di Marianna Colasanto

Musica, "teranga" e commercio ambulante: alla scoperta della comunità senegalese di Bari
BARI - Hanno la musica nel sangue, una statura più elevata del comune e si fanno in quattro per spedire denaro alle famiglie rimaste nel Paese d'origine. É questa la fotografia della comunità senegalese di Puglia: 17mila persone sparse in tutta la regione, perlopiù dedite al commercio ambulante e tutte accomunate da un'attitudine all'ospitalità chiamata "teranga". (Vedi foto galleria)

Si tratta in gran parte di giovani di sesso maschile, con un’età che va dai 20 ai 30 anni. Del resto il Senegal dista quattromila chilometri dall’Italia: donne, bambini e anziani, considerati più deboli, preferiscono restare in Patria e rinunciare al lungo viaggio che li porterebbe dal piccolo stato dell’Africa occidentale all’Europa.

Nel barese molto di loro abitano in cittadine come Adelfia, Modugno, Acquaviva delle Fonti e Toritto, mentre nel capoluogo sono concentrati più che altro nel multietnico e “problematico” quartiere Libertà. Ma la convivenza non è sempre facile.

«A frenare l’adattamento dei nostri connazionali alla realtà pugliese c’è innanzitutto la lingua - ci spiega il 26enne Alioune Badara Ndong, detto “Ali”, che dopo aver frequentato l’università di Dakar, capitale del Senegal, sta proseguendo gli studi a Bari  -. Parlano quasi tutti francese e wolof, l’idioma del gruppo etnico più diffuso nel Paese natale e imparare l’italiano non è semplice».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ali è nella nostra redazione assieme al suo amico 28enne Ama, diminutivo di Amadou Alassane Thiongane, altro “privilegiato” che grazie a una borsa di studio sta proseguendo la sua carriera accademica nel capoluogo pugliese. «Siamo qui perché da noi non c’è lavoro – prosegue il ragazzo -. La metà dei ragazzi in patria si forma nelle scuole coraniche e se vuole un titolo di studio superiore deve per forza emigrare o rimanere a casa, cercando di sopravvivere di agricoltura o pastorizia».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

E così per chi giunge in Puglia senza un minimo di istruzione, spesso dopo una pericolosa traversata del Mediterraneo, non resta che arrangiarsi. «Molti si appoggiano a dei conoscenti già approdati in Italia - spiega il 57enne Massimo Navach, console onorario del Senegal in Puglia - o sulla Mourid, la loro principale confraternita musulmana che attraverso delle piccole comunità cittadine dette “dahire” aiuta i nuovi arrivati».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«D’altronde lavorare sodo e mandare soldi alle famiglie in Africa è un’ossessione – continua il console -. Si adattano a svolgere qualsiasi mansione: muratori, badanti e soprattutto venditori ambulanti, pur di guadagnare denaro in maniera onesta».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


E a distinguerli dagli altri africani c’è un dettaglio curioso: la statura. «Sono generalmente più alti e dai lineamenti più “delicati” - sottolinea Navach -, soprattutto se paragonati ad altre etnie sparse per Bari».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Tra tanti ostacoli i senegalesi hanno però dalla loro parte quella che chiamano “teranga”. «È una parola che significa “ospitalità” – evidenzia Ali -, una caratteristica che ci rende cordiali e aperti a culture “esterne”, come i baresi».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Un’allegria che si rispecchia nelle celebrazioni tradizionali, come nel caso della festa dell’indipendenza dalla Francia che dal 1960 si tiene ogni 4 aprile. L’ultima a Bari si è svolta all’Officina degli esordi, contenitore culturale di via Crispi, nel rione Libertà.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

A farla da padrone in questi casi è l’amore per la musica e ovviamente il genere mbalax, conosciuto in tutto il mondo grazie al famoso cantante Youssou N'Dour. «Abbiamo il ritmo nel sangue – afferma sicuro l’artista 58enne Ibou Mboye, nato a Dakar ma “barese” da ben 33 anni, protagonista dell’ultima celebrazione -. Di solito nelle esibizioni indosso abiti sgargianti tipici del griot, cantastorie tradizionale che un tempo allietava con i suoi racconti i sovrani del Senegal».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Tra i nostri strumenti tipici c’è il sabar – incalza il musicista -, tamburo con tiranti in legno e una superficie di pelle di capra, sulla quale si possono utilizzare sia le mani sia le bacchette. Senza dimenticare lo djambè, che invece è dotato di tiranti in corda e il tama, posizionato sotto le ascelle e capace di produrre suoni che ricordano vagamente la voce umana».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il tutto accompagnato da piatti gustosi come il “maffé”, una specie di stufato di carne accompagnato da riso e salsa di arachidi e il “thiéboudienne”, a base di verdure stufate, riso e pesce.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Più raccolta è l’atmosfera dell’altra ricorrenza principale, il Magal Touba, con cui si ricorda lo sceicco Ahmadou Bamba, fondatore della corrente dei Mourid. I senegalesi sono infatti per la maggior parte musulmani: altro elemento che li differenzia da etiopi, nigeriani e mauriziani “baresi”.

«In Patria si usa fare un pellegrinaggio a Touba – precisa Ali – la seconda città santa dell’islam dopo La Mecca. Noi l’anno scorso ci siamo accontentati di riunirci in una sala affittata per l’occasione ad Acquaviva delle Fonti. Non è un momento per ballare ma per pregare e leggere il Corano tutti assieme. I presenti indossano abiti sobri e si siedono su dei tappeti a piedi nudi. Siamo lontanissimi dalle nostre famiglie, ma riunendoci e intonando cori sacri ci sentiamo praticamente a casa».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica)

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Marianna Colasanto
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  • Fiorella - Conoscere tradizioni e abitudini di altri popoli per avvicinare culture diverse. Questo articolo mi fa riflettere su quanto lavoro bisogna fare per convivere veramente in una città che si definisce accogliente. Conviviamo superficialmente e basta poco per dare corpo a falsi pregiudizi. Grazie

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