Le antiche torri di Bitonto: massicce sentinelle che raccontano la storia difensiva della città

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Le antiche torri di Bitonto: massicce sentinelle che raccontano la storia difensiva della città
Foto di Rafael La Perna
BITONTO – Antichi e massici edifici serviti nei secoli soprattutto come avamposti militari che raccontano la storia del territorio barese. Sono le torri di Bitonto: fabbricati in pietra che punteggiano la campagna del grosso paese in provincia di Bari.

Così come nell’agro di Bisceglie, anche qui tra l’XI e il XV secolo sono sorte costruzioni a scopo difensivo i cui resti sono visibili ancora oggi. Tra i numerosi fabbricati di questo genere sparsi nel contado bitontino, alcuni rivestono una particolare rilevanza: parliamo di Torre dello Sproposito, Torre d’Agera e Torre Pietra Grossa. A dispetto del nome, non sono costruzioni che si sviluppano molto in altezza, ma i loro muri robusti, gli ampi spazi interni e la loro collocazione geografica le hanno rese nel corso del tempo punti strategici per la protezione della città.   

I tre edifici infatti si trovano tutti nella parte di campagna bitontina compresa tra il centro urbano e la costa adriatica di Giovinazzo. La loro funzione primaria era dunque quella di avvertire la popolazione in caso di pericolo proveniente dal mare. Per farlo si adottava un sistema di segnalazioni tra le varie torri, con cui i soldati di guardia facevano giungere l’allarme da un posto di vedetta all’altro, fino ai margini dell’abitato.

Ma non solo. Trovandosi immersi delle campagne, dotati di estesi ambienti al loro interno e di larghe cisterne per la raccolta dell’acqua, i fabbricati funsero anche da depositi di attrezzi agricoli e punti di approvvigionamento idrico per le attività rurali.

Di tutte queste potenzialità si rese conto l’esercito spagnolo che il 25 maggio 1734, alle porte di Bitonto, sfidò in battaglia gli austriaci, che all’epoca controllavano la città. In vista del combattimento, il generale iberico Montemar fece accampare parte delle sue armate proprio nelle torri per controllare il territorio circostante e avere sempre a disposizione grandi riserve d’acqua.

Quello scontro si rivelò decisivo per le sorti di Bitonto e dell’intero Sud Italia, perché vide gli spagnoli prevalere e segnare un punto decisivo nella riconquista del Meridione.

Siamo andati quindi a visitare le torri accompagnati dall’esperto di storia locale Pasquale Fallacara.
 

Torre dello Sproposito

 

Il nostro itinerario parte all’inizio della strada provinciale 88 che collega Bitonto a Giovinazzo. Dopo poche centinaia di metri, sulla sinistra, notiamo una costruzione rettangolare in pietra completamente ristrutturata oggi destinata a sala ricevimenti. L’aspetto severo dell’ampia facciata, dotata solo di una porta in ferro e di tre finestre chiuse da ringhiere, ne suggerisce però un passato molto più austero.

Si tratta infatti di Torre dello Sproposito. Fu realizzata nell’XI secolo, in epoca normanna, come torre di vedetta. «Nonostante sia piuttosto bassa, a un solo piano – spiega Fallacara –, dalla sommità si poteva restare in contatto visivo con le altre strutture del sistema difensivo utilizzando segnali di fumo di giorno e fuochi di notte. Così i soldati situati sulle varie torri sparse nelle campagne potevano avvertire la popolazione cittadina dell’imminente pericolo (come un attacco dal mare)».
«La Torre dello Sproposito – afferma la nostra guida – era tra l’altro la più vicina al luogo dove avvenne il combattimento del 25 maggio 1734 che si tenne nell’area su cui oggi sorge la piazza con la basilica dei Santi Medici, a circa 400 metri da qui».

Ma da che cosa deriva il curioso nome del fabbricato? «A una leggenda – risponde l’esperto –. Si narra che un bitontino molto malato fece una sorta di patto col diavolo sperando di guarire. Il maligno tuttavia con l’inganno lo attirò qui e lo fece cadere in un pozzo. Un viandante ne udì i lamenti e andò a chiamare i famigliari. Il malcapitato fu tratto in salvo e il suo gesto sconsiderato dette il nome a questo luogo».  
 

Torre d’Agera

 

Proseguiamo ora lungo la SP88 fino all’incrocio con la SP218, nota come poligonale di Bitonto. Svoltiamo a sinistra e ci inoltriamo tra i campi percorrendo via Torre d’Agera. Il toponimo si deve alla presenza di una struttura del XV secolo a due piani e pianta quadrata immersa tra gli ulivi.

La torre, che fu di proprietà degli Agera, nobile casato protagonista della vita economica bitontina, è oggi ridotta a un rudere. Ciò non impedisce però di comprendere come dovesse apparire in passato.

La funzione difensiva è testimoniata dall’ampio spessore delle mura e da una caditoia posta proprio sopra l’accesso, oggi quasi del tutto ostruito da un ulivo secolare. Il piano terra era chiuso da una volta a botte, di cui ormai resta come unica traccia l’attaccatura posta sopra l’ingresso.

«Il cumulo di pietre che copre il piano di calpestio proviene in buona parte dal crollo della volta e dei muri laterali», spiega Fallacara, che poi ci mostra come il piano superiore conservi invece ancora alcuni pilastri e arcate.

Le potenzialità della torre non erano però solo quelle difensive. «L’edificio fu realizzato sopra un antico frantoio ed era dotato di una grande cisterna sotterranea – rivela Pasquale -: insomma, era ideale come deposito di alimenti e riserva idrica per l’esercito». 
 

Torre Pietra Grossa

 

Torniamo ora sulla poligonale e svoltiamo a destra. Nei pressi dell’incrocio con strada Pietra Grossa troviamo l’omonima torre posta ai margini della carreggiata.

Anch’essa databile intorno al XV secolo, presenta una struttura a due piani e pianta quadrata ma si trova ormai allo stato di rudere. L’aspetto tozzo del fabbricato è alleggerito solo da piccole feritorie e da due finestre al piano nobile, una delle quali sovrastata da un’arcata ancora integra.

Entriamo tramite lo stretto ingresso incorniciato da stipiti in pietra. L’interno presenta un unico ambiente con volta a botte e pareti su cui si notano residui di intonaco. Alla sinistra del varco di accesso un’apertura quadrangolare nel pavimento coperto di terreno rivela la presenza di un vecchio pozzo, accanto al quale, in un alto incavo del muro, era collocato un camino.

Verso il fondo della sala notiamo che la volta si interrompe bruscamente, lasciando una parte dell’ambiente a cielo aperto. «In caso di incursione nemica – spiega Fallacara – i soldati usavano questa apertura per mettersi al riparo al piano superiore tramite una scala in legno a pioli che poi veniva issata, mentre sulla testa degli assedianti veniva gettato olio bollente».

Lo sviluppo verticale della torre risultò utile anche a Montemar. Il generale spagnolo la occupò infatti per sfruttarla come osservatorio data l’ottima visibilità su tutto il territorio circostante.
 
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