di Gabriella Mola - foto Valentina Rosati

Templi greci, chiese bizantine, armi millenarie: è il tesoro nascosto del Castello di Taranto
TARANTO – Chiese bizantine, pozzi profondi, passaggi segreti, templi greci, lance del III secolo a.C. È il tesoro nascosto del Castello Aragonese di Taranto: un enorme fortezza interessata dal 2007 da ristrutturazioni e scavi archeologici che continuano a portare alla luce preziose scoperte. Solo una parte degli ambienti e dei manufatti rinvenuti sono però visibili al pubblico: tutto il resto è celato in stanze sotterranee che continuano a essere oggetto di studio. Luoghi che noi siamo riusciti a visitare, entrando in un mondo millenario che affonda le sue origini sin dalla Magna Grecia. (Vedi foto galleria)

Il Castello si trova all'estremità meridionale del centro storico di Taranto e si affaccia da una parte sul Mar Grande e dall’altra sul canale navigabile che conduce al Mar Piccolo. La sua mole è imponente: pianta quadrangolare, 20 metri di altezza e quattro massicci torrioni (San Cristoforo, San Lorenzo e Annunziata e Bandiera) che si fondono con le mura costruite con la pietra calcarenitica del “carparo”.

La prima fortificazione del luogo su cui oggi sorge il Castello risale al V secolo a.C. ad opera della civiltà greca, ma furono i bizantini ad avviare la costruzione della “Rocca”, una vera cinta difensiva che venne poi modificata e arricchita in epoca normanno-sveva. Furono infine gli Aragonesi, tra il 1486 e il 1492, a regalare alla fortezza il suo attuale aspetto, con l’eccezione di un quinto torrione (quello di Sant’Angelo), abbattuto alla fine dell’800 per far posto al Ponte Girevole. 

Il maniero fu sempre utilizzato per scopi bellici, divenne poi carcere con gli Asburgo nel 1707, sino a trasformarsi in caserma con l'Unità d'Italia. Oggi è presidio militare della Marina Italiana.

Non ci resta ora che entrare. Superiamo il cancello inserito tra due colonne e percorriamo il ponte dell'Avanzata che ci conduce all’interno di un grande cortile da cui si diramano tutti gli accessi alle stanze della roccaforte. Qui facciamo la conoscenza delle nostre guide: il 40enne Federico Giletti, direttore degli scavi archeologici, e il suo collaboratore Antonio Vinella, luogotenente della Marina in pensione.

Ci viene anche incontro l'Ammiraglio di squadra Francesco Ricci, curatore del Castello. «Quello degli scavi è un lavoro molto delicato – afferma - a volte le condizioni per operare non sono semplici. Tutto viene comunque fatto con il supporto scientifico della Soprintendenza. La ricerca potrebbe durare anche un altro secolo - aggiunge - c'è così tanto da scoprire».

Ma è arrivato il momento di andare a visitare le zone del Castello “inedite”, non aperte al pubblico. La prima è la Galleria di levante, che dopo qualche metro conduce in un’area off limits. Ci ritroviamo all’interno di un lungo corridoio illuminato solo da un faro. «Stiamo attraversando gli interni di un percorso fortificato in calcarenite – ci spiega Giletti -: fu costruito nel 1492 dal castellano Crispano al fine di congiungere la fortezza con le mura della città».

In un angolo notiamo anche la parte interna del torrione di San Lorenzo, ornato da antichi “beccatelli”: modanature ornamentali tipiche di tali costruzioni. E pochi metri dopo giungiamo in una stanza “segreta”, ovvero il laboratorio, un grande ambiente con volta a botte dove viene portato tutto ciò che viene scoperto per essere custodito, conservato e studiato meticolosamente. Al momento sono 21mila i reperti già catalogati.


Tra strumenti quali scalpellini, spazzole e picconi notiamo olle in terracotta, utensili in ferro, anfore per contenere derrate alimentari e tegole appartenenti a un acquedotto del periodo altomedievale.

Giletti ci mostra poi un oggetto particolare: giace su un tavolo avvolto da un panno, come fosse una reliquia. «Si tratta di una punta di lancia in ferro del III secolo a.C. – sottolinea -: è stata rinvenuta sui resti delle fortificazioni greco-romane. Una scoperta davvero preziosa: si intravedono ancora le impronte del lacci in cuoio per rilegarla all'asta lignea di legno. La sua punta è ripiegata verso l'interno, ciò può significare che si trattava di un'arma dismessa oppure di un ex voto verso gli dei».

Usciamo dalla Galleria di levante per introdurci, sempre passando dal cortile, in quella settentrionale. Qui abbiamo la fortuna di ammirare un antichissimo pozzo di captazione di acqua di falda potabile risalente al periodo greco-romano. Profondo 8 metri e protetto da una grata, è dotato di “pedarole”, ossia incavi contrapposti che servivano per scendere e salire.

Ma le sorprese non finiscono qui. Federico ci mostra infatti uno splendido blocco di pietra decorato con delle rose a otto petali a rilievo. «Questo è uno pezzo unico – ci illustra -: apparteneva all'elevato di un tempio dell'età classica della Magna Grecia. Attesta uno stile architettonico e decorativo di matrice greca, per la precisione "achea"».

Torniamo sempre nel solito cortile e, dopo aver visitato il sistema fognario del castello realizzato in epoca aragonese (ancora in fase di scavo), ci inoltriamo nel torrione di San Cristoforo per andare ad ammirare il pezzo forte del nostro inedito viaggio: i resti di una chiesa bizantina.

Entriamo attraverso una massiccia porta in legno e ci ritroviamo davanti a un cantiere fatto di ponteggi, assi e tubi. Il tempio si trova otto metri più giù: lo raggiungiamo servendoci di scale e blocchi in pietra. E in un attimo siamo circondati da un luogo dal grande fascino, seppur non ancora completamente rivelato. «Questo scavo è iniziato nel giugno 2011 – spiega Vinella - e ha visto il coinvolgimento di 12 militari che hanno rimosso oltre 300 metri cubi di terreno che seppellivano la chiesa».

È stata portata alla luce un’aula voltata, che avrà avuto certamente un ruolo di rappresentanza e accoglienza dei fedeli, poiché si trova al centro di una rete di percorsi interni. I muri sono sempre in calcarenite, ma più scuri rispetto agli altri ambienti visti e osservandoli si intravedono una serie di croci di varie forme incise nella pietra.

«Quando le abbiamo notate per la prima volta – racconta Giletti -  abbiamo capito che ci trovavamo di fronte a un luogo di culto di epoca bizantina databile intorno alla fondazione della città medievale di Taranto, avvenuta nel 967 d.C ad opera dell'imperatore Nicefaro Foca. Fonti storiche parlano tra l’altro di questa chiesetta, che era dedicata ai Santissimi 40 Martiri. Abbiamo quindi anche un nome: ora non ci resta che proseguire gli scavi, così da mostrare un giorno questo gioiello a tutti coloro che visiteranno il nostro magnifico Castello».

(Vedi galleria fotografica)

© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita



Gabriella Mola
Scritto da

Valentina Rosati
Foto di

Lascia un commento
  • Viviana - Articolo molto interessante. Il Castello è un monumento affascinante e assolutamente da visitare!