di Alessia Schiavone

Le ex fabbriche di Barletta: giganti simbolo di una città che non c'è più
BARLETTA - Vetri rotti, tetti che si frantumano, lamiere arrugginite, piante e radici sui muri. Imponenti giganti che si ripiegano su sè stessi. È questo il volto delle fabbriche della Barletta di oggi, città pugliese che fino agli anni 90 era considerata un vero e proprio polo industriale, ricca di numerose imprese di respiro nazionale, ma che a un certo punto, come si legge anche su wikipedia “hanno subito un tracollo finanziario che le ha indotte al fallimento”.  (Vedi foto galleria)

Proprio alle spalle della stazione ferroviaria ad esempio risulta quasi impossibile non notare l'ex distilleria in via Vittorio Veneto, protetta da un'alta recinzione che fa da perimetro a quello che oggi è un pezzo di antiquariato che cade a pezzi. È una struttura mastodontica. Evidenti sono le crepe nei muri color pastello e le finestre rotte da cui si intravedono soffitti cadenti e residui di quelli che probabilmente un tempo erano dei macchinari o semplicemente parte dell'arredamento. «Sono più di trent'anni che è in disuso.- dice il vigilante della zona- Era un opificio agroalimentare, uno dei più importanti del Sud Italia. Ora è proprietà del Comune che ha sottoposto a bonifica parte dell'area in cui sorgeva lo stabilimento».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Tra i ricordi dei barlettani, i vagoni pieni di carrube: attraverso i binari (ancora oggi evidenti sulla strada) che collegavano la stazione alla fabbrica, i frutti venivano trasportati direttamente in distilleria, dove si produceva grappa e brandy, ma anche olio e lievito.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Dopo la chiusura avvenuta intorno agli anni 80, fu costruita una nuova distilleria in via Trani con enormi macchinari in rame e acciaio: uno stabilimento decisamente più moderno, grigio e cupo che, a quanto pare, non è mai entrato in funzione. Ed è proprio percorrendo via Trani, che si ha la strana percezione di trovarsi in un cimitero di fabbriche. Sia sulla destra che sulla sinistra della strada principale si notano i diversi capannoni con la scritta "vendesi" o "affittasi" in stato di totale abbandono. «Negli anni 70-80 c'erano centinaia di fabbriche (segherie, tomaifici, calzaturifici), tutte in funzione. Via Trani non era un mortorio come adesso, era il cuore della città - racconta il 70enne Giulio -. C'era un via vai continuo di gente, macchine e autobus». Ora invece anche nelle ore di punta la via è deserta.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Qui c’era la Cartiera Mediterranea, un manufatto di archeologia industriale che si estende su un'area di terreno talmente ampia da arrivare fino al mare. «Era la migliore in Europa per produzione di carta e vantava macchinari all'avanguardia - raccontano i barlettani -. Prendeva l'acqua dal fiume Ofanto e la riversava nel mare. Vi lavoravano circa 300 operai». Dotato di una struttura interamente in acciaio e di un'alta ciminiera, il complesso è oggi sommerso dalla vegetazione. Fino a qualche anno fa veniva utilizzata come discarica abusiva o addirittura per la coltivazione di cannabis.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

 
Quelle che erano le vie dell'industria per antonomasia (via Trani e via Foggia), con ad esempio la storica industria chimica Montecatini e la Cidneo Sanitari, hanno lasciato oggi il posto a supermercati e centri commerciali di vario genere. «Ad esempio prima in questa zona, tra via Trani, via Foggia c'erano trenta segherie. E ora non ne è rimasta quasi nessuna - afferma Michele, ex dipendente di una di queste industrie -. Pochi infatti hanno conservato la tradizione di mettere frutta e ortaggi nelle cassette di legno.  Per la realizzazione delle cassette –continua - vi era una vera e propria catena di montaggio umana: c'era chi costruiva il fondo, chi le strisce, chi l'angolo (il cosiddetto "mazzaridd"). Di lavoro ce n'era in abbondanza e quindi occorreva essere veloci con le consegne».  

Barletta era poi una città fiorente dal punto di vista della produzione di scarpe. Erano presenti tante piccole e medie aziende molto attive nel settore tessile e calzaturiero. Barletta era considerata “la città delle scarpe”. Grossi marchi facevano capo a questa città per la lavorazione della calzatura sportiva (Adidas e  Sergio Tacchini per dirne un paio). «Addirittura la Master Sport, un'azienda barlettana ormai fallita, ha sponsorizzato per qualche anno la Lotus in Formula Uno. - sottolinea un ex fabbro ora 60enne- Ricordo ancora quando andammo a sgomberare il capannone. Vi erano talmente tante scarpe che ci si poteva aprire un negozio».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Questo articolo non vuole approfondire gli aspetti economici e finanziari che hanno portato al fallimento di interi comparti produttivi, anche perché le ragioni sembrerebbero tante ed è difficile generalizzare.  Ad esempio Antonio, impiegato della Timac, una delle grosse industrie ancora presenti, afferma: «Il problema è sorto quando le imprese hanno deciso di delocalizzare la produzione, trasferendo il mercato all'estero. Una volta che hai esportato il tuo modo di lavorare e le tue conoscenze, gli altri hanno imparato e con la manodopera a prezzi decisamente più bassi hanno portato qui la concorrenza». Stessa teoria del 60enne ex operaio Tonino, che dice: «I cinesi sono arrivati qui, hanno copiato, hanno imparato e hanno invaso il mercato. E a differenza nostra gli asiatici sono dei gran lavoratori. Mentre noi siamo qui a parlare, loro sono nella loro bottega a lavorare fino tarda sera. Sono stati loro la nostra rovina».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Cinesi o no, la rovina è arrivata e ciò che rimane della Barletta industriale non è altro che la fatiscenza di strutture che un tempo l'hanno fatta brillare ma che oggi sono solo grovigli di rame, acciaio e cemento.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica)

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