di Stefania Buono

Lo storico Dopolavoro ferroviario di Bari: «Resistiamo dal 1925»
BARI – E’ una porticina che chissà quante volte ai baresi sarà capitato di intravedere percorrendo il sottovia Quintino Sella, quello che porta dall’estramurale Capruzzi a corso Italia. Si trova proprio accanto all’ex cinema Royal e permette l’accesso a un grande spazio che costeggia i binari dei treni, lì dove ha sede lo storico Dopolavoro ferroviario.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Basta salire una rampa per accedere a una struttura dove sono ubicate sale riunioni e uffici dall’aspetto misto tra l’antico e il moderno, con tante fotografie appese che mostrano la Bari del secolo scorso (vedi foto galleria). Poi basta affacciarsi ad una finestra per scorgere le rotaie dove ancora oggi passano i treni in partenza o in arrivo alla stazione centrale di Bari e poi binari chiusi, vecchi capannoni ed edifici appartenenti alle Ferrovie dello Stato.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
E’ qui che da quasi 90 anni i ferrovieri e le loro famiglie vengono a trascorrere il loro tempo libero tra lettura di libri, partite di scacchi, bocce, attività sportive e giornate dedicate ai bambini.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il Dopolavoro venne infatti istituito nel lontano 1925 come struttura interna delle Ferrovie dello Stato: nasce quindi negli anni del fascismo. «E non a caso - sottolinea Domenico Caramia, attuale segretario dell’Adf  (Associazione dopolavoro ferroviario) -. Quello era un periodo in cui era difficile poter dedicare del tempo a sè stessi, ci si divideva tra casa e lavoro e non c’erano gli svaghi a cui siamo abituati oggi. Per questo venne creato un luogo dove poter trascorrere le ore libere dal servizio, senza troppo allontanarsi dal posto di lavoro».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

L’organizzazione del dopolavoro ferroviario si sviluppò fin da subito e nel 1935, a dieci anni dalla sua nascita, contava già 273 sedi in tutta Italia e 135mila soci che, con le loro quote, contribuirono a sostenerne le molteplici attività. Queste ultime erano di vario tipo, da eventi di assistenza sociale alle famiglie («ad esempio il giorno dell’Epifania venivano distribuite le calze ai figli dei dipendenti», ci spiega il signor Domenico) alla gestione di attività sportive.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


«All’interno della struttura del dopolavoro barese ad esempio si praticavano gli scacchi e le bocce – sottolinea Caramia - . Per quest’ultima attività avevamo un campo dove poter giocare». Inoltre, nuclei di dopolavoristi in Italia iniziarono a dedicarsi all’allevamento di animali da cortile e alla coltivazione dei terreni e delle strutture adiacenti alle stazioni ferroviarie, che vennero abbellite grazie alla cura delle aiuole e dell’arredamento.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Questo però fino a che il dopolavoro è rimasto parte delle Ferrovie dello Stato. Dagli anni 90 infatti, da quando c’è stata la parziale privatizzazione di enti pubblici come Enel, Sip e appunto Ferrovie, c’è stata la scissione tra enti e dopolavoro. Questo ha comportato un ridimensionamento delle attività e molte realtà non sono riuscite a sopravvivere. Nel 1995 il Dopolavoro ferroviario di Bari è infatti diventato “Associazione dopolavoro ferroviario” , riuscendo a “resistere” negli anni, nonostante la chiusura di alcune strutture come ad esempio il succitato campo di bocce, sport che però i ferrovieri continuano a praticare, anche se in altre sedi.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Questo perché l’Adf - spiega il responsabile Domenico Torres – è riuscita a trovare una sua autonomia di carattere finanziario una volta distaccatasi dalle Ferrovie. Molte altre associazioni invece non sono purtroppo riuscite a sopravvivere da sole. Noi siamo presenti ancora in 111 sedi in tutta Italia: siamo di fatto riusciti a mantenere il collegamento tra la realtà del lavoro e quella del dopolavoro, grazie all’ostinazione degli uomini che la compongono».

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