I retroscena, le tensioni, le emozioni: la "Flotilla" raccontata dai tre baresi saliti a bordo
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martedì 13 gennaio 2026
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di Antonio Fiamma
Gli attivisti, come si sa, non sono riusciti nel loro intento: in quei giorni però hanno fatto in modo che si parlasse della terribile situazione in atto a Gaza, dove la popolazione palestinese da quasi due anni conviveva con bombardamenti, attacchi e restrizioni da parte dell’esercito israeliano.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Tra i partecipanti alla missione umanitaria c’erano anche tre baresi: il 35enne attivista Antonio Lapiccirella, il 37enne giornalista freelance Lorenzo D’Agostino, la 43enne sindacalista Francesca Amoruso. Li abbiamo incontrati a distanza di qualche mese per farci raccontare a “riflettori spenti” i retroscena, le tensioni e le emozioni di quella che è stata una delle più grandi missioni civili via mare mai organizzate.
A salpare per primi, il 31 agosto da Barcellona con la “Global Sumud Flotilla”, sono Antonio e Lorenzo. Il primo a bordo della “Family boat”, che ospita trenta attivisti e il team di coordinamento, il secondo sulla barca a vela “Hio” in qualità di inviato del giornale "Il Manifesto".Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Francesca invece si unisce alla missione il 25 settembre con la “Freedom Flotilla Italia”, partendo da Otranto sulla barca a vela “Al-Awda”.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Ricordo ancora il giorno della partenza: il momento più emozionante della mia vita – afferma Lorenzo – . Almeno diecimila persone vennero a salutarci come fossimo eroi».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«È come se, a un certo punto, tutti avessero detto “guarda lo stanno facendo davvero” - interviene Antonio -. Ed a un tratto ci arrivò ogni forma di sostegno: tecnici, capitani, volontari, contatti nei porti e nei cantieri, giornalisti disposti a rompere linee editoriali consolidate, amministratori pronti a dare visibilità ed appoggio, donazioni. Assistemmo a uno sforzo collettivo gigantesco».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

«Certo va detto che le barche erano state acquistate con un crowdfunding a 50-100mila euro l’una: facevano letteralmente acqua – sottolinea D’Agostino –. Durante la navigazione soffrimmo il mare grosso e le soste tecniche continue».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Le condizioni di viaggio in effetti si rivelano subito estreme per tutti: mancanza di sonno, convivenza forzata, ritmi di lavoro altissimi. «Dormivo quando collassavo», rammenta Antonio. E Francesca conferma: «La navigazione imponeva turni di guardia, soprattutto di notte. Sulla mia barca si era solo in quattro e così due restavano svegli, due riposavano un’ora e poi c’era il cambio. Sono tornata a casa con un arretrato di sonno infinito».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Lorenzo invece ricorda: «Ero su una barca di 13 metri con otto sconosciuti di varie nazionalità e due posti letto in meno. Non avevamo frigorifero e mangiavamo solo latte di lenticchie e fagioli. Il serbatoio d’acqua conteneva 300 litri per tutto l’equipaggio e fu riempito solo una volta a Tunisi. Ci si lavava nelle soste oppure arrangiandosi con la spugna e il secchio».
Ogni giorno su ogni barca ci si riuniva per un’assemblea comune. «Molti avevano già preso parte a delle missioni umanitarie - racconta Francesca -. Fra loro anche un uomo di 72 anni che aveva conosciuto Yasser Arafat e Che Guevara. Quelle conversazioni ci diedero speranza».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Dopo brevi soste a Minorca e Maiorca, la “Global” partita da Barcellona raggiunge la flotta nordafricana a Tunisi. E lì, l’8 e il 9 settembre, accade l’impensabile: due attacchi con i droni a cento metri dal palazzo presidenziale e granate incendiarie lanciate sulla Family boat e sull’Alma, con fiamme per fortuna subito estinte.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
La Flotilla ripara a Bizerte, per poi ripartire verso Creta così da congiungersi con la flotta italiana e greca. Qui però il motore della Family smette di funzionare e il team di coordinamento viene trasferito sull’Alma. E nelle acque internazionali al largo di Creta, la notte del 24 settembre, si verifica l’attacco più violento.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Iniziò tutto con un'interferenza radio – dice Lapiccirella –: a volume altissimo gli israeliani trasmisero chissà perchè una canzone degli Abba. E poi sentimmo il ronzio dei droni e le esplosioni. Su di noi c’erano tredici velivoli, armati con microcariche: puntavano alle vele e un albero sfiorò un membro dell'equipaggio. Sentii il panico, la rabbia dei miei compagni di viaggio: una scena surreale, vigliaccheria pura».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
La sosta forzata di tre giorni a Creta, dopo la “notte dei droni”, diventa il punto di massima tensione della missione. «Una parte della Flotilla voleva fermarsi lì - racconta Lorenzo -. Si creò una dialettica non facile da risolvere tra chi tirava il freno a mano e chi invece voleva andare fino in fondo nonostante le enormi pressioni per farci desistere».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Israele ci definiva terroristi e la Farnesina chiamava noi e le nostre famiglie dicendo che avrebbero fatto dei morti», rivela Antonio.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Ciò nonostante la “Global” decide di andare avanti: «In mare l’unica cosa che vedevamo erano altre persone che si erano prese la nostra stessa responsabilità. E questo ti caricava, ti toglieva la paura».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Tra il 1° e il 4 ottobre il viaggio dei tre baresi si interrompe però bruscamente. I primi ad abbandonare la missione sono Antonio e Lorenzo, le cui imbarcazioni vengono abbordate dall’esercito israeliano.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Arrivarono con i gommoni Zodiac: ci perquisirono e separarono – dichiara Lapiccirella –. A quel punto navigammo per un giorno fino alla città israeliana di Ashdod».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Lo sbarco fu il momento più duro - interviene Lorenzo -: tre ore in ginocchio sul cemento, maltrattati in vari modi. Nella delegazione c’era un ragazzo malese affetto da nanismo: i soldati lo deridevano di continuo, mentre saltavano sulle maglie della Palestina e sputavano sulle kefie».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
I due vengono quindi tradotti nel centro di detenzione di Ketziot. «In cella sentivamo gli aerei decollare per bombardare Gaza - ricorda Antonio -. Nell’ala accanto erano rinchiusi gli ostaggi palestinesi: noi facevamo rumore, cantavamo. Loro non potevano, rischiavano ritorsioni. Poi il terzo giorno il nostro avvocato ci disse: “Mi mandano a dirvi che vi sentono e che questo luogo di isolamento, tortura e repressione per una volta è stato riempito di solidarietà”. A quel punto abbiamo urlato ancora più forte».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Dopo tre giorni i due vengono scarcerati e rimpatriati in Italia, raggiunti di lì a poco anche da Francesca.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
I problemi per lei erano iniziati tra Corfù e Creta, quando la barca logistica che trasportava benzina e viveri aveva subito dei danni. «A seguito del maltempo alla “Ghassan Kanafani” si ruppe il fiocco, cioè la vela di prua - spiega l'attivista -. E il 4 ottobre, a Heraklion, la barca venne sequestrata con i documenti dell'equipaggio». Ma è solo l’inizio. «Il giorno stesso - prosegue - noi dell’Al-Awda siamo stati abbordati dalla polizia greca in assetto antisommossa e sottoposti a un controllo di un'ora e mezza».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Alla fine dei controlli, l’amara sorpresa. «La prima barca aveva una falla nello scafo, nella nostra invece notammo come il tubo che portava il gasolio al motore risultava tagliato in due punti, lì dove era difficile che ciò si vericasse. Sospettammo un sabotaggio», afferma Amoruso.
La decisione divenne così inevitabile. «Proseguire sarebbe stato da irresponsabili: scegliemmo così di fermarci lì – ammette Francesca -. Fui felice di tornare, anche se dopo ho dovuto convivere con un forte senso di colpa per non aver completato la missione».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Ma oggi, a distanza di tre mesi da quei giorni, quali sono le sensazioni dei baresi sull’avventura vissuta? «La Flotilla è stato un corteo in mare, che per giorni nessuno ha potuto reprimere e mettere a tacere – rievocano i tre in coro –. C’eravamo solo noi a raccontarci, immaginando che un altro mondo è possibile. Ma è stato solo l'inizio. In primavera ci rimetteremo in barca per navigare assieme contro un sistema fondato su guerra e morte».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Foto di copertina di: Francesco De Leo
© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita


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