di Valeria Quarto

L'ex brefotrofio di Bari: «Lì dove accoglievamo i bambini abbandonati»
BARI - «Li chiamavo “i miei bambini”. Non ce n’è stato uno a cui non mi sia affezionata, a cui non abbia dato tutte le cure e l’amore di cui avevano bisogno». Nonna Gina ha 78 anni, è sempre vissuta a Bari e quando è stata giovane, «tanto e tanto tempo fa», ha lavorato nell’Istituto provinciale per l’infanzia, al numero 189/b di via Amendola. In quella struttura, chiusa 30 anni fa (ora ospita uffici della Polizia municipale) venivano accolti i neonati indesiderati, abbandonati, quei bambini che i genitori non potevano o non volevano tenere con loro. (Vedi galleria con foto d'epoca)

Seduta su una sediolina di legno nonna Gina accetta di scavare nel tesoro custodito dalla sua memoria per parlarci di quei bambini abbandonati.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Era il 1954 e avevo da poco compiuto 18 anni quando fui assunta – ricorda - . Come ogni curatrice avevo il compito di badare a 15, 20 bambini che sarebbero stati “miei” fino alla loro permanenza nell’istituto. All’epoca ce n’erano più di 200. Riesco ancora a ricordarmi di alcuni di loro. Francesco, che giocava sempre a nascondino, Anna che si raffreddava sempre, Severina che piangeva spesso perchè era “capricciosetta”. E poi c’erano un sacco di piccoli che si chiamavano Nicola e Antonio: per distinguerli li indicavamo con il loro cognome».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

L’istituto era un “brefotrofio”: si trattava di un luogo di prima accoglienza per gli infanti abbandonati. I piccoli, se entro i 3 anni non venivano adottati o affidati o ripresi dalla famiglia d’origine, erano inviati agli orfanotrofi che si trovavano in città limitrofe al capoluogo pugliese e che ospitavano ragazzi fino alla maggiore età. «L’edificio era di un color crema all’esterno, aveva due piani e un grande giardino – dice Gina -. All’interno le pareti erano di un verdino chiaro e le piastrelle del pavimento grigie, un po’ consumate per il continuo via vai».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Da dove provenivano questi bambini? Spesso arrivavano dagli ospedali, non riconosciuti dai genitori. Oppure era il Tribunale a inviarli se ritenevano che i genitori non fossero in grado di prestargli le dovute cure. E poi c’erano i piccoli abbandonati. Un tempo molte chiese e conventi avevano la “ruota degli esposti”. Era simile a un contenitore con uno sportellino, adiacente a un muro esterno della struttura: chi voleva abbandonare il figlioletto, lo poneva lì dentro, suonava la campanella annessa alla ruota, di solito in legno e scappava. Così il prete o le suore, avvertiti dallo scampanellio, lo prelevavano e lo portavano all’istituto.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«E poi da noi si trovavano anche i bambini lasciati temporaneamente da mamme magari giovani e sole che non potevano prendersi cura dei figli – aggiunge Gina -. Erano tenuti  in istituto fin quando le donne non trovavano lavoro o non si sposavano. Il martedì e il giovedì erano i giorni delle visite e ricordo com’erano strazianti certi saluti che purtroppo spesso odoravano di addii. La mamma che piangeva e che prometteva al neonato, ancora incapace di comprendere, che sarebbe tornata. Ma spesso quelle promesse erano vane. Il bambino cresceva, ma la mamma non la rivedeva più».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Gina si ricorda bene del piccolo Alberto. «Era un bambino vivacissimo – dice - correva sempre da una parte all’altra, ma spesso la sua vitalità si tramutava in irrequietezza, soprattutto dopo che riceveva la visita di uno dei genitori. Alberto era uno di quei bambini in attesa che la promessa del papà o della mamma venisse adempiuta. Era figlio di un noto costruttore edilizio e di una maestra: illegittimo, nato al di fuori dal matrimonio. Loro all’inizio venivano a trovarlo, ma le visite un giorno finirono. Il padre non volle riconoscerlo e la madre, nonostante le mille promesse di riportarlo a casa, a un certo punto sparì. Alberto in seguito fu preso in affidamento. Non ho più saputo nulla di lui».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


«Però non ci sono solo storie tristi – esclama sorridendo nonna Gina -. C’era anche qualche mamma forte che amava davvero suo figlio e che abbandonata dal “fidanzato” e scacciata dai genitori che non volevano “macchiare il buon nome della famiglia”, si rimboccava le maniche e una volta riuscita a trovarsi un lavoro e a mettere da parte dei soldi, si riprendeva il bambino».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Un discorso a parte meritano i piccoli che venivano abbandonati, quelli senza né padre né madre, che avevano bisogno di una nuova famiglia. «Noi venivamo avvisate che in una determinata giornata sarebbero venute delle coppie a “scegliere” quale bambino adottare – ricorda la donna -. Allora io li imbellettavo ben bene, inamidavo i colletti alle camicie dei maschietti, pulivo le loro scarpette. Alle femminucce legavo i capelli in codine con fiocchetti o li intrecciavo e le vestivo con i vestitini migliori, come delle bamboline. La mia speranza era che la coppia si innamorasse di qualcuno di loro, donandogli una nuova vita».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma alcuni erano destinati a rimanere senza genitori, senza un nido. «I piccoli nati con deformazioni o autistici, non li prendeva nessuno – ammette Gina -. Arrivavano all’età per l’orfanotrofio e se ne andavano, così come erano arrivati».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

La nonna ci parla anche di com’era la vita tra quelle mura dal color verde chiaro. «C’erano certe notti in cui i piccoli non volevano dormire – ricorda -. Venivano messi a letto, spegnevamo le luci delle stanze, ma non si riusciva ad arrivare alla fine del corridoio che si sentiva il suono delle molle dei materassi e gli urletti e i chiacchiericci. Allora accorrevamo, riaccendevamo le luci e davanti a noi si materializzavano decine di bambini che saltavano da un letto all’altro, giocando nel cuore della notte come in un parco giochi».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Gina e suo marito Domenico abitavano in una casetta adiacente all’istituto, per questo accadeva a volte che qualche bambino più grandicello pranzasse con loro. «Mi ricordo di uno in particolare – sottolinea la donna -. Era molto intelligente. Un giorno venne a casa nostra ed era così contento di mangiare qualcosa di diverso dai soliti pasti offerti nella mensa dell’istituto, che si alzava ogni minuto per gridare entusiasta: “Un brindisi alla signora Gina! Un brindisi al signor Domenico!”. Mai fatti così tanti brindisi in vita mia».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Ho dato molto a quei bambini. Cure, cibo, attenzioni – conclude nonna Gina -. Ma loro hanno anche dato tanto a me. Non avevo un bambino “preferito”, li amavo tutti allo stesso modo. E speravo che un giorno, seppur cresciuti senza famiglia, ne avrebbero creata una loro. Questo sarebbe stato il loro riscatto, la loro vittoria».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
 

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  • Piero - non sapevo del brefotrofio..complimenti per l'articolo, mi ha commosso. e grandiosa nonna Gina, forse nella società attuale ne servirebbero di più..
  • massimiliano luigi grieco - Cara nonna Gina, sono uno di quei bambini, oggi ho 46 anni e ho scoperto da pochi giorni di essere stato adottato quando avevo 1 mese di eta', sono stato fortunato nella mia vita perché' sono stato preso da una famiglia stupenda. ho perso mio padre 2 mesi fa e così che mia madre ha trovato il coraggio di raccontarmi tutto, oggi cerco disperatamente la mia madre biologica., grazie NONNA GINA
  • Augusta - Cara nonna Gina io sono una di quelle bambine. Tu forse non c'eri ancora perche' io sono nata ne 1950 ma ti ringrazio ugualmente tanto x tutto l'amore che hai riversato su quei bambini cosi' sfortunati. Io mi ritengo fortunatissima in quanto ho avuto una famiglia adottiva fantastica e tutta una vita non bastera' x ringraziarli. Loro li ho persi parecchi anni fa ed ora subentra la curiosita' di conoscere la mia madre biologica. Io ti ringrazio nonna Gina a nome di tutti quei bambini( inclusa io )x avergli dato tutto l'amore che potevi. GRAZIE.
  • rosy - bellissimo articolo...ho le lacrime agli occhi
  • Francesca Pellegrini - Ciao a tutti, io sono una di quelle bambine che hanno avuto lì la propria dimora ! Finalmente vedo anche altri fratelli di culla,e mi piacerebbe confrontarmi ,in questi anni ho accumulato moltissime info su tutta la storia dell'orfanotrofio e forse potrei essere di aiuto a qualcuno ... Lascio il mio Cell : 3385496829
  • Anna Lucia Basilide - Ciao Nonna Gina! Sono stata nel brefotrofio per circa 7 mesi dalla mia nascita il 30/09/1964. Chissà....forse sono stata anche tra le tue braccia... Mi piacerebbe incontrarti e magari sapere qualcosa di più di me e delle mie origini. Se qualcuno vuole aiutarmi, mi contatti via mail.
  • grazia - chi mi può aiutare ieri sono stata in quel posto per cercare dei documenti riguardanti la nascita di mia madre nata il 21/09/1939 è nata a mola di bari un giorno di processione della festa patronale ed è stata portata in quel istituto ed è stata adottata a corato,ora cerca qualcuno che la può aiutare se qualcuno sa qualcosa di quella bambina ci può contattare al num 3936892225 sicuramente la mamma avrà raccontato a qualcuno l esistenza di questa bambina grazie se ci date ulteriori informazioni
  • Paolina - Salve, vorrei incontrare nonna Gina. Come posso fare?
  • Paolina - Vorrei sapere qualcosa di più di Suor Celeste
  • Leonardo - Non sapevo che l'ex brefotrofio è diventato un ufficio di polizia locale in quel luogo c'è il mio passato da ben 34 anni il mio nome che mi mise il medico della nascita era delini Mirko nato da madre che rinuncia alla maternita'
  • carmela - mi chiamo carmela e mia madre e' stata portata nello stesso istituto il 6 ottobre 1939. Nacque, da un documento risulta il 3 ottobre 1939 ,mentre forse per un errore di documenti proprio il 6 ottobre 1939 a Canosa di Puglia in vico UGO FOSCOLO 8. La levatrice si chiamava Busa Angela sempre di Canosa e diede il nome a mia madre Brunoni Angela. Lei non c'e' piu' da parecchi anni, ma il suo desiderio piu' grande sarebbe stato quello di vederla in viso. Le assomiglio molto, cosi' anche mio figlio e sono alla disperata ricerca delle mie origini perché mi conosco solo per meta'. Se qualcuno sa di questo segreto vi prego di contattarmi a questo numero 3471290790 grazie
  • CARMELA - CIAO A TUTTI, SONO SEMPRE CARMELA ALLA RICERCA DELLE ORIGINI DI MIA MADRE, NATA A CANOSA DI PUGLIA IL 03-10-1939. RINGRAZIO LA REDAZIONE PER TUTTE LE INFORMAZIONI E DEI DIRITTI DI CUI NON ERO A CONOSCENZA, MA L'ISTITUTO EX BREFOTROFIO DI BARI A CUI MIA MADRE FU AFFIDATA SI RIFIUTA DI DARMI QUALSIASI TIPO DI INFORMAZIONI PER IL DIRITTO DELLA PERSONALITA' DI MIA MADRE, IN QUANTO LEI NON E' PIU' IN VITA. E' MAI POSSIBILE CHE , IN QUANTO FIGLIA, NON POSSO ATTINGERE A QUESTE NOTIZIE? AVRO' DEI DIRITTI PER CERCARE I NONNI E GLI EVENTUALI ZII BIOLOGICI? PREMETTO CHE MIA MADRE ALL'ETA' DI 52 ANNI SI AMMALO' DI TUMORE AL CERVELLO, MENTRE PER ME C'E' STATO LO STESSO DESTINO CON UN TUMORE AL SENO. SPESSO I DOTTORI MI CHIEDONO SE ANCHE LE SORELLE DI MIA MADRE HANNO AVUTO LO STESSO PROBLEMA PERCHE' E' IN PARTE EREDITARIO. A QUESTE DOMANDE NON SO COSA RISPONDERE. PER FAVORE AIUTATEMI A CONOSCERE LE MIE ORIGINI... GRAZIE CARMELA
  • Maria Vittoria - Salve forse anch'io sono stata ospite di questa struttura. Ora ho 51 anni e sono nata il 01/11/66 A Trani nella clinica Bassi. Il mio vero cognome è Gregoriani. Non so se sono stata abbandonata, Ma di sicuro sono stata fortunata perché ho avuto due grandissimi genitori. Ora ho 2 figli e vorrei tanto avere notizie sui miei genitori o su mia madre. Chissà se anch'io sono stata cullata da nonna Gina . Se qualcuno può aiutarmi mi contatti per email.grazie
  • Mimmo - Buona sera vorrei se e possibile parlare con una resposabile grazie
  • Carmine Panella - Molto vivo, bello ed altamente opportuno il racconto che definisce molto bene la realtà di 60 anni fa', in questo caso "edificante".
  • Gigi De Santis - Complimenti signora Valeria. Un articolo interessante, storico ed emozionante. Complimenti vivissimi.

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