di Massimiliano Fina

“Torre del Lupomino”, nelle campagne di Bitonto la casa di un leggendario licantropo
BITONTO - Discende da un re greco e ogni notte di luna piena si trasforma in un lupo mannaro, seminando terrore tra le campagne di Bitonto. È la descrizione del feroce abitante che secondo la leggenda vive nella torre del Lupomino, una costruzione abbandonata del XVII secolo situata a sud della "città degli ulivi". (Vedi foto galleria)

Trovare l'edificio è semplice: partendo da Modugno è necessario imboccare la strada provinciale 231 dirigendosi verso Bitonto. Dopo 8 chilometri si supera l'incrocio con la strada provinciale 119, quella che conduce a Palo del Colle, e si svolta subito a sinistra in una stretta arteria di campagna costeggiata per buona parte da muretti a secco. Occorre quindi guidare sull'angusta lingua di asfalto per altri 900 metri prima di avvistare sulla destra la misteriosa struttura, fiancheggiata peraltro da una via sterrata.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Sull'origine del suo nome ci sono due teorie. La prima è che derivi da "lupomn", termine che nel dialetto locale indica per l'appunto un licantropo, la seconda fa invece riferimento ai Lupis, un famiglia nobile presente nel barese già dal 1200 che probabilmente era proprietaria dello stabile.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

A prescindere dall'etimologia, si narra che l'unico e pericoloso "residente" della torre abbia ereditato la maledizione da un suo potente antenato: Licaone, personaggio che secondo la mitologia greca governava l'Arcadia, regione all'estremo sud della penisola ellenica. Un giorno il dio Zeus visitò il suo regno sotto sembianze umane, travestito da mendicante, riuscendo a partecipare a un banchetto allestito dal sovrano. Per scherzo però alla divinità venne servita la carne umana di uno schiavo fatto uccidere per l'occasione: per l'affronto il capo dell'Olimpo condannò il monarca a mutare il suo aspetto in quello di un lupo a ogni plenilunio. La punizione sarebbe gravata in eterno su tutti i suoi discendenti, compreso Peucezio, il figlio a cui era stato affidato il controllo della Puglia.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Seppur con diverse varianti, la leggenda è stata tramandata per migliaia di anni e negli ultimi secoli è stata "assorbita" dalla religione cristiana, con il licantropo identificato sempre più come opera del demonio. Un racconto che fino a qualche decennio fa aveva ancora una certa presa sui bitontini.  


«Quando ero giovane nella zona attorno alla torre si sentivano sempre rumori e ululati - dice per esempio Rosina, un’arzilla vecchietta del posto -. All'epoca mi alzavo presto per lavorare in campagna e quando mi incamminavo verso i campi la luna era ancora visibile nel cielo. Un po' di timore c'era, anche perchè mi spostavo solo a piedi. Spesso poi ero vittima delle burle dei compagni di lavoro che si divertivano a spaventare me e altri braccianti dando la colpa al lupo mannaro».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Ricordo le serate passate con mio nonno che in assenza del televisore ci intratteneva con delle storie da pelle d'oca - afferma invece il 70enne Peppino -. Quelle sul licantropo mi ha fatto passare tante notti insonni: una lunga serie di omicidi e aggressioni, compreso il suo presunto incontro con questo omone mostruoso che correva a carponi ringhiando e al quale sfuggì arrampicandosi su un albero».  

Dicerie a parte, siamo andati a dare un'occhiata alla torre, ben segnalata da un cartello di recente installazione. Il primo particolare che cattura la nostra attenzione è il grande arco del locale adiacente l'edificio, probabilmente usato un tempo per macinare l'uva: del resto i terreni circostanti ospitavano un esteso vigneto.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Nella torre vera e propria invece si accede da un piccolo ingresso che immette in un ambiente quadrangolare privo di qualsiasi arredamento. All'interno le pareti sono solcate da numerose nicchie, un camino e una piccola feritoia che a fatica lascia passare la luce del sole. L'illuminazione è però sufficiente a farci notare la semplicità del soffitto, costruito con una volta a botte.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Usciamo dal sibillino edificio facendoci largo tra l'erba alta, segno che la torre è lasciata a se stessa da molto tempo. Di lupi neanche l'ombra: magari però è meglio tornare la notte del 20 giugno, la data della prossima luna piena.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica)


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  • Pasquale Fallacara - Torre del Lupomino Vetusta struttura produttiva, situata in agro bitontino in contrada “Lago di Chitro”, su via Palo vecchia, è databile presumibilmente agli inizi del XVII secolo. Immersa tra i nodosi ulivi penduli, un tempo circondata da un esteso vigneto non più esistente, presenta un paramento murario costituito dai classici conci sbozzati a martelletto e posti in opera a corsi regolari. La torre, caratterizzata da un grande ambiente voltato a botte di pianta quadrangolare, dotato di varie nicchie ed un focolare con cappa in muratura, presenta sulla facciata principale un piccolo ingresso incorniciato da stipiti in pietra, mentre sul retro una piccola finestrella a “feritoia” garantisce una sufficiente illuminazione interna. Questo ambiente svolgeva una duplice funzione: alloggio notturno per il custode e deposito di attrezzi agricoli o “cellarium”, ambiente dove venivano conservate botti vinarie di diversa capacità. Addossato al fabbricato vi residua un grande palmento nel quale anticamente vi erano gli ordigni per macinare l’uva, tra cui il caratteristico “torchio”. L’uva, una volta raccolta, veniva scaricata all’interno e pigiata su di un piano più elevato rispetto al pavimento, fornito di appositi canaletti attraverso i quali scorreva il mosto. Quest’ultimo, raccolto in grandi vasche per la fermentazione, veniva successivamente versato in botti lignee. Le vinacce che contenevano ancora mosto, venivano ulteriormente pressate dal torchio fatto girare da animali o da uomini, e dopo questa ulteriore spremitura, venivano mandate alle distillerie per ottenere l’alcol. Riguardo al “topos Lupomino”, vecchie leggende popolari indicano la torre come rifugio notturno di un temuto licantropo (uomo-lupo o lupo mannaro). Creatura mostruosa della mitologia e del folclore secondo la leggenda, il licantropo è un uomo condannato da una maledizione a trasformarsi in un lupo feroce ad ogni plenilunio, capace di trasmettere la propria condizione ad un altro essere umano dopo averlo morso. I bitontini più anziani ricordano angoscianti incontri notturni ravvicinati con “u lpomn” avvenuti non solo in aperta campagna ma anche nel centro abitato. Più verosimilmente il toponimo “Lupomino” potrebbe derivare da “Lupis”, antica famiglia nobile probabilmente in origine proprietaria della torre, presente a Bitonto già dal XVI secolo (Platea dei beni del Convento di San Francesco d’Assisi di Bitonto). In Terra di Bari, nel XII secolo, i “Lupis” (Arma: d'azzurro, al lupo al naturale passante su una campagna e sormontato da una stella di 6 raggi doro nel capo) vennero ascritti al patriziato di Giovinazzo e nel 1282 vennero iscritti anche tra le famiglie nobili di Molfetta, qualificati già a quel tempo "antichissimi”. Figura di rilievo nell'originario ceppo giovinazzese fu Bisanzio Lupis, storico e poeta, nato a Giovinazzo nel 1478 e morto ivi nel 1555. Scrisse le "Cronache di Giovinazzo" dalle origini ai suoi tempi, e le "Rime", raccolta di composizioni poetiche che costituiscono una delle prime prove dell'editoria cinquecentesca in Puglia. Nel ramo trasferitosi a Molfetta (BA) si distinsero ancora Padre Domenico Lupis, priore dell'ordine dei Celestini, che fu, nel 1656, creato arcivescovo di Conza, in Campania, confidente e consigliere di Papa Urbano VIII. Verso la fine del cinquecento vari rami si stabilirono a Bitonto, Gravina, Altamura e successivamente nel resto d’Italia. Pasquale Fallacara


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