di Federica Calabrese - foto Nicola Velluso

Preziose statue d'argento e portali riccamente decorati: è la trecentesca Cattedrale di Bitetto
BITETTO – Un portale riccamente scolpito, interni arricchiti da marmi, tele e cappelle e caveau sotterranei che custodiscono preziosi manufatti d’argento. È la Cattedrale di San Michele Arcangelo e dell'Assunta di Bitetto, chiesa testimone di una lunga storia di commissioni regali e riedificazioni, ma anche di irreversibili deturpazioni moderne che non ne hanno tuttavia offuscato il prestigio.

Un luogo di culto lascito di un tempo in cui la cittadina in provincia di Bari era tra le maggiori realtà ecclesiastiche in Puglia, contando in età medievale ben 33 canonici e con autorità che sin dal XII secolo sedevano al tavolo dei grandi Concili ecumenici.

La sua storia inizia nel 1335, quando il vescovo Bonocore ebbe il beneplacito di re Roberto d’Angiò per la costruzione di una nuova cattedrale sul sito dove si trovava un edficio sacro precedente, distrutto da Guglielmo il Malo nel 1156.

Siamo quindi andati a visitare il tempio guidati da Luisa Palmisano, presidente dell’Archeoclub di Bitetto. (Vedi foto galleria)

Ci troviamo in piazza Giovanni Paolo II, fulcro di Bitetto vecchia. Davanti a noi si erge la chiesa, incoronata da grandi cupole maiolicate. L’imponente facciata composta da bianchi conci di pietra regolari si divide in tre fasce di cui la centrale è la più grande. Questa, scandita verticalmente da due paraste, presenta un timpano triangolare sulla sommità decorato con archetti rampanti che terminano con una cornice dentellata.

A dominare è il particolare rosone a doppia raggiera, posto tra due colonnine dai capitelli a motivi vegetali su cui si imposta un arco a tutto sesto finemente scolpito con foglie e fiori. Al di sotto si aprono invece tre bifore e l’accesso all’edificio è consentito da altrettanti portali. Quelli laterali, più piccoli, sono sovrastati da lunette con figure maschili frontali. Il centrale, riccamente fregiato, è considerato il pezzo di maggior pregio del prospetto.

Realizzato nel 300 in calcare, sfoggia una rappresentazione scultorea dei testi biblici e si compone di tre “strati” terminanti in arco a sesto acuto. Il primo, il più vicino al portone, è caratterizzato da boccioli e foglie d’acanto impostato su colonnine con capitelli traforati sorrette da due leoni stilofori. «Quello a sinistra con un serpente tra le fauci simboleggia la lotta del Bene contro il Male, mentre l’altro, nell’atto di azzannare un coccodrillo, incarna la lotta alle eresie», evidenzia Luisa.

Il secondo livello presenta in basso delle larghe foglie scolpite e intrecci di uccelli affrontati. Le formelle raccontano con dovizia di dettagli scene del Nuovo Testamento, tra cui spiccano la Strage degli Innocenti e a destra le Nozze di Cana.

Il terzo e ultimo arco a rosette vede un disegno continuo: una donna inginocchiata regge un vaso da cui fuoriescono tutti i mali, al lato opposto una figura maschile li raccoglie in un contenitore sul capo. Volti di nobili e religiosi si intrecciano tra le spire di un drago e nel frattempo donne-sirene e uomini-bestia cercano di liberarsi dalla morsa diabolica.

La sommità racchiude poi una lunetta anch’essa scolpita: in alto la Vergine in trono emerge austera tra due angeli, mentre in basso Gesù con il pastorale dirige il corteo di Apostoli ai suoi lati.


A sinistra della composita facciata si eleva infine il campanile a pianta quadrangolare ultimato nel 1781. Scandito anch’esso in tre livelli da cornici marcapiano, si costituisce di pilastrini quadrangolari con capitelli e monofore concludendosi con una cuspide e quattro volute di raccordo.

Varchiamo finalmente l’ingresso. Entrando ci ritroviamo in un ambiente sobrio a tre navate scandite da due file di tre archi a tutto sesto, impostati su semicolonne e pilastri dai capitelli lisci ricostruiti durante i lavori degli anni 50.

«Furono un totale disastro – spiega la Palmisano –. Nel tentativo di riportare alla luce la precedente struttura romanica (offuscata dalle pesanti ristrutturazioni del 700 e 800) si distrussero elementi originali e si inserirono matronei inesistenti e arcate centrali che occultavano la vista della zona presbiteriale».

“Invenzione” del XX secolo furono i matronei, che con le loro trifore si aprono sulla sommità degli archi centrali senza avere però una reale funzionalità, e l’iconostasi che divide la navata centrale da presbiterio. Trecentesca è invece l’apertura sommitale inaugurata da semicolonne dai capitelli lavorati.

Superata questa “soglia” ci avviciniamo al presbiterio, rialzato rispetto al resto dell’interno. Nel coro è collocato il prezioso altare maggiore in marmi policromi intarsiati, lascito del 1760, con la grande tela dipinta da Carlo Rosa: qui l’Assunta e l’Arcangelo Michele sono raffigurati in primo piano in fluide vesti rubino e ocra.

E se nella navata sinistra spicca la settecentesca cappella del Purgatorio, chiusa per lavori, nella destra si apre l’accesso alla coeva cappella del SS. Sacramento che sfoggia pareti rivestite di marmo ceruleo e stucchi. «Sotto il pavimento è nascosto un grande sepolcreto con centinaia tra religiosi, cavalieri e nobili cittadini. Oggi purtroppo inaccessibile», ci svela la nostra guida.

Visitiamo ora la sagrestia, unico ambiente non toccato dagli “ammodernamenti” novecenteschi: qua, in una sala completamente affrescata con gli stemmi dei vescovi bitettesi e motivi a rosette in rettangoli verdi, ci accoglie il parroco Don Mimmo Castellano.

Proprio lui ci conduce in un luogo off-limits per i fedeli: il caveau. Superata una soglia in legno massiccio e sceso qualche scalino, ci ritroviamo in una sorta di cantinola dove s’impone una cassaforte che occupa un’intera parete.

Spalancandola, don Mimmo svela una grande statua in argento di San Michele nell’atto di schiacciare il serpente. La sua veste è finemente decorata con lamine dorate, così come il suo elmo dal piumaggio meticolosamente lavorato sulla sommità.

«Il vescovo Odierna la commissionò a un artista napoletano nel 1717 – ci spiega il prete –. Pesa una tonnellata e ogni 29 settembre, giorno di San Michele, veniva portata in processione per le vie del centro. Il sindaco nell’occasione metteva in mano all’angelo due chiavi della città, anch’esse in argento». Chiavi che vediamo adagiate su un cuscino rosso in un apposito contenitore.

Nel 2017 la scultura è stata restaurata e riportata al suo antico splendore, ma da allora per paura che possa rovinarsi giace purtroppo in questo caveau, “segretamente” nascosta nei sotterranei dell’imponente Cattedrale.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica)


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Federica Calabrese
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