Dimora nobiliare e secolare centro di potere: è il sontuoso Palazzo Marchesale Miani di Polignano

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Dimora nobiliare e secolare centro di potere: è il sontuoso Palazzo Marchesale Miani di Polignano
Foto di Rafael La Perna
POLIGNANO A MARE – Il suo massiccio prospetto con ampi finestroni e raffinati decori dà il benvenuto a chiunque acceda al centro storico di Polignano a Mare. È così che appare ai passanti il sontuoso Palazzo Marchesale Miani, secolare dimora nobiliare situata all’ingresso del pittoresco paese in provincia di Bari.

Ma se gli esterni dell’edificio sono conosciuti da tutti, non si può dire lo stesso degli imponenti scaloni, dei saloni affrescati e degli arredi di pregio che arricchiscono le sue stanze. Di recente però, grazie al Fai sud-est barese e al proprietario Giuseppe Valentini Miani, il portone del palazzo è stato finalmente aperto, dando la possibilità ai visitatori di svelarne le raffinate bellezze.
 

La storia

 


Eccoci quindi in piazza Garibaldi davanti all’Arco Marchesale, che permette l’accesso alla parte antica di Polignano. L’arco un tempo faceva parte del Palazzo Miani assieme alla chiesa di San Giuseppe, situata al di sopra del varco. Quest’ultima, riconoscibile da un campanile, fu unita all’edificio nobiliare fino al 1583, anno in cui venne donata all’omonima confraternita.

Accanto all’arco si allunga, per oltre 60 metri, il prospetto laterale del palazzo marchesale. Si innalza su tre livelli. I due superiori sono scanditi da simmetrici finestroni, interrotti da un loggiato con doppia bifora ad archetti pensili. Il piano terra, occupato da attività commerciali, si mostra invece con andamento a scarpa e strette fessure nelle pareti: si tratta infatti dell’antica muraglia dell’abitato.

Lo stabile, usato nel tempo sia come residenza che come centro amministrativo, ha subito vari ampliamenti realizzati dai tanti feudatari che hanno retto Polignano.

La struttura più antica risale al XV secolo e fu posseduta dagli Orsini del Balzo, dagli Acquaviva d’Aragona e infine dai Toraldo. Nel 1604 giunsero poi a Polignano i marchesi dalmati Rodolovich, che unirono l’edificio a un immobile innalzato sulle mura della città formando una grande L, ancora oggi visibile.

Agli inizi del 700 il feudo di Polignano andò ai Leto e nel 1795 ai La Greca. Il 26 marzo 1843 Rufina Volpe Rinaldi, vedova di Michele La Greca, si risposò con Nicola Miani portando in dote il palazzo e altri beni sparsi sul territorio (tra cui la fiabesca Grotta Palazzese).
 

La facciata

 


Superiamo l’Arco Marchesale per giungere nella piazzetta Fulvia Miani Perotti, lì dove svetta la facciata principale del palazzo che appare divisa in due parti dai diversi stili architettonici. Quella di destra (neorinascimentale) rappresentava la residenza, quella di sinistra (neogotica di ispirazione veneziana) la sede governativa: ospitò infatti dal XIV secolo il Sedile, il Parlamento cittadino.

La prima, più sfarzosa, mostra al piano terra delle ampie arcate che ospitano negozi. Al piano superiore spiccano invece porte finestre (alcune con balcone balaustrato), ornate da capitelli fogliacei e lunettoni sovrastanti. Sono anche scandite da lesene corinzie che “reggono” un cornicione con una fitta serie di mensolette a volute.

La seconda parte della facciata vede il piano terra segnato da un arco a sesto acuto. Qui è visibile il foro della gogna dove i condannati venivano esposti alla pubblica derisione. Sul locale adiacente vi è anche un’edicola votiva raffigurante la Pietà. Il primo piano è contraddistinto da una trifora (in parte murata) con verdi persiane: è sovrastata da una cornice marcapiano ad archetti intrecciati.

«L’attuale aspetto del palazzo è frutto del restauro fatto, tra il 1861 e il 1880, dall’architetto conversanese Sante Simone – ci spiegano le guide del Fai, mostrandoci il progetto -. L’ultimo livello doveva avere una loggia colonnata che non fu più realizzata».

Un arco con decorazioni geometriche e vegetali, poggiante su paraste con capitelli fogliacei, include il portone ligneo e una raggiera in metallo. Portale che è introdotto da due caratteristici lampioni in ferro.
 

Gli interni

 


Varcato l’ingresso e superato un androne con unghiature laterali, approdiamo nella corte interna. Qui facciamo la conoscenza del proprietario Giuseppe Valentini Miani: è lui a parlarci dello scenografico scalone che ruba la scena nella corte.

«Fu ideato nel ‘700 probabilmente dall'architetto polignanese Giuseppe Colella che ne realizzò uno simile all’Abbazia di San Vito – precisa il padrone di casa -. Le arcate sovrapposte si ispirano ai modelli napoletani di Sanfelice e Vanvitelli».

Saliamo dunque i gradini in ardesia dello scalone per incrociare sui pianerottoli una toccante raffigurazione della Pietà del 1733 e lucide statue di ispirazione classica. «Fanno parte della collezione d’arte di famiglia - precisa Miani -. Furono acquisite in importanti aste assieme alle seicentesche tele napoletane di ispirazione caravaggesca presenti nei saloni».

Varchiamo ora la porta di accesso al piano nobile e ci ritroviamo in un’ampia sala arredata da tele di scene di battaglia e lignee cassapanche del ‘700. Su queste ultime è riprodotto lo stemma dei Miani: una spiga di miglio d’oro e delle bande rosso e argento.

Visitiamo le altre eleganti sale della dimora, divise da porte in legno con tende floreali. La “sala delle prospettive” prende il nome dall’affresco che ne decora la volta, realizzato dal pittore siciliano Alfio Tomaselli.

Qui cornici vegetali e stelle dorate circondano una svestita figura femminile con ai lati quattro ovali raffiguranti le proprietà dei Miani: Lama Monachile, Costa Ripagnola e Grotta Palazzese. Sulle pareti notiamo anche il ritratto della scrittrice Fulvia Miani, madre del giornalista barese Armando Perotti.

Proseguiamo nella sontuosa sala da pranzo arredata con un grande tavolo, consolle dorate e divanetti. Alzando lo sguardo, oltre il bronzeo lampadario, ammiriamo la volta dipinta, purtroppo malamente restaurata negli anni ’90 del secolo scorso. La celestiale scena mostra una donna, adornata con manto e ghirlanda, affiancata da putti intenti a danzare e suonare.
 
Sulle pareti scorgiamo invece un dipinto di Apollo e una tela del manierista Federico Sustris che riproduce l’allegoria del matrimonio, dove un angelo bagna le mani degli sposi in segno di unione.

Il raffinato salone adiacente, tra divani e un antico pianoforte, conserva lo splendido soffitto a cassettoni decorato dai pittori veneti Alvese tra il 1730 e il 1750. Presenta motivi floreali e lo stemma dei Leto: una colomba con il ramoscello di ulivo. Sulle pareti notiamo poi dei dipinti barocchi ispirati alla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso.

Superata la biblioteca, approdiamo infine nello studio, impreziosito da un alto soffitto ligneo con motivi floreali e fitoformi. Su un lato si apre una alcova più bassa, un tempo camera da letto. Anche qui è presente un soffitto ligneo riccamente decorato al cui centro spicca lo stemma dei Leto, dove la colomba vista in precedenza poggia però sulle tre cime di un monte.

L’emblema di Polignano a Mare è l’evoluzione di quello dei Leto, con un falchetto (u castaridd) che prende il posto della colomba. Segno del forte legame tra il paese affacciato sull’Adriatico e questa antica dimora nobiliare, centro di potere sopravvissuto nei secoli.
 
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