GIOIA DEL COLLE - Un maniero imponente e austero in cui risuona la secolare eco di un pianto straziante. È la descrizione del Castello normanno-svevo di Gioia del Colle, fortezza costruita in epoca bizantina tra il IX e il X secolo, poi ampliata dal normanno Riccardo il Siniscalco nel XII secolo e infine completata da Federico II di Svevia a partire dal 1230, il quale la trasformò in una raffinata residenza estiva e di caccia.
Un grandioso edificio in pietra che nasconde però tra le sue mura una terribile leggenda: quella di Bianca Lancia. Il racconto popolare vuole che Bianca sia stata rinchiusa qui per volere del marito Federico II, il quale credeva che il figlio che la donna portava in grembo fosse il frutto di una relazione illegittima.
Nelle segrete la donna diede alla luce Manfredi e subito dopo, per protestare la propria innocenza, si recise i seni recapitandoli al sovrano su un vassoio d'argento, lasciandosi infine morire dissanguata. Il sovrano riconobbe però il figlio da una voglia sulla spalla sinistra, identica alla propria e, sopraffatto dal rimorso, corse da lei sposandola in punto di morte.
Ridurre però questo monumento alla macabra leggenda sarebbe un errore: l’antico maniero merita infatti una visita soprattutto per la sua maestosa architettura, per le sue ampie e nobili stanze e per il museo che ospita i reperti dell’acropoli peuceta di Monte Sannace.
Il castello di Gioia si trova al civico 1 di Piazza dei Martiri del 1799. Appare come un’imponente fortezza in pietra chiara e muratura in bugnato a cuscino, con i conci aggettanti e dalle superfici leggermente bombate. Questo aspetto, così come le piccole aperture e le feritoie che punteggiano la facciata, ne accentuano l’aspetto severo e difensivo.
Sulla destra si erge una massiccia torre quadrangolare: la Torre De’ Rossi, risalente all’epoca normanna, unica sopravvissuta assieme a quella dell’Imperatrice. Quest’ultima fu completata da Federico II ed è visibile nella sua interezza dal cortile interno.
Prima di varcare la soglia, costituita da un ingresso ad arco sormontato da una robusta cornice in pietra, facciamo la conoscenza di Rossana D’Addabbo, guida della Direzione generale musei Puglia, ente che gestisce la struttura.
Rossana ci invita ad alzare lo sguardo per farci notare le caditoie sporgenti, visibili sia sulla facciata principale che su quella laterale. «In tempo di pace servivano da canale di scolo per l’acqua piovana – afferma -, mentre durante gli assedi si trasformavano in piombatoi per versare olio bollente e pietre contro gli assalitori».
Superato il portale accediamo all’ampio ed elegante cortile dal quale notiamo svettare la Torre dell’Imperatrice. Lo spazio è racchiuso da alte cortine murarie in pietra calcarea chiara e carparo con una sezione inferiore caratterizzata da blocchi di tonalità dorata e ingressi ad arco a tutto sesto.
In vari punti si aprono delle eleganti bifore che illuminano i saloni del piano nobile sovrastante. «Sono originali, realizzate in epoca sveva – avverte la guida –. Questo a differenza della trifora che si trova sulla parete frontale che fu ricostruita tra il 1907 e il 1909 dall’architetto Angelo Pantaleo riutilizzando pietre antiche».
Il Castello di Gioia del Colle, quell'antica fortezza in cui risuona il pianto di Bianca Lancia
“Moderna” è anche la scalinata con balaustra, decorata da un leone e un cavaliere con falcone sul pugno, anch’essa opera di Pantaleo.
Al piano terra si notano diversi portali che un tempo conducevano alle stalle e alle stanze della servitù e che oggi ospitano il Museo Archeologico Nazionale di Gioia del Colle.
Le sale della collezione accolgono i reperti raccolti su Monte Sannace: area nei dintorni di Gioia in cui sono stati ritrovati preziosi resti dell'antica Thuriae, uno dei principali insediamenti della Peucezia, nome con cui veniva indicata la Terra di Bari prima dell'arrivo dei Romani.
Tra gli oggetti nella teche, che affondano le proprie origini sin dal VIII secolo a.C., sono da segnalare un vaso con il segno della svastica (augurio solare di prosperità e vita), il celebre “Vaso del Pittore di Memnon” che narra l’epico duello tra Achille e Memnon, oltre a oggetti dell’infanzia e scheletri di neonati.
Un ingresso rettangolare permette di entrare in un antico forno con la cappa a forma di unghia. Dall’ambiente scende poi una scala che conduce nelle prigioni del castello, lì dove secondo la leggenda fu rinchiusa Bianca Lancia. Andiamo quindi giù, notando in alto una botola da cui venivano gettati nelle carceri i condannati.
Una volta all’interno della stanza Rossana ci indica due protuberanze rotonde in rilievo sulla pietra di una parete. «Rappresentano i seni recisi di Bianca Lancia – spiega la guida –. Leggenda vuole che furono fatti scolpire dagli abitanti di Gioia in memoria dell’imperatrice suicida».
La vicenda di Bianca ha naturalmente dato il via a racconti sulla presenza di uno spirito, il quale comparirebbe in questa stanza tra suoni e lamenti inquietanti, soprattutto nelle notti più fredde.
Torniamo ora indietro sui nostri passi, riattraversiamo il cortile e attraverso una scala di servizio giungiamo al terrazzo del piano superiore da cui possiamo ammirare le due torri. Una porta ad arco ci conduce nella maestose Sala del Trono, colorata da giochi di luci che proiettano immagini medievali sulle pareti.
Sia il trono che il camino sono stati ricostruiti da Pantaleo all’inizio del 900 con frammenti recuperati nel Castello. Lo schienale del primo è decorato con un fregio a bassorilievo costituito da una serie di falchi interrotti da croci.
Passiamo ora nella Sala del Camino (al momento della nostra visita occupata da una mostra temporanea): è chiamata così perché qui è presente un camino rinascimentale. Ed entriamo poi nella Torre De’ Rossi, la cui alta volta è decorata da dodici archetti acuti pensili racchiusi da una cornice quadrata con motivi vegetali. Ai quattro angoli si trovano quattro elementi decorativi a conchiglia.
Ed eccoci all’interno della Torre dell’Imperatrice, sul cui ingresso ad arco spicca il bassorilievo delle chiavi, simbolo di Federico II. La base della torre (Sala del gineceo) era quella adibita alle donne per la cura dei bambini.
Da qui, attraverso una scala in pietra, si giunge infine alla camera da letto dei reggenti della fortezza, un tempo composta di tre piani di cui restano solo i beccatelli, ovvero le mensole sporgenti su cui poggiavano le travi dei solai in legno, non più esistenti.
È la nostra ultima tappa in questo imponente castello, le cui mura sussurrano da secoli intramontabili storie d’amore e dolore.
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