Da faccia a pesce, da falso a basta: ecco perché in Tunisia si usano delle parole italiane
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venerdì 20 febbraio 2026
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di Aya Aouichaoui
Ma come mai? Parliamo infatti di un Paese nordafricano di lingua araba, che subì sì il colonialismo occidentale, ma solo quello francese.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
La risposta sta nella vicinanza della Tunisia all’Italia, anzi alla Sicilia, separate da soli 150 km di mare (che diventano 70 se la misura la si prende da Pantelleria).Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Proprio le poche miglia di navigazione fecero sì che alla fine dell’800 molti italiani si stabilirono nel Maghreb in cerca di occupazione, formando la più grande comunità europea in Africa.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
E naturalmente, lavorando a stretto contatto con la popolazione locale, gli italiani influenzarono anche il parlato dei tunisini, introducendo nel loro gergo una serie di termini della lingua del Bel paese. Parole che ancora oggi vengono ampiamente utilizzate.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Abbiamo approfondito l’argomento con la 66enne Sadika Keskes, docente universitaria tunisina cresciuta tra l’altro in una famiglia che per lavoro fu a stretto contatto con la comunità italiana.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Come mai in Tunisia si parla “italiano”?
Nell’Ottocento migliaia di italiani provenienti soprattutto dalla Sicilia si stabilirono in Tunisia in cerca di lavoro. Per molto tempo la migrazione tra le due sponde del Mediterraneo fu inversa rispetto a quella che conosciamo oggi. Dopo l’Unità d’Italia la situazione economica nel Bel paese, soprattutto al Sud, era infatti diventata sempre più difficile: crisi agricole, disoccupazione diffusa e povertà rurale. Tra il 1876 e il 1915 oltre 14 milioni di italiani emigrarono nel mondo. In questo contesto, la Tunisia rappresentò una destinazione vicina e accessibile, molto meno costosa rispetto all’America. Dalla Sicilia bastavano infatti poche ore di navigazione per raggiungere le coste tunisine.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
E in Tunisia c’era lavoro?
Sì. In quel periodo la Tunisia divenne un protettorato francese e Parigi cominciò a sfruttare il territorio soprattutto per l’esportazione. Nacquero fabbriche e furono create infrastrutture. E naturalmente aumentò la richiesta di lavoratori. Nei porti di Tunisi e La Goletta servivano marinai e scaricatori, nei cantieri muratori e carpentieri, sulle nuove linee ferroviarie operai specializzati, nelle città in espansione panifici, caffetterie e officine. Gli italiani arrivarono quindi qui per dare una mano, insediandosi nei quartieri popolari e creando delle vere e proprie “little Italy”.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Emblematico fu il caso della città La Goletta, che ha un quartiere ancora oggi chiamato “La Piccola Sicilia”.
Sì, tanti italiani si stabilirono in questa cittadina costiera (nella foto): situata all’ingresso del porto di Tunisi, rappresentava il primo approdo naturale per chi arrivava dalla Sicilia. Famiglie intere si insediarono qui, trasformando una migrazione inizialmente legata al lavoro in una vera e propria comunità. Pensate che la grande attrice Claudia Cardinale nacque proprio a La Goletta: nipote di emigranti siciliani.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
E gli italiani portarono così anche la loro lingua…
Gli italiani lavoravano fianco a fianco con i tunisini. Ed è in questi spazi condivisi, ma anche nei mercati, nelle scuole comunitarie o attraverso i matrimoni misti che le lingue si incontrarono. Non si trattò di un processo consapevole, ma del risultato di una convivenza quotidiana e continua. Mio padre ad esempio, lavorando con gli italiani nella produzione di mobili, usava termini italiani sul posto di lavoro che poi entravano anche nel linguaggio di casa. Col tempo, alcune parole si sono adattate alla pronuncia locale, altre sono rimaste quasi identiche.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Facciamo qualche esempio.
Bisogna sottolineare che non si tratta di prestiti isolati, ma di un lessico ampio e stratificato. Ad esempio abbiamo termini come “avanti”, “d’accordo”, “falso”, “figura”, “faccia”, “razza”, “basta”, “carro”, “piano”, “bravo”, “fortuna”, “fabbrica”, “miseria”, “pesce”, "triglia". Tutti usati dai tunisini nella vita quotidiana. Altre parole , pur restando facilmente riconoscibili come italiane, hanno subito lievi adattamenti per conformarsi al sistema fonologico dell’arabo tunisino.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Tipo quali?
È il caso di “cucina”, che è diventata “gucina/cugina”, oppure di “vecchia” che viene pronunciata “fecchia” con la sostituzione della consonante iniziale. Allo stesso modo l’espressione “roba vecchia” è stata rielaborata come “roba fecchia”. Anche termini come “posta” e “busta” circolano nel parlato quotidiano con minime variazioni formali.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
È vero che nel 900 alcune parole italiane si sono radicate nel linguaggio tunisino grazie anche alla televisione?
Certo. Rai 1 era uno dei canali più seguiti in Tunisia negli anni 60 e 70. Era normale guardarlo ogni giorno. Dopo la scuola, molti bambini rientravano a casa e accendevano la televisione su un canale interamente in italiano. Un’esposizione costante che contribuì a far familiarizzare intere generazioni con la lingua italiana.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Come vengono percepite oggi le parole italiane in Tunisia?
Vengono considerate parte integrante del parlare quotidiano. È questa normalizzazione che ha permesso di renderle durature: non parole “importate”, ma parole vissute. Non ci si chiede se siano parole arabe o italiane: sono semplicemente le parole giuste per dire una cosa.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Foto di copertina presa dalla pagina facebook “Piccola Sicilia: Mémoire de La Goulette”. Collection: Mohamed Hamdane
Nel video (di Ibticem Kharrez Dhhibi e Aya Aoiuchaoui) la nostra passeggiata per Tunisi alla ricerca della parole italiane:
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