GIOVINAZZO – Ha 26 anni, è nato a Terlizzi e ha ambientato il suo film in un luogo particolare del Barese: il borgo “Sette Torri” di Giovinazzo. Lui è Andrea Defronzo, il giovane regista che a settembre ha vinto il “Bookciak, Azione! 2026” alla Mostra del cinema di Venezia: un premio riservato a cortometraggi realizzati da registi under 40.
Defronzo ha conquistato la giuria con il suo “Gli altri nomi del nostro addio”, film che parla dell’immigrazione italiana negli anni 50 e che è stato girato nel Sette Torri, particolare luogo di cui vi avevamo parlato qualche anno fa.
Si tratta di un silenzioso borgo situato nelle campagne tra Giovinazzo e Terlizzi le cui origini affondano nell’800. Percorso da un’unica strada e circondato da una distesa di ulivi, conta ville d’epoca, masserie e una chiesetta del 1903.
È qui che abbiamo incontrato Andrea per parlarci del suo film e della vittoria a Venezia.
Allora Andrea parlaci del premio vinto.
Ho saputo di aver vinto due settimane prima: mi è arrivata prima una mail e poi la telefonata di Gabriella Gallozzi, ideatrice del premio. Non volevo crederci, non ho fatto altro che ringraziarla. Poi l’11 settembre è stato proiettato il corto a Venezia, mentre il giorno dopo c’è stata la premiazione vera e propria. Tuttora non ho ancora elaborato davvero le emozioni, anche perché da allora non mi sono fermato un attimo tra interviste, podcast e altre proiezioni.
Hai trionfato con il tuo “Gli altri nomi del nostro addio”: il tuo quarto cortometraggio. Illustraci il tuo percorso.
Dopo essermi diplomato a Lecce all’Apulia Digital ITS Academy, ho iniziato a lavorare per una casa di produzione e poi mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti. Da quel momento ho realizzato quattro cortometraggi, tra cui “Foodage”, vincitore del “Food and Future contest” di New York. Nel maggio scorso ho deciso di partecipare al concorso “Bookciak, Azione! 2026” di Venezia, che aveva come tema lo scambio tra generazioni. Avrei dovuto unire memoria, letteratura e cinema. Ho così pensato di raccontare a una storia italiana del secondo Dopoguerra: quella dell’emigrazione.
In che modo hai unito la letteratura al cinema?
Per il mio lavoro mi sono ispirato al romanzo “Il sapore di armellina” di Oriano Campini, dove si racconta di due bambini la cui amicizia viene improvvisamente spezzata dalla partenza di uno dei due. Ma se nel libro il protagonista è il piccolo Davide, che vede di colpo andare via la sua migliore amica Rita, io ho voluto dare spazio soprattutto ai pensieri della bimba.
Andrea Defronzo, il regista premiato a Venezia con un corto girato nel borgo Sette Torri di Giovinazzo
Come?
Nel corto si sente solo la sua voce: è diventata donna e a distanza di tanti anni ripensa al momento in cui salutò per sempre l’amico Davide. Quest’ultimo (interpretato dal piccolo Michele Chiechi), è ripreso mentre corre per un vicolo del borgo Sette Torri mentre cerca di raggiungere la sua amica che si fa sempre più lontana. E qui Rita si rende conto che nella sua memoria il bambino non è mai cresciuto: è rimasto esattamente così com’era il giorno dell’addio. Perciò lei si chiede a distanza di tempo cosa avrebbe fatto se lui fosse riuscito a raggiungerla.
Hai infatti girato il corto nel borgo Sette Torri. Da dove nasce questa scelta?
Quando lavoravo come guardia campestre capitai in questo luogo e fu amore a prima vista: cominciai a frequentarlo per passare del tempo con me stesso, leggere e pensare. Perciò quando ho dovuto scegliere il set dove ambientare il film ho capito subito che sarei dovuto venire qui: in un posto che non avendo bisogno di modifiche era perfetto per rappresentare l’Italia rurale di un tempo.
Come sono andate le riprese?
Abbiamo girato in mezza giornata e Michele ha corso talmente veloce che alcune scene le abbiamo persino rallentate. Per il suo look mi sono ispirato alle foto fornitemi dall’Archivio audiovisivo del Movimento operaio e democratico: ritraevano i bambini negli anni 50/60 in grembiule, fiocco bianco al collo, calzettoni e taglio a caschetto. Gli abitanti del borgo erano inizialmente un po’ restii alle riprese, ma poi hanno collaborato spostando ad esempio i bidoni dell’immondizia dinanzi alle loro case.
Il corto è stato autoprodotto?
Sì, senza sponsor, finanziamenti e una casa di produzione alle spalle. È stato un lavoro d’artigianato: non abbiamo mai ricorso all’intelligenza artificiale ma solo montato e rimontato, affinché i video girati da noi dialogassero con il materiale fornitoci dall’Archivio predetto.
A Venezia sei andato da solo?
No, erano con me Michele Chiechi, suo padre Nicola che si è occupato della fotografia nel film, Rossella Deliso (aiuto regia), Francesca Borreggine (montaggio, color e suono) e Carolina Sisto (la voce di Rita). Ad assistere alla prima c’era anche Oriano Campini, il quale è si è commosso durante la visione il corto. È stato bello condividere questa esperienza unica con tutta la mia squadra.
Qui è possibile vedere il cortometraggio “Gli altri nomi del nostro addio” di Andrea Defronzo: https://vimeo.com/1209433642
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