di Katia Moro

Bari, quando vittima e carnefice si parlano: è la “restorative justice”
BARI – Esiste un modo rivoluzionario di intendere il sistema giudiziario e penale, che si basa sulla centralità della figura della vittima, dei suoi diritti e sulla possibilità di un dialogo con il proprio “carnefice”. E questa innovazione trova spazio a Bari grazie alla cooperativa e onlus, nata nel 1995 con fondi regionali, Crisi (Centro ricerche interventi stress interpersonali) con sede in via Amendola (nella foto i soci davanti al carcere di Bari). È dal 1996, prima esperienza in Italia, che l’ente sperimenta in città questa moderna pratica di mediazione penale nata nel Nord America alla fine degli anni 80 e denominata “restorative justice”. Se ne è celebrata la settimana mondiale dal 16 al 23 novembre e in questa occasione Crisi ha organizzato un incontro, il 18 novembre, presso il carcere barese per divulgare la conoscenza di questo diverso approccio al reato. Ne abbiamo parlato con la presidente Anna De Vanna.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

In cosa consiste esattamente la “restorative justice”?

La restorative justice o giustizia riparativa o rigenerativa è l’ultima frontiera raggiunta nell’ambito delle risposte date dallo Stato al concetto di reato. Tradizionalmente si considera il reato unicamente in termini giuridici come una violazione di una norma cui deve conseguire una sanzione commisurata alla gravità. Invece con questo nuovo e rivoluzionario pensiero giuridico, si inizia a considerare il crimine anche come lesione morale e emotiva, una violazione delle persone e dei rapporti interpersonali. L’obbligo principale del colpevole diventa quindi il rimediare al torto commesso mettendo al centro dell’interesse la vittima e i suoi diritti e cercando una soluzione il più possibile concordata tra offeso e offensore.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Come si attua concretamente?

La restorative justice risponde all’esigenza di correggere l’eccessiva dimensione burocratizzata e agonistica del processo, per restituire attenzione alla dimensione personale e sociale del crimine senza la quale la pena risulta essere solo un’inutile punizione priva di una valida ricaduta sociale. Ciò si realizza con l’attuazione di istituti quali ad esempio la mediazione penale tra vittima e offensore. Si parte da una responsabilizzazione del colpevole sino ad ora privo di occasioni reali per prendere coscienza delle conseguenze che le sue azioni hanno sortito sulla vita dell’offeso. Questa finalità non viene raggiunta con astratti e predefiniti programmi di rieducazione ma illustrando concretamente gli effetti che il suo comportamento ha creato. Parallelamente viene coinvolta, come sancisce dal 2012 una normativa europea (direttiva 2012/29/UE) da noi applicata per la prima volta in Italia, la figura della vittima cui viene riconosciuto il diritto di poter seguire il processo a partire dalle indagini sino all’esecuzione della pena. A questo punto se i due protagonisti, vittima e carnefici, vengono ritenuti idonei e consapevoli e desiderano farlo, possono incontrarsi.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Quali sono in base alla vostra esperienza gli effetti di tale incontro?

La nostra cooperativa ha sperimentato concretamente tale pratica per ben vent’anni su reati commessi da minorenni e i risultati sono sempre stati estremamente positivi. Si arriva alla fase dell’incontro sostanzialmente per esperire tre esigenze fondamentali: chiedere perdono per il reato commesso, far comprendere il proprio punto di vista e dimostrare la presa di consapevolezza del proprio errore. I casi da coinvolgere ci vengono segnalati dai servizi sociali generalmente non tra i minorenni detenuti in carcere, trattandosi in questo caso spesso di crimini più gravi contro la società e non contro un individuo, ma tra quelli in regime di “messa alla prova”. Con l’art. 28 del dpr 448/88 si è stabilito infatti che, qualora vi siano i presupposti, il processo può essere sospeso e il minore viene affidato ai servizi sociali che svolgono nei suoi confronti attività di osservazione e controllo. Dopo una lunga fase di preparazione attuata dalle figure di mediatori formati e specializzati, si giunge all’incontro finale in cui i protagonisti dismettono i panni di vittima e carnefice per rivestire quelli di semplici individui che necessitano di rielaborare il proprio dolore con chi l’ha provocato mostrando come lo si è vissuto in un processo liberatorio e rigenerativo che permette un più facile reinserimento nella società.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Non avete mai sperimentato tali pratiche con gli adulti?

Stiamo attuando dall’anno scorso un progetto, ancora in divenire, che coinvolge dieci detenuti adulti nel carcere di Bari. Un’attività sperimentale e pionieristica a livello nazionale accolta volentieri dalla casa circondariale barese sensibile a queste tematiche. Chiaramente il percorso all’interno della struttura carceraria è più complesso e bisogna attendere il termine della pena. L’obiettivo da raggiungere è in realtà quello di estendere il più possibile anche agli adulti il regime della messa alla prova, per i reati minori e socialmente non pericolosi, come d’altronde prevede una legge ad hoc, la n.67 del 28 aprile di quest’anno.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 
Qui il sito della cooperativa sociale Crisi.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Nel video un esempio di mediazione penale tra vittima e reo realizzata a Bari nella sede della cooperativa Crisi:





 

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