di Irene Coropulis - foto Antonio Caradonna

Bari, Sant'Angelo di Mammacaro: un tempio bizantino si nasconde sotto la chiesa del Carmine
BARI - Un luogo millenario visibile solo attraverso delle vetrate poste sul pavimento di una chiesetta barocca di Bari Vecchia. Parliamo di Sant’Angelo di Mammacaro, tempio bizantino risalente al X secolo che si nasconde sotto il piano di calpestio di Santa Maria del Carmine. Un antichissimo sito che noi abbiamo avuto il privilegio di visitare: la Confraternita che gestisce la chiesa ci ha infatti aperto le botole che celano questo tesoro scoperto solo nel 1997. (Vedi foto galleria)

Per immergerci nella storia di Bari, raggiungiamo quindi strada del Carmine, pittoresca viuzza che si snoda tra la Basilica e la Cattedrale. A pochi metri da quest’ultima, sulla destra, si staglia la predetta chiesa del Carmine.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Si tratta di un luogo di culto costruito sopra i resti del quattrocentesco santuario di San Rocco, a sua volta eretto su un edificio religioso appartenente all’epoca in cui i Bizantini dominarono Bari (876-1071). In città sono rimaste pochissime testimonianze di questo periodo, molte delle quali si trovano proprio nel sottosuolo (come all’interno di Palazzo Simi e della Cattedrale), ricoperte nei secoli da fabbricati più “moderni” e scoperte solo grazie a recenti scavi. 

Varchiamo quindi l’ingresso e ci ritroviamo all’interno di questo sfarzoso gioiello seicentesco, con i suoi ori, stucchi e decorazioni. Ma è solo abbassando lo sguardo che si notano sul pavimento tre vetrate che lasciano intravedere parte di un sito archeologico.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Sono state poste lì nel 2000 alla fine dei lavori di restauro della chiesa, quelli che hanno permesso la scoperta di Sant’Angelo di Mammacaro. Durante lo svellimento gli addetti ai lavori si ritrovarono infatti davanti a una storia millenaria celata sotto le mattonelle.

«Partirono così gli scavi archeologici, al termine dei quali si decise di sistemare le lastre del pavimento su una struttura di travi, in modo da lasciarle sopraelevate rispetto al sito sotterraneo. A parlare è il presidente dell’Arciconfraternita del Carmine, Giuseppe Mele: è lui, assieme a degli aiutanti, a sollevare le teche, aprendo nel contempo una botola marmorea situata nei pressi dell’altare.

Ci addentriamo così nel sottosuolo, utilizzando delle scale in ferro apposte lì dalle nostre guide. (Vedi video)


Una volta giù però muoversi non risulta affatto semplice, visto che lo spazio in cui siamo è alto all’incirca 70 centimetri.
Procediamo così carponi, poggiando le mani su un terriccio dal quale emergono reperti di ogni genere ed epoca: un pezzo di conchiglia, un coccio, ma anche una penna stilografica non certo di epoca bizantina. L’odore pungente di umido avvolge intanto l’ipogeo illuminato da timide luci.

L’ambiente è disposto su due livelli. Quello superiore, che si trova quasi all’altezza delle nostre teste, appartiene ai resti del Quattrocento, ovvero al pavimento della tardomedievale San Rocco. È composto da basoli piccoli e squadrati che si differenziano da quelli del piano inferiore sui quali stiamo poggiando le nostre ginocchia.  

Quest’ultimo pavimento è infatti composto da grandi e spesse tessere del X secolo, facenti parte della più antica chiesa di Sant’Angelo di Mammacaro. Il mosaico calcareo è disposto secondo i tipici motivi bizantini: a spina di pesce, a fiori con petali esagonali, a rombi e pentagoni.

Ci spostiamo ora verso quella che doveva essere la zona absidale, scendendo così nella parte più profonda dello scavo. Qui individuiamo due sarcofagi, non più integri e quindi difficili da datare. Si ipotizza che possano risalire a un periodo precedente a quello bizantino, forse paleocristiano: probabilmente ospitavano i corpi di illustri personaggi del tempo, data la vicinanza all’abside che solitamente aveva l’importante compito di custodire il corpo del santo venerato.

Continuiamo il nostro percorso e all’altezza del lato sud notiamo i resti di un muro e di quelle che dovevano essere delle colonne del tempio del X secolo. È possibile anche intravedere due delle pareti che delimitavano le navate, sempre in materiale calcareo. Un blocco di roccia sinuoso lascia anche immaginare la presenza in questo punto di alcune arcate.

Su un muretto di pietre ne scorgiamo poi una dipinta di rosso scuro: un prezioso frammento di affresco che secoli fa colorava le pareti del tempio. Durante gli scavi fu tra l’altro rinvenuto un capitello con decorazioni vegetali ora conservato in un edificio della Confraternita.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

E proprio mentre stiamo per uscire, ci ritroviamo davanti all’ultima sorpresa del luogo: un osso integro, probabilmente una tibia, appartenente a uno dei corpi che un tempo furono seppelliti qui. Non sappiamo a che periodo possa risalire, visto che nel corso dei secoli si sono andate sovrapponendo camere sepolcrali risalenti a varie epoche.

Ma è arrivato ora il momento di alzare la testa. Su di noi, attraverso la botola, intravediamo gli accesi dipinti della sovrastante chiesa del Carmine, mentre una scala è lì pronta  a farci risalire in superficie. E così giunge al termine il nostro viaggio tra le vestigia di una città antichissima nascosta sotto gli ignari piedi dei baresi.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica)

Nel video (di Gianni De Bartolo) la nostra visita alla chiesa bizantina di Sant’Angelo di Mammacaro:


 


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Irene Coropulis
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Antonio Caradonna
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