di Katia Moro

Bari, terra di ghetti e caporali: «Sfruttamento nei mercati di ciliegie, mucche e uva»
BARI – È tristemente noto quanto la produzione agricola pugliese, soprattutto in Capitanata e Salento, sia per buona parte caratterizzata dallo sfruttamento della manodopera e dal sistema del “caporalato” che a sua volta ha generato la formazione di veri e propri ghetti in cui concentrare e controllare i propri braccianti. Emblematico è il caso di cui abbiamo già avuto modo di parlare: il ghetto di Rignano Garganico, che si estende per circa un chilometro nelle campagne tra Foggia e San Severo, lì dove mille immigrati vivono in una baraccopoli priva di luce elettrica e acqua potabile.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma è forse meno conosciuta la situazione del lavoro a nero e del reclutamento illegale che si va delineando sempre più nettamente anche in terra di Bari. A disegnare correttamente i confini di questa mappa dello sfruttamento ci aiuta il 40enne barese Leonardo Palmisano, autore in collaborazione con il camerunense Yvan Sagnet, del libro “Ghetto Italia”: un viaggio nell’occulto mondo del caporalato e dei braccianti stranieri. Lo abbiamo intervistato.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

La provincia di Bari non è mai stata famosa per il caporalato. Qualcosa sta cambiando?

Tradizionalmente l’agricoltura barese non è caratterizzata da uno sfruttamento intensivo della terra come accade in Capitanata o nel Salento, dove predominano latifondi e appezzamenti di terra più estesi. Nel Barese ci troviamo di fronte invece a un sistema maggiormente meccanizzato e in parte più evoluto. Ciò storicamente ha impedito il cronicizzarsi di fenomeni come il caporalato e la conseguente costituzione di ghetti sul modello di quanto è accaduto nel resto della Puglia. Eppure negli ultimi anni la presenza di un’abbondante manodopera di extracomunitari disposti a tutto pur di lavorare e soprattutto l’aumento della richiesta dei prodotti alimentari locali, sta generando anche nel barese la nascita di concentrazioni massicce di braccianti gestite da uno o più caporali.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ci faccia un esempio.

Quello della raccolta delle ciliegie a Turi. L’anno scorso nei mesi di maggio e giugno l’improvvisa impennata di produzione ha indotto lungimiranti caporali senza scrupoli a trasportare nelle campagne più di una cinquantina di nordafricani e centroafricani: venivano impiegati per circa 12 ore al giorno a soli  2 euro all’ora. Ma la cosa ancora più grave è che la concentrazione improvvisa di questa manodopera per uno sfruttamento intensivo di pochi mesi non ha reso possibile neanche la realizzazione di un vero e proprio ghetto: gli immigrati vivevano allo stato brado in aperta campagna privi di qualunque genere di prima necessità e delle più elementari norme igieniche. E non è un caso che ci sia stato un sospetto caso di diffusione di scabbia. Ciò che più mi ha stupito è stata l’inerzia degli amministratori locali incapaci di prendere atto e risolvere in maniera dignitosa la situazione. È molto probabile che questa primavera si ripresenti il fenomeno nella stessa misura, se non amplificato.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Sono sempre gli africani i prescelti per questo tipo di lavori?

Non solo. Ad esempio in pochi sono a conoscenza di ciò che accade nel mondo della zootecnia dell’Alta Murgia barese, in paesi come Santeramo in Colle o Cassano delle Murge. Qui nelle fattorie dove si allevano i bovini sono impiegati solo immigrati indiani, considerati i più “appetibili” data la loro sacra venerazione nei confronti delle mucche che accudiscono amorevolmente. Questa “debolezza” li ha ridotti in uno stato di quasi schiavitù: vengono infatti impiegati 24 ore su 24 privati di qualunque forma di contatto con il mondo esterno oltre che di una propria vita propria. Il tutto per compensi ovviamente irrisori.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

È dunque la presenza di tanti immigrati a indurre allo sfruttamento?

No, a mio parere è la domanda a regolare il mercato e non l’offerta. E ne è riprova il fatto che i caporali non reclutano solo stranieri ma anche italiani: un caso emblematico è quello che si sta verificando nelle campagne di Noicattaro per la raccolta della prelibata uva regina. Tra l’altro il boss pentito Antonio Di Cosola sta ora svelando come i braccianti dediti al frutto nojano siano reclutati e diretti dalla criminalità organizzata di Bari. Questo rivela l’esistenza di stretti legami tra la mafia locale e i grossi produttori, in un mercato che è tra i più ricchi e prosperi in Italia.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

A Bari però esiste un altro tipo di sfruttamento degli stranieri…

Sì, delle straniere: prevalentemente nigeriane, rumene e albanesi. Parliamo ovviamente di prostituzione. Bari rappresenta il più grande mercato del sesso della costa adriatica, secondo soltanto a quello di Rimini. Questo perché la città accogliendo tanti lavoratori dalla provincia arriva a triplicare se stessa durante la settimana. C’è quindi una grande domanda di sesso a pagamento, soprattutto da parte dei pendolari, tanto è vero che a differenza delle altre città a Bari le prostitute si collocano principalmente lungo le arterie che congiungono il centro urbano con l’esterno. È un mercato aperto 24 ore su 24 lungo tutta la cintura perimetrale della città. Sulla statale 98, sulla 100 e soprattutto lungo la famosa “strada del sesso”, quella che passando da Capurso conduce a Rutigliano: una camionabile ricca di anfratti, regno dei camionisti in cerca di facile compagnia, che si contende il primato con il lungomare a sud di Bari.

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