Bari, Michele Marzella e il suo "radong": «Ho imparato a suonarlo tra le montagne del Tibet»

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Bari, Michele Marzella e il suo "radong": «Ho imparato a suonarlo tra le montagne del Tibet»
Foto di Rafael La Perna
BARI – Il suo suono è grave e cavernoso: un richiamo che sembra arrivare da montagne lontane. È questa la sensazione che abbiamo avvertito ascoltando il radong, noto anche come tuba tibetana o dungchen: uno strumento a fiato nato per accompagnare rituali e cerimonie buddiste.

In Puglia c’è il 47enne trombonista giovinazzese Michele Marzella (in arte “Jamil”), che dal 1999 ha deciso di portare ovunque il suono della tuba: una vera e propria missione tesa a far conoscere quello che lui definisce uno “strumento di pace”.  

«Il compito che mi hanno affidato i monaci tibetani con cui ho studiato è infatti quello di essere un messaggero e portatore di pace – ci spiega Michele, che incontriamo all’interno di Pratolagemma, parco del quartiere Carbonara di Bari – . Il mio obiettivo dunque è quello di costruire ponti tra culture, religioni e persone attraverso la musica».

“Jamil” in effetti vuol dire  “portatore di bellezza”. «Il soprannome me lo hanno dato i monaci – sottolinea  –. La mia passione per la tuba è iniziata infatti quando avevo vent’anni, durante un viaggio in Tibet, lì dove entrai in contatto con il buddismo. Durante i riti basati sui mantra vidi i religiosi usare il radong. Mi colpì quanta venerazione avessero nei suoi confronti: lo strumento era persino “vestito” con orpelli e cinture. Il suo suono profondo mi avvolse subito e decisi così di imparare i suoi segreti: sono così rimasto in Tibet diversi mesi per apprendere la sua tecnica».

Da quel momento, come detto, Michele si è specializzato nel radong e oggi ne possiede tre, tutti realizzati dai monaci tibetani. Il musicista ce li mostra. Il più piccolo è di circa un metro (e ha un suono più acuto), il secondo supera i 100 centimetri,  il più lungo (dal suono più grave) tocca il metro e mezzo. Il loro peso varia dai due e i tre chilogrammi.

Sono realizzati in rame tibetano, di colore marrone, intervallati da ghiere in metallo giallo decorate da anelli metallici ornamentali e composti da più sezioni che vengono inserite una dentro l’altra per facilitarne il trasporto. Non ci sono tasti come altri strumenti a fiato, ma un solo lungo tubo molto stretto che si allarga pian piano sino a terminare in una ampia campana.

Jamil ci mostra come si suona. Lo vediamo così innalzare il dungchen al cielo con la mano sinistra per poi spostare tutto il corpo in bilico su una gamba, mentre la mano libera, unendo la punta del pollice a quella del dito medio, disegna il gesto della meditazione.

A quel punto Michele soffia all’interno della tuba da cui fuoriesce un suono grave e profondo: un’onda sonora di nome “raga” che richiama la vibrazione dell’“om”, il mantra sacro della tradizione buddista. Più che ascoltarlo, si ha la sensazione di sentirlo nel corpo: un lungo fremito che si espande nell’aria che sembra provenire da molto lontano. (Vedi video)

«Per suonare la tuba devi prima saperla ascoltare con l’anima – sottolinea Marzella –: il percorso spirituale e l’avvicinamento alla cultura da cui proviene sono più importanti delle basi musicali. Chiunque musicista può riuscire a emettere un suono, ma in pochi potrebbero trasmetterne il significato. Io credo di essere l’unico in Europa a riuscirlo a fare».

Jamil ha inserito la tuba tibetana nel suo ultimo album “Risvegli Meditteranei”, in cui lo strumento dialoga con trombone, percussioni, jazz ed elettronica ma soprattutto ha reso protagonista il dungchen nel progetto “PsicoMusicoSofico” portato nelle scuole e in centri educativi per l’infanzia.

«La tuba può aiutare a trovare la calma, così come il gong e le campane tibetane – dichiara -. Ho lavorato con giovani autistici o iperattivi e li ho visti raggiungere momenti di vera tranquillità. Il suono del randong, secondo la tradizione, entra infatti in risonanza con determinati chakra, i centri energetici del corpo, facendoli vibrare e favorendo così uno stato di quiete e raccoglimento, accompagnando così chi ascolta verso la meditazione e la pace interiore».

Nel video (di Gaia Agnelli) Jamil e il suono della tuba tibetana: 

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