Da settembre frequento anche la facoltà di Lingue dell'Università di Bari. Sogno infatti di diventare mediatore culturale, così da aiutare gli altri africani in fuga da povertà e violenza.


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