BARI – Un vero e proprio “libro in pietra” della storia architettonica di Bari. È il modo più giusto per definire
Palazzo Zizzi, antico edificio che svetta su strada Palazzo di città, nel centro storico del capoluogo pugliese. Un immobile che a differenza degli
altri palazzi nobiliari che sorgono su quella via ha mantenuto quasi inalterato il suo originario aspetto.
Parliamo di una struttura le cui origini risalgono al
XI-XII secolo e che venne ampliata nel XVI secolo. Oggi sia gli elementi medievali che quelli rinascimentali sono ben visibili, conservatisi perfettamente nonostante il lungo tempo trascorso.
Dopo essere rimasto
disabitato per circa 30 anni il vasto immobile di oltre 600 metri quadri è in vendita. Grazie al permesso della società proprietaria e accompagnati da Anna Cipriani, dell’agenzia immobiliare “Engel &Volkers” di Bari, siamo riusciti a visitare in esclusiva i suoi interni totalmente sconosciuti agli stessi baresi.
Palazzo Zizzi si trova al civico 29 di
strada Palazzo di Città, dove si erge con la sua bianca facciata in blocchetti calcarei.
Si innalza su quattro livelli. Al piano terra si aprono vari locali, un tempo adibiti a
botteghe, dove scorgiamo delle antiche monofore murate. Un ammezzato lascia spazio a finestroni rinascimentali, sulle cui cornici si intravedono le originali aperture arcuate.
Al secondo livello si aprono invece sei porte-finestre medievali, alla cui base vi sono ancora le
mensole di sostegno di un balconcino ligneo non più presente. Altre quattro monofore concludono in alto il prospetto, un tempo a spioventi, a livello del terrazzo.
A prendersi la scena è però il raffinato portale cinquecentesco in legno. Due colonne scanalate, poggianti su basi con teste leonine, chiudono l’ampio fornice centinato, con volto femminile in chiave. Ai lati vi sono invece
due fini clipei raffiguranti Apollo e Minerva.
L’architrave reca la
frase latina Post tenebras spero lucem (Dopo le tenebre spero nella luce), che nasconde una storia particolare.
La storia
A inserirla fu
Onorato Zizzi, medico di Minervino Murge che alla metà del 500 ottenne dalla duchessa Bona Sforza una casa medievale diruta che fece riadattare a “casa palaziata” dal mastro altamurano Pietro Paolo Mangiatordi. Realizzò così Palazzo Zizzi.
Prima che i lavori finissero Onorato venne però imprigionato per cause non chiare.
Dal carcere chiese di far scolpire sul suo palazzo il motto latino, sperando nella “luce” della giustizia. E il desiderio si avverò: fu dichiarato innocente e liberato.
La frase è rimasta sempre lì, anche quando la residenza passò nel Seicento ai nobili
Ramirez e nel Settecento ai
Maffia (o Maffei).
Nella prima metà del ‘900 il palazzo venne poi frazionato e abitato da numerose famiglie, sino al momento in cui venne acquistato dal professor
Emilio Putti che, tra il 1967 e il 1974, operò un doveroso restauro. Con lavori diretti dall’architetto
Umberto Kühtz furono così rimosse delle strutture posticce e rifatti soffitti lignei, varchi ed infissi.
Negli anni’90 la maggior parte dello stabile fu acquisito dagli attuali proprietari che lo lasciarono però inutilizzato. Oggi dopo essere stato disabitato per 30 anni l’immobile
è in vendita. «È un luogo in cui la storia spera da tempo di tornare alla luce – ci dice Anna ricalcando la frase latina –. Abbiamo già ricevuto alcune manifestazioni d’interesse: il palazzo ha potenzialità di valorizzazione anche in ambito ricettivo, previo verifiche tecniche e autorizzazioni».
Gli interni
Varchiamo ora la soglia per ritrovarci in un ampio androne con pavimento in chianche e v
olta unghiata cinquecentesca, al cui centro notiamo uno stemma di un leone rampante accanto a un albero (possibile blasone dei Ramirez). Stesso fiero animale che troviamo scolpito, intento a reggere uno scudo abraso, ai piedi dello
scalone in pietra alla cui base scorgiamo anche un antico pozzo.
Superiamo un arco modanato alla nostra destra e raggiungiamo
il primo piano. Una porta in vetro e metallo ci conduce nei secolari alti saloni con scuri soffitti lignei, poggianti ancora sulle medievali
mensolette medievali, separati da massicce arcate. Nonostante siano disabitati da tempo, gli ambienti sono in discreto stato di conservazione, mostrando ancora il loro fascino.
Ammiriamo le originali pareti in pietra di epoca medievale, con inserti fatti durante i restauri, dove sono stati riaperti anche gli originali
varchi arcuati, murati in epoche passate.
Sui muri i nostri occhi vengono attratti da lunghe fasce perimetrali racchiuse in cornici ocra e rossastre, con elaborati affreschi settecenteschi di ispirazione classica.
Riproducono scene di un tiaso marino: corteo mitologico della tradizione romana composto da tritoni, naiadi, ittiocentauri, amorini e mostri acquatici.
Creature che ritroviamo nella stanza adiacente insieme con vedute collinari e marittime ed elaborate raffigurazioni di girali d’acanto.
Alcuni affreschi, con rossi vasi e volute ocra, fuoriescono dai posticci intonaci grigiastri, altri ancora sono coperti da teloni per preservali.
Ci spostiamo in un vano a sinistra dove un’ampia arcata, che ha tagliato le precedenti monofore medievali, ospita un possente camino ornato con antichi resti lapidei.
In un’altra stanza notiamo invece una bassa alcova, introdotta da due cippi in pietra: si tratta di una graziosa cappella con tanto di altarino. Il soffitto, seppur rovinato, mostra diversi strati di dipinti murali. Riusciamo a distinguere decorazioni vegetali su sfondo celeste nel sottarco e, all’interno della volta, cornici geometriche e dei putti che “sorreggono” una figura angelica: forse la Vergine, adornata da un vaporoso manto.
Usciamo su una loggetta, chiusa da una struttura in vetro e metallo: “ingabbia” una doppia arcata su colonnine e una fine balaustra cinquecentesca.
Un alto vano scala, introdotto da un finestrone con un rinascimentale lunettone murato, ci conduce al secondo piano. Accediamo a un vasto ambiente dominato al centro da un massiccio camino e da un pavimento in cotto con inserti in maioliche.
Qui una porticina ci svela una buia e stretta scaletta con alti gradini in pietra viva. Un’altra invece la scoviamo oltre una suggestiva bifora. Notiamo poi persino una botola, in un angolo del pavimento, che conduce a un piccolo deposito. Ci sembra davvero di trovarci in un castello con labirintici corridoi e angusti passaggi segreti.
Ci spostiamo ora in una veranda a ferro di cavallo dove è affisso un bassorilievo di un santo martire (
forse San Pietro) con un’acquasantiera ai piedi.
Tramite un’altra rampa di scale usciamo sulla vasta terrazza dove vi è un ulteriore locale, dotato anch’esso di strette monofore. E salendo sul tetto del vano possiamo godere di una vista unica di
Bari Vecchia e del mare Adriatico: qui, in cima a palazzo Zizzi, immutato testimone secolare della storia e dell’architettura della città.